Nicola Gratteri smentisce le balle della Meloni sul Refrendum della giustizia in diretta – VIDEO

Il caso Garlasco non ha nulla a che vedere con il referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati. Eppure, da giorni, viene utilizzato come clava politica e mediatica nel dibattito sulla riforma della giustizia. A dirlo con chiarezza è Nicola Gratteri, procuratore capo di Napoli, intervenuto a DiMartedì su La7, dove ha messo in fila parole nette che hanno il peso di un atto d’accusa contro una precisa narrazione costruita attorno a uno dei casi giudiziari più discussi degli ultimi vent’anni.

“Garlasco non c’entra nulla”: la replica a Meloni

L’intervento di Gratteri arriva dopo le parole pronunciate da Giorgia Meloni ad Atreju, quando la presidente del Consiglio ha invitato a votare sì al referendum sulla giustizia evocando il “caso Garlasco” come simbolo di una presunta vergogna del sistema giudiziario. Un accostamento che il magistrato smonta senza esitazioni.

“La vicenda giudiziaria del delitto di Garlasco non c’entra assolutamente niente con il referendum”, afferma Gratteri, ricordando un principio che dovrebbe essere condiviso da tutti: fino a sentenza definitiva, ogni imputato è innocente. Eppure, osserva, quel caso viene rilanciato ogni giorno in tv, spesso senza alcun collegamento reale con il merito delle riforme in discussione.

La sovraesposizione mediatica e la logica del voyeurismo

Alla domanda di Giovanni Floris sul perché Garlasco continui a occupare così tanto spazio nei media, Gratteri risponde andando oltre la polemica contingente. Parla di una “prurigine”, di una curiosità morbosa che spinge una parte dell’informazione a preferire il racconto da “buco della serratura” alle vere priorità della cronaca giudiziaria.

Secondo il procuratore, arresti per traffico internazionale di droga o maxi inchieste sulla criminalità organizzata meriterebbero ben altra attenzione. Ma non bucano lo schermo come un delitto che si presta a essere trasformato in racconto emotivo, semplificato e politicamente spendibile.

Non un complotto, ma una strategia

Quando Floris gli chiede se dietro questa insistenza ci sia un piano politico, Gratteri è preciso: “Non è un complotto, è una strategia”. Una strategia che consiste nel parlare sistematicamente di presunti errori giudiziari per costruire consenso attorno a una riforma che, a suo giudizio, non affronta i veri problemi della giustizia italiana.

Il punto centrale, spiega, è che il sistema non funziona in alcune sue parti non per colpa di un’impostazione costituzionale sbagliata, ma perché non sono state fatte le riforme necessarie e non sono stati forniti mezzi, personale e strumenti adeguati. Spostare il focus su Garlasco serve a evitare questo nodo.

Il referendum e la “macchina” del sì

Gratteri commenta anche un sondaggio di DiMartedì che mostra un dato politicamente rilevante: in caso di voto obbligatorio, il fronte del no alla separazione delle carriere sarebbe oggi al 49,7%, in netta crescita rispetto a pochi mesi fa. Un dato che, secondo il magistrato, spiega la fretta di chi sostiene il sì.

“Chi è per il sì ha una macchina migliore”, dice Gratteri, riferendosi a una superiorità mediatica fatta di testate, opinionisti e spazi televisivi. Non una cospirazione, ma un evidente squilibrio di forza comunicativa.

Media, politica e proprietà

Nel passaggio più delicato dell’intervista, Gratteri affronta il tema del rapporto tra informazione e potere. Sottolinea che esistono giornalisti che rispondono alla politica o agli editori, senza però invocare censure o limitazioni. Quando Floris cita il nome di Angelucci, il magistrato risponde con ironia, ma il messaggio è chiaro: su alcuni giornali è difficile trovare analisi equilibrate o riconoscimenti del lavoro della magistratura.

La sua posizione resta coerente: massima libertà di stampa, pluralismo assoluto, purché si scrivano cose vere. È qui che, implicitamente, si colloca la critica più forte alla trasformazione di casi giudiziari complessi in strumenti di propaganda.

Una battaglia che va oltre Garlasco

Il punto finale non riguarda solo un delitto o un referendum. Riguarda il modo in cui si costruisce l’opinione pubblica su temi delicatissimi come la giustizia, l’indipendenza della magistratura e l’equilibrio tra poteri dello Stato. Usare Garlasco come simbolo, avverte Gratteri, non chiarisce il dibattito: lo inquina.

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L’intervento di Nicola Gratteri a La7 segna una linea di confine netta. Da una parte c’è il confronto serio sulle riforme, sui tempi dei processi, sulle risorse e sull’efficienza del sistema. Dall’altra c’è la scorciatoia della narrazione emotiva, che trasforma casi giudiziari in slogan politici.

Garlasco, in questa chiave, diventa il paradigma di un uso strumentale della cronaca. E il rischio, come suggerisce il procuratore, è che a forza di raccontare storie si smetta di affrontare i problemi reali.

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