Roma, 1 novembre 2025 –
Un intervento durissimo, lucido e senza filtri.
Il procuratore Nicola Gratteri, ospite in tv, ha demolito la narrativa del governo sulla riforma della giustizia, definita da Giorgia Meloni “la madre di tutte le riforme”.
Per Gratteri, al contrario, si tratta di “una sonora scemenza”, una modifica costituzionale inutile nei numeri e pericolosa nei principi.
“Si cambia la Costituzione per lo 0,2% dei magistrati”
Con la calma e la chiarezza che lo contraddistinguono, Gratteri ha spiegato che la separazione delle carriere — cavallo di battaglia del centrodestra — riguarda una percentuale irrilevante di magistrati:
“Non è normale che si debba modificare la Costituzione per lo 0,2% dei magistrati. Ogni anno solo lo 0,2% decide di cambiare funzione: da giudice passa a pubblico ministero o viceversa. E allora non le sembra sospetta questa cosa?”
Il magistrato sottolinea che già oggi chi vuole cambiare ruolo deve trasferirsi in un’altra regione, proprio per garantire la terzietà del sistema:
“Già oggi non si può restare nello stesso distretto. Allora dov’è il problema? Perché stravolgere la Costituzione per una questione che riguarda pochissimi casi e che è già regolata dalla legge?”
“Il vero obiettivo è politico: mettere i pm sotto il governo”
Ma la parte più inquietante dell’intervento di Gratteri arriva quando espone quello che definisce “il vero sospetto” dietro la riforma:
“Il sospetto è che subito dopo, come in tutti i Paesi dove c’è la separazione delle carriere, il pubblico ministero finisca sotto l’esecutivo. Questo è l’obiettivo finale della politica: controllare le priorità dell’azione penale.”
Un’ipotesi che, secondo Gratteri, cambierebbe radicalmente l’equilibrio dei poteri in Italia:
“Immagini che un domani un ministro dica ai pm: quest’anno la priorità sono le truffe online. Quindi prima mi finisci le truffe online, poi – se resta tempo – ti occupi di corruzione e concussione. Capisce dove andiamo a finire?”
Una critica che divide la politica
Le parole del procuratore hanno rapidamente infiammato il dibattito.
I sostenitori della riforma le liquidano come “un’esagerazione” e “una difesa corporativa della magistratura”, mentre l’opposizione parla apertamente di “denuncia gravissima”.
Il Movimento 5 Stelle, che ha rilanciato il video dell’intervento sui propri canali social, commenta così:
“Gratteri dice quello che molti pensano ma pochi hanno il coraggio di dire. La separazione delle carriere non serve a migliorare la giustizia: serve a piegarla al potere politico.”
Dal fronte governativo, invece, si minimizza: secondo Fratelli d’Italia, la riforma “non tocca l’indipendenza dei magistrati” ma “rende più trasparente e credibile la giustizia agli occhi dei cittadini”.
“La madre di tutte le riforme? No, una madre sbagliata”
Dietro l’ironia amara del magistrato si nasconde un messaggio profondo: l’indipendenza della magistratura è la garanzia ultima per i cittadini, non un ostacolo per la politica.
“Questa – ha detto Gratteri – è la madre di tutte le riforme solo per chi non conosce il sistema giudiziario. È, piuttosto, la madre di una possibile deriva. Una scemenza.”
Parole pesanti, che risuonano come un monito in un momento in cui il Paese si prepara al referendum costituzionale sulla giustizia.
E che, al di là delle polemiche, riaprono la domanda più importante:
la riforma serve davvero ai cittadini, o solo a chi vuole controllare chi li giudica?
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VIDEO:
Da una parte c’è la narrazione del governo, che presenta la separazione delle carriere come una riforma di civiltà, “la madre di tutte le riforme”, necessaria per dare più fiducia ai cittadini. Dall’altra c’è l’accusa di Gratteri: si cambia la Costituzione per un problema che riguarda appena lo 0,2% dei casi e che è già gestito dalla legge, mentre il vero effetto – e forse il vero obiettivo – è avvicinare le procure al controllo dell’esecutivo.
Il rischio che il magistrato denuncia è chiaro: se chi governa decide quali reati perseguire prima e quali mettere in coda, l’indipendenza della magistratura non è più una garanzia per i cittadini, ma una concessione del potere politico. È qui che le sue parole diventano allarme democratico, non solo polemica: “una scemenza”, dice, ma una scemenza pericolosa.
Alla vigilia di una riforma costituzionale che sarà portata al voto del Paese, la domanda non è più astratta, ma urgente: questa giustizia sarà ancora libera di indagare tutti, oppure inizierà a chiedere il permesso a qualcuno?



















