C’è prima l’immagine dell’incendio, poi la conferma che trasforma un raid in un caso politico e internazionale. A Gaza City è stato ucciso Mohammed Samir Washah, giornalista di Al Jazeera Mubasher, colpito mentre viaggiava in auto lungo la strada costiera. Secondo le autorità sanitarie locali e secondo la stessa emittente qatariota, il veicolo è stato centrato da un attacco israeliano e nell’esplosione è morta anche un’altra persona che si trovava con lui. Reuters riferisce che, nello stesso giorno, altri due palestinesi sono stati uccisi in un attacco separato nella parte centrale della Striscia.
Chi era Washah e perché la sua morte pesa più di una singola notizia
Washah lavorava per Al Jazeera Mubasher, il canale live dell’emittente, ed era uno dei giornalisti palestinesi impegnati a raccontare il conflitto dall’interno della Striscia. La sua uccisione non viene letta soltanto come un episodio di guerra: pesa perché colpisce ancora una volta un operatore dell’informazione in un teatro dove la libertà di stampa è da tempo sotto pressione estrema. Il Committee to Protect Journalists ha condannato il raid e ha inserito Washah in una giornata nera in cui sono stati uccisi tre giornalisti tra Gaza e Libano, parlando apertamente di un clima di crescente impunità.
La dinamica dell’attacco
Le ricostruzioni diffuse da TG La7 e da Reuters coincidono su un punto essenziale: l’auto su cui viaggiava Washah è stata colpita a Gaza City, lungo la zona occidentale della città, e l’impatto ha provocato un vasto incendio. Le immagini rilanciate dai media mostrano infatti il veicolo avvolto dalle fiamme. Al Jazeera ha parlato di un attacco compiuto da un drone israeliano, mentre le autorità mediche locali hanno confermato che Washah è morto sul colpo insieme a un altro passeggero.
La versione israeliana e la replica di Al Jazeera
Su questo punto si è subito aperto lo scontro più delicato. L’esercito israeliano aveva già accusato Washah, nel febbraio 2024, di essere legato all’ala militare di Hamas, sostenendo di aver trovato immagini che lo ritraevano mentre usava sistemi d’arma. Dopo la sua uccisione, media israeliani e fonti vicine all’IDF hanno rilanciato una linea ancora più dura, sostenendo che Washah fosse coinvolto nella produzione di razzi e armi e che sfruttasse il ruolo di giornalista come copertura. Al Jazeera e Hamas hanno però respinto queste accuse, definendole false e funzionali a giustificare un attacco contro un giornalista. Reuters segnala inoltre che, nell’immediatezza del raid, l’esercito israeliano non aveva fornito un commento completo richiesto dall’agenzia.
Un caso che va oltre la propaganda di guerra
È proprio qui che la vicenda assume un peso enorme. Per Israele, Washah non sarebbe stato un semplice reporter ma un militante attivo di Hamas. Per Al Jazeera, per le organizzazioni giornalistiche palestinesi e per i gruppi internazionali che monitorano la libertà di stampa, siamo invece davanti all’ennesimo caso in cui un giornalista viene ucciso e poi delegittimato post mortem con accuse che i diretti interessati non possono più confutare. In assenza, almeno per ora, di prove indipendenti pubblicamente verificate, il caso resta segnato da due narrazioni opposte: quella militare israeliana e quella delle organizzazioni che denunciano la sistematica esposizione dei reporter palestinesi a un rischio letale.
I numeri che rendono il caso ancora più grave
La morte di Washah non arriva in un vuoto. Secondo l’ufficio stampa di Gaza, il numero dei giornalisti palestinesi uccisi dall’ottobre 2023 è salito a 262, cifra ripresa anche da TG La7. Il Committee to Protect Journalists, che usa criteri propri e un conteggio distinto, parla invece di 223 operatori dei media uccisi nella regione dall’inizio della guerra, in gran parte per mano israeliana. Le differenze tra i conteggi non cancellano il dato politico centrale: il conflitto in corso ha prodotto una strage senza precedenti recenti per chi fa informazione sul campo.
Il problema della sicurezza dei reporter a Gaza
Da mesi Gaza viene descritta dalle principali organizzazioni per la libertà di stampa come uno dei luoghi più pericolosi al mondo per i giornalisti. Il CPJ ha parlato di una vera escalation di attacchi ai media e di una quasi totale assenza di accountability. Il fatto che Washah sia stato colpito mentre era in auto, e non durante uno scontro diretto sul fronte, rende ancora più forte la denuncia di chi parla di targeting deliberato o comunque di regole d’ingaggio che non proteggono chi documenta la guerra. Israele continua a negare di prendere di mira i giornalisti in quanto tali e sostiene di colpire soltanto combattenti o minacce operative.
Un raid che riaccende la questione del diritto internazionale
La reazione di Al Jazeera è stata durissima: l’emittente ha condannato l’attacco parlando di violazione del diritto internazionale e di aggressione contro la stampa. Non è una formula casuale. Quando un giornalista viene ucciso in un conflitto, la questione non riguarda soltanto la responsabilità del singolo raid, ma il rispetto delle norme che dovrebbero distinguere civili, operatori dei media e combattenti. Se l’accusa israeliana su Washah non venisse dimostrata in modo trasparente e verificabile, il caso finirebbe inevitabilmente per rafforzare l’idea che a Gaza l’informazione sia diventata essa stessa bersaglio.
La guerra continua e i giornalisti restano nel mirino
Il contesto generale rende il quadro ancora più cupo. Reuters riferisce che gli attacchi nella Striscia continuano nonostante i ripetuti tentativi di tregua e le accuse reciproche di violazioni. In questo scenario, i giornalisti palestinesi restano tra le figure più esposte: lavorano senza reali corridoi di sicurezza, spesso senza protezioni adeguate, in territori dove ogni spostamento può diventare fatale. La morte di Washah si inserisce dunque in una sequenza che non appare più episodica, ma strutturale.
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La morte di Mohammed Washah non è soltanto l’ennesima tragedia di Gaza. È un fatto che riapre una domanda pesantissima: in questa guerra si sta colpendo anche il diritto di raccontarla? Israele sostiene di aver eliminato un uomo legato ad Hamas; Al Jazeera e le organizzazioni per la libertà di stampa parlano invece di un giornalista ucciso mentre faceva il suo lavoro. In mezzo resta un dato indiscutibile: un altro reporter è morto, un’altra voce si è spenta, un altro pezzo di realtà sarà più difficile da documentare. Ed è proprio questo che rende la vicenda ancora più grave: quando i giornalisti cadono uno dopo l’altro, non muore solo chi racconta la guerra, si restringe anche la possibilità per il mondo di vedere davvero che cosa sta accadendo.

















