Il procuratore capo di Napoli Nicola Gratteri torna a intervenire sul referendum sulla giustizia e lo fa con parole che pesano come pietre: la crescita del fronte del “No” – dice – non è un caso, né un fenomeno spontaneo nato dal nulla. È anche l’effetto di come il governo sta raccontando e gestendo la riforma, tra dichiarazioni che aprono scenari ulteriori e un’impostazione normativa che, secondo Gratteri, procede “a strappi”, tra garantismo selettivo e pulsioni securitarie.
Ospite di Otto e mezzo su La7, Gratteri chiarisce subito la sua posizione per evitare etichette: “Non faccio parte di nessun comitato, sono un battitore libero”. Ma proprio da questa postura “esterna” lancia l’affondo più politico: se il No sta crescendo, è anche “merito” di chi sostiene la riforma. Perché – nella sua lettura – alcune frasi di Nordio e Tajani avrebbero reso più visibile ciò che molti temono: che il referendum non sia l’ultimo passaggio, ma l’inizio di una catena di riforme che può cambiare gli equilibri tra poteri dello Stato.
«Il No cresce anche grazie a Nordio e Tajani»: la frase che ribalta la narrazione
Il punto più esplosivo dell’intervento di Gratteri è questo: la dinamica del referendum non sta premiando solo i contrari, ma anche gli errori comunicativi e politici di chi sostiene il “Sì”.
Secondo il procuratore, Nordio avrebbe contribuito ad alimentare diffidenza quando – nel dibattito politico – ha sostenuto che la riforma “converrebbe” anche alle opposizioni se un giorno dovessero governare. Gratteri la interpreta come una frase rivelatrice: la riforma non sarebbe un intervento neutro di efficienza, ma un assetto di potere che può tornare utile a chiunque stia a Palazzo Chigi.
Poi c’è Tajani, citato da Gratteri con un’accusa ancora più pesante sul piano istituzionale: l’idea che dopo il referendum possa arrivare un’altra riforma per far dipendere maggiormente le forze dell’ordine dal governo, con una conseguenza cruciale evocata dal procuratore: senza la polizia giudiziaria, i magistrati avrebbero meno strumenti per indagare.
Il messaggio è chiaro: per Gratteri, la riforma non va letta da sola, ma dentro un percorso politico più ampio. Ed è proprio questa prospettiva – sostiene – a spingere molti elettori verso il No.
L’appello: “spiegare alla gente con esempi pratici cosa accadrebbe”
In mezzo alle accuse, Gratteri inserisce anche una strategia: la campagna referendaria, per essere efficace, deve diventare concreta. Non basta lo scontro ideologico, non bastano i talk show: “bisogna avere pazienza” e spiegare, “con esempi pratici”, cosa cambierebbe davvero.
È un passaggio importante perché fotografa un nodo tipico dei referendum: la distanza tra testo tecnico e percezione pubblica. Gratteri sostiene che il No può crescere se chi è contrario traduce la riforma in effetti quotidiani: tempi delle indagini, gestione della polizia giudiziaria, equilibrio tra controllo e autonomia, conseguenze sulle inchieste più delicate.
«Legislazione schizofrenica»: la critica al metodo del governo
Il secondo fronte aperto da Gratteri riguarda il modo in cui si legifera. Per lui, il Paese non esce dall’impasse con decreti frequenti e reati aggiunti ogni pochi mesi: “È inutile fare ogni due o tre mesi un decreto, introducendo ogni volta un nuovo reato”.
La sua è una critica al “governo per emergenze”, al diritto penale usato come strumento di comunicazione. Non contesta solo il contenuto, ma la logica: norme “di pancia” che inseguono il fatto del giorno, gonfiano il codice, creano stratificazioni e contraddizioni.
Garantismo per i colletti bianchi, durezza sui manifestanti: la doppia morale secondo Gratteri
Qui arriva l’affondo più politico e più facilmente “leggibile” dal pubblico: Gratteri parla di una linea schizofrenica con due pesi e due misure.
Da una parte, un’impostazione più garantista verso i colletti bianchi (cioè verso reati economici e ambiti dove spesso si muovono poteri forti, imprese, finanza, apparati).
Dall’altra, la richiesta di strumenti più duri come il fermo preventivo per i manifestanti, cioè un approccio più repressivo verso il dissenso e l’ordine pubblico.
È una fotografia che, se entra nel dibattito referendario, può incidere: perché sposta la riforma e il clima politico su un terreno valoriale, quello dei diritti e dell’equilibrio tra sicurezza e libertà.
La ricetta di Gratteri: più organici, stipendi migliori, formazione e un vero cambio del codice
Dopo la diagnosi, Gratteri prova a indicare una terapia. E qui l’argomento si allarga: secondo lui, se il governo “vuole le persone in carcere” (cioè se vuole davvero incidere su criminalità e sicurezza), non può farlo con micro-interventi o slogan. Serve:
1. Concorsi per le forze dell’ordine (più personale);
2. Pagare meglio chi lavora sul campo;
3. Addestrare meglio (formazione e qualità);
4. Cambiare il codice (riforme strutturali, non patch).
Il punto è che, nella sua lettura, il sistema giudiziario non soffre solo per l’assetto delle carriere o per i meccanismi disciplinari, ma per carenze strutturali e organizzative: uomini, mezzi, tecnologia, norme coerenti.
La stoccata finale: «Con i soldi del Pnrr non hanno costruito nemmeno un carcere»
In chiusura, Gratteri mette sul tavolo un’accusa che parla direttamente all’opinione pubblica: con le risorse disponibili, non si è intervenuti sui nodi materiali. E cita un simbolo: le carceri.
“Con i soldi del Pnrr non hanno costruito nemmeno un carcere”, dice, aggiungendo che la responsabilità non è solo dell’attuale esecutivo ma anche del precedente. È una frase che serve a rafforzare la sua tesi: la politica discute di riforme bandiera, ma trascura infrastrutture e investimenti senza i quali la macchina resta lenta e inefficace.
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L’intervento di Gratteri ha un effetto preciso: sposta il referendum dalla tecnica alla politica. Se davvero – come sostiene – il No cresce anche per merito delle stesse dichiarazioni di Nordio e Tajani, allora la campagna entra in una fase nuova: non più solo “separazione delle carriere sì/no”, ma fiducia o sfiducia nella direzione complessiva dell’esecutivo sulla giustizia, sulla sicurezza e sul rapporto tra poteri.
E in questo scenario, la sua posizione da “battitore libero” conta: perché Gratteri non parla come dirigente di partito, ma come magistrato che usa la visibilità pubblica per mettere in guardia su una traiettoria. Il messaggio, in sostanza, è questo: la riforma non è neutra, e chi la sostiene – con certe frasi – sta aiutando i contrari a convincere gli indecisi.




















