Si è trasformata in un atto di denuncia politica e simbolica la giornata nazionale del No Meloni Day, con studenti in piazza in decine di città italiane. Non solo slogan e cortei: la protesta ha assunto toni durissimi, con performance di forte impatto visivo pensate per denunciare repressione, tagli e quella che i manifestanti definiscono una “deriva autoritaria”.
Le immagini della contestazione: maschere, fez e accuse di connivenza internazionale
In molte città sono apparse maschere con il volto della premier, spesso accompagnate da un fez – simbolo caricaturale del potere autoritario – e dalla scritta “Fratelli di Israele”, slogan che accusa il governo di un sostegno considerato incondizionato all’operazione militare israeliana a Gaza.
Altri cartelli richiamavano presunte aggressioni avvenute durante occupazioni studentesche nelle scorse settimane. Quelle foto, portate in corteo, sono state gettate a terra e bruciate, come gesto di denuncia contro ciò che gli studenti definiscono “violenza istituzionale e repressione politica”.
Uno dei cori più ripetuti:
“Non ci fate paura. Continueremo a lottare.”
La rabbia contro i tagli e il messaggio alla politica
Il punto centrale della protesta resta la legge di bilancio.
“Ci tagliano 869 milioni all’istruzione, mentre aumentano le spese per armi, ordine pubblico e missioni militari”,
denuncia una studentessa dal megafono.
Nel mirino c’è anche il nuovo esame di maturità, definito “punitivo e scollegato dalla realtà” e il sistema dei PCTO, ovvero l’alternanza scuola–lavoro, considerata dagli studenti un modello “di sfruttamento mascherato da formazione”.
Scontri e tensioni a Bologna e Torino
La protesta non è rimasta pacifica ovunque.
A Bologna, i cortei hanno provato a raggiungere la sede dell’ANCI dove erano presenti ministri del governo: la polizia in assetto antisommossa ha bloccato gli studenti sul ponte di Via San Donato. Spintoni, cariche di alleggerimento e lancio di fumogeni.
A Torino, un gruppo ha eluso le barriere della stazione e ha occupato i binari di Porta Nuova: traffico ferroviario fermo per circa venti minuti. Idrovore e unità mobili sono state dispiegate per contenere la folla.
In più punti del corteo si leggevano scritte come:
“Il governo non ci può zittire.”
“Bloccateci i cortei, non le idee.”
Un movimento che non si ferma
Il No Meloni Day segna una nuova fase di mobilitazione: più radicale, più organizzata, più visibile.
Gli studenti parlano apertamente di un percorso lungo, non di una singola manifestazione:
“Questa è solo l’inizio. Non permetteremo che la scuola pubblica venga smantellata in silenzio.”
Intanto, il messaggio che arriva dalle piazze è inequivocabile: la generazione che subisce i tagli non ha intenzione di accettarli in silenzio.
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In conclusione, il No Meloni Day segna uno scarto di fase: dalla protesta rituale alla contestazione simbolica e organizzata, capace di imporre l’agenda su scuola, maturità, PCTO e priorità di bilancio. Le maschere, i roghi delle foto e gli slogan non sono solo provocazione: sono il tentativo di trasformare l’indignazione in narrativa politica contro tagli percepiti come regressivi e una gestione dell’ordine pubblico vista come repressiva.
Il bivio ora è chiaro: o il governo risponde con dati, risorse e un calendario di riforme (istruzione, diritto allo studio, sicurezza nei PCTO) mantenendo la piena tutela del diritto di manifestare, oppure il conflitto rischia di incancrenirsi e radicalizzarsi. Condannare le violenze è necessario; altrettanto necessario è ascoltare le ragioni sociali che hanno portato migliaia di studenti in piazza. Senza un cambio di passo, questa non sarà una parentesi: sarà l’inizio di un ciclo.



















