La frattura tra governo e magistratura si allarga ancora e assume un peso diverso, più simbolico e più difficile da neutralizzare. Dopo giorni di polemiche sulle parole del Guardasigilli contro il Consiglio superiore della magistratura, arriva la replica di uno dei pm più esposti e riconoscibili nel panorama italiano: Antonino Di Matteo. E la risposta è netta, diretta, senza zone grigie.
Il magistrato respinge l’uso politico del suo nome e rovescia l’impianto dell’argomentazione del ministro: quella riforma che, secondo Nordio, dovrebbe liberare il sistema dalle degenerazioni, per Di Matteo rischia invece di aggravare i problemi, spalancando la porta a un’influenza ancora più forte della politica sull’organo di autogoverno delle toghe.
La scintilla: il “sistema para-mafioso” e il richiamo alle parole del 2019
Tutto nasce dalle dichiarazioni con cui Nordio, in un’intervista ai quotidiani del Nord Est, ha sostenuto che il meccanismo delle correnti dentro il Csm costituirebbe una sorta di consorteria autoreferenziale, arrivando a parlare di dinamiche “para-mafiose”. Per difendersi dalle accuse di attacco frontale alla magistratura, il ministro ha rivendicato di aver citato proprio Di Matteo, ricordando alcune sue espressioni del 2019 sulla degenerazione del correntismo.
Ma qui si apre la linea di faglia. Perché per il pm palermitano – oggi sostituto procuratore nazionale antimafia – una critica interna al funzionamento del sistema non può essere trasformata in un’arma politica nelle mani del governo.
La replica di Di Matteo: “Proprio perché ho denunciato, oggi posso dire che la riforma peggiora”
La presa di posizione del magistrato è articolata e punta a chiarire il punto decisivo. Di Matteo rivendica di aver sempre combattuto le distorsioni dell’autogoverno, le logiche di appartenenza, le cordate. Ma proprio questa battaglia – dice in sostanza – gli consente oggi di parlare a mani libere.
Il cuore della replica è qui: la riforma costituzionale non risolve quelle degenerazioni, bensì aumenta il rischio di un controllo politico sempre più stringente sul Csm e, di riflesso, sull’intera magistratura. E quindi, conclude, mette in gioco qualcosa di più grande della disputa corporativa: la tutela delle garanzie dei cittadini.
Non è una sfumatura. È un ribaltamento completo della narrazione governativa.
Da alleato evocato a critico esplicito
Per la maggioranza il richiamo a Di Matteo aveva un valore preciso: mostrare che anche chi ha denunciato il correntismo riconosceva l’esistenza di un problema profondo. Ora però quello stesso nome diventa scomodo, perché il magistrato afferma pubblicamente che la soluzione proposta rischia di essere peggiore del male.
È il passaggio più delicato: da testimone citato a voce che contesta. E politicamente pesa.
L’intervento dell’Anm: “La storia smentisce certi paragoni”
A rendere il clima ancora più incandescente interviene anche l’Associazione Nazionale Magistrati. Il presidente Cesare Parodi richiama un punto identitario fortissimo: la storia della magistratura italiana, segnata dal contrasto alla mafia e dal sacrificio di tanti servitori dello Stato.
Il messaggio è chiaro: accostare l’organo di autogoverno o i suoi meccanismi a metodi mafiosi è una forzatura che non regge di fronte ai fatti. E Parodi aggiunge un’altra critica, più politica: i toni della campagna non aiutano i cittadini a capire davvero il merito del referendum.
Le opposizioni chiedono una presa di distanza
Nel frattempo, dai banchi dell’opposizione si moltiplicano le richieste alla presidente del Consiglio perché intervenga. L’idea è che uno scontro così duro tra il ministro della Giustizia e pezzi significativi della magistratura rischi di produrre una frattura istituzionale difficile da ricomporre.
Non è solo una polemica quotidiana: è la percezione che il confronto stia salendo di livello, trasformandosi in un braccio di ferro tra poteri.
Il nodo politico: chi controlla il controllore
Dentro questo scontro c’è una domanda che va oltre i nomi: chi deve avere l’ultima parola sulla disciplina e sull’organizzazione della magistratura?
Il governo sostiene che il sistema attuale abbia prodotto chiusure, appartenenze, automatismi.
I critici della riforma temono invece che l’alternativa possa tradursi in una maggiore permeabilità alla pressione politica.
Di Matteo, con la sua replica, si colloca nettamente su questo secondo versante.
Una campagna che cambia tono
L’effetto immediato è evidente: la campagna referendaria diventa meno teorica e più personale. I protagonisti hanno nomi e volti. Ogni dichiarazione genera una contro-dichiarazione. E ogni tentativo di allargare il consenso pescando figure simboliche può trasformarsi in un problema se quelle stesse figure prendono la parola.
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La risposta di Di Matteo non chiude la discussione, ma la sposta. Non si parla più solo di sorteggio, correnti o modelli processuali. Si parla di fiducia: fiducia nella promessa che la riforma migliori l’equilibrio tra i poteri, oppure timore che apra la strada a un’ingerenza maggiore della politica.
E quando a dirlo è un magistrato che per anni ha denunciato il correntismo dall’interno, la questione non può essere liquidata come propaganda di parte. Diventa un elemento con cui tutti, governo compreso, devono fare i conti.



















