Pace in medioriente? Giuseppe Conte affonda l’esultanza di Giorgia Meloni – IL SUPER VIDEO

Roma — A margine di un punto stampa, Giuseppe Conte affila le parole sul dossier Gaza e sul ruolo dell’Italia. Per il leader del M5S, l’annuncio di un percorso di pacificazione è “finalmente una svolta”, ma Palazzo Chigi non può rivendicarne la paternità: “Vedo il governo sprizzare gioia a reti unificate e addirittura intestarsi il processo di pace. È un’operazione ridicola. Questo esecutivo dovrebbe intestarsi, semmai, il silenzio complice di fronte a due anni di genocidio”.

Quale ruolo per l’Italia (e l’UE)

Conte indica la rotta: sostenere, non primeggiare. L’Italia – insieme all’Unione europea – “deve assecondare il percorso” appena avviato, senza trasformarlo in una passerella. La priorità, insiste, è che l’intesa garantisca l’autodeterminazione del popolo palestinese e migliori in concreto la sua vita: “Basta speculazioni e calcoli, contano i bisogni reali”.

“Merito tardivo” agli USA, ma il motore sono state le piazze

Sul protagonismo americano, Conte concede un riconoscimento con caveat: “Il merito del processo va a Trump, seppure tardivo, perché finora gli Stati Uniti hanno garantito copertura politica e militare a Israele”. Poi ribalta la narrazione: “Se dobbiamo ringraziare qualcuno, ringraziamo i milioni di cittadini che hanno manifestato in tutto il mondo. La pressione delle opinioni pubbliche ha costretto i governi a capire che questa è una pagina orribile della nostra storia”.

Tenuta dell’accordo: tutto da dimostrare

Sulla durata e sulla sostanza del piano, Conte mantiene il freno tirato: “Lo dirà il tempo. Siamo all’inizio di una fase con molti passaggi delicati. Va verificato che la cornice tuteli davvero l’autodeterminazione e i diritti dei palestinesi”. Per garantire credibilità e tutela dei civili, rilancia l’idea di un board di garanti con figure di statuto morale altissimo (anche premi Nobel per la pace), capace di vigilare sull’attuazione “a beneficio dei palestinesi”.

Stoccata a Chigi

“Immagino che a Chigi in questi giorni si raccomandino a Washington per ottenere un posticino nel board, per completare la narrativa di protagonisti del processo di pace. Ma la storia non si cancella: da cittadino, per due anni mi sono vergognato di essere rappresentato da questo governo”.

Dopo Gaza, l’urgenza ucraina

Conte allarga lo sguardo: “Se potessi parlare con Trump adesso, gli direi che, accompagnata questa prima tappa, bisogna concentrarsi sul conflitto russo-ucraino e avviare un percorso di pacificazione anche lì. La spirale di minacce e controminacce ci porta verso un rischio di guerra senza confini. Serve un salto diplomatico, subito”.

Nel racconto di Conte, la pace non è un trofeo da esibire, ma un processo da presidiare. L’Italia dovrebbe smettere i panni del regista autoproclamato e indossare quelli del facilitatore credibile, dentro un quadro europeo, con garanzie indipendenti e parametri misurabili su diritti e sicurezza. Il plauso agli USA è condizionato e retrodatato; il vero motore – sostiene – sono state le piazze globali. La prova del nove arriverà nei prossimi mesi, sui fatti: passaggi umanitari, tutela dei civili, meccanismi di verifica, governance e ricostruzione. Se quella bussola reggerà, il “piano” potrà dirsi pace; altrimenti resterà retorica diplomatica. E, chiusa la pagina Gaza, avverte Conte, servirà lo stesso coraggio negoziale su Ucraina, per sottrarre l’Europa al pendio scivoloso dell’escalation.

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Il quadro che emerge è di un Paese polarizzato: governo forte nei numeri ma sotto accusa su trasparenza e confronto, opposizioni mobilitate su Gaza, Flotilla e manovra. Sullo sfondo, il rischio di “bavagli” nel dibattito (ddl antisemitismo/antisionismo) e una fiducia pubblica in calo. L’agenda reale resta economico-sociale—salari, sanità, scuola—mentre la politica si misura su simboli e narrazioni. La sfida ora è riportare il confronto ai fatti: atti, dati e responsabilità verificabili.

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