Eurovision 2026, Israele ammesso: Spagna capofila del boicottaggio. Irlanda, Olanda e Slovenia fuori dalla gara
La decisione dell’Unione europea di radiodiffusione (EBU) di confermare Israele tra i Paesi in gara all’Eurovision 2026, limitandosi a introdurre nuove regole sul voto ma senza mettere ai voti l’esclusione di Kan, ha innescato la prima frattura pesante nella storia recente del contest.
Nel giro di poche ore, quattro Paesi hanno annunciato il ritiro: Spagna, Paesi Bassi, Irlanda e Slovenia. Tutti motivano la scelta con la guerra a Gaza e l’impossibilità – a loro giudizio – di considerare neutrale la presenza israeliana in una manifestazione che si presenta come puramente culturale.
La Spagna, prima a legare la partecipazione all’esclusione di Israele
Il passo di Madrid non arriva a sorpresa. Già a metà settembre il consiglio di amministrazione di RTVE, la tv pubblica, aveva votato una risoluzione chiara: la Spagna non parteciperà né trasmetterà l’Eurovision 2026 se sarà ammessa Israele. Era il primo Paese del gruppo dei “Big Five” (Italia, Francia, Germania, Regno Unito e Spagna, i maggiori finanziatori) a subordinare la propria presenza all’uscita di Kan.
Con la conferma della partecipazione israeliana, RTVE ha trasformato l’avvertimento in decisione: niente delegazione spagnola a Vienna e nessuna diretta dell’evento. È la prima assenza della Spagna dal 1961, anno del suo debutto all’Eurovision.
Durante l’assemblea dell’EBU, il segretario generale di RTVE ha messo nero su bianco la posizione dell’emittente, esprimendo “seri dubbi sulla partecipazione dell’emittente israeliana Kan all’Eurovision 2026” e richiamando la situazione a Gaza e l’uso politico del concorso da parte di Israele. Secondo RTVE, in queste condizioni è impossibile conciliare la partecipazione con i valori del servizio pubblico.
Le parole (e la linea) di Pedro Sánchez
Sul piano politico, la scelta di RTVE si inserisce in una linea già tracciata dal governo Sanchez.
Già lo scorso maggio, il premier spagnolo aveva chiesto che Israele fosse esclusa dagli eventi culturali internazionali – Eurovision compreso – accusando l’Europa di usare “due pesi e due misure” rispetto a quanto fatto con la Russia dopo l’invasione dell’Ucraina. Per Sánchez, il mondo della cultura non può restare neutrale di fronte a quella che definisce una violazione grave dei diritti umani a Gaza.
Nei mesi successivi, il ministro della Cultura Ernest Urtasun ha ribadito pubblicamente che la Spagna avrebbe dovuto boicottare l’Eurovision se Israele fosse rimasta in gara, spingendo RTVE ad assumere una posizione formale.
Il risultato è che, al momento della decisione definitiva dell’EBU, Madrid non ha dovuto improvvisare: il boicottaggio era stato annunciato con largo anticipo ed è apparso come l’esecuzione coerente di una linea politica più ampia, che comprende il riconoscimento dello Stato di Palestina e la richiesta di sanzioni in altri ambiti sportivi e culturali.
Gli altri Paesi che si sfilano
Dopo la Spagna, Paesi Bassi, Irlanda e Slovenia hanno confermato a loro volta il ritiro. Le rispettive emittenti pubbliche – AVROTROS, RTÉ e RTVSLO – hanno diffuso note in cui parlano di incompatibilità tra la partecipazione all’Eurovision 2026 e i propri valori di servizio pubblico, alla luce della crisi umanitaria a Gaza e delle accuse di interferenze politiche e di propaganda rivolte a Israele.
Altri Paesi, come l’Islanda, avevano già ventilato l’ipotesi di un boicottaggio se Israele non fosse stata esclusa; per ora, però, non hanno ancora formalizzato il ritiro.
Un’Europa spaccata (e un segnale politico che va oltre la musica)
Sul fronte opposto, diversi governi – tra cui Germania e altri partner europei – hanno difeso la scelta di mantenere Israele in gara, sostenendo che l’Eurovision debba restare un evento “non politico” e che l’esclusione non farebbe che alimentare ulteriori divisioni.
La mossa di Madrid, accompagnata dal boicottaggio di Irlanda, Paesi Bassi e Slovenia, mette però in evidenza una frattura profonda: da un lato chi considera la neutralità culturale un principio assoluto, dall’altro chi ritiene che anche i palcoscenici musicali più pop debbano rispondere a criteri di coerenza con il diritto internazionale e i diritti umani.
Per la Spagna, che per decenni ha investito molto nell’Eurovision ed è tra i maggiori contribuenti del contest, rinunciare alla partecipazione non è un gesto simbolico a costo zero: è la scelta di usare proprio uno degli eventi più popolari d’Europa come leva politica per contestare il “doppio standard” applicato a Israele.
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La notizia che Israele sarà sul palco di Vienna nel 2026 non chiude la polemica, la apre.
Il boicottaggio guidato dalla Spagna – primo grande finanziatore a fare un passo indietro – trasforma l’Eurovision in un banco di prova della credibilità europea quando parla di diritti umani e di coerenza nelle sanzioni. Le parole e le prese di posizione di Pedro Sánchez, seguite dagli atti di RTVE, mostrano un governo disposto a pagare un prezzo anche mediatico pur di ribadire che “normalità” e “spettacolo” non possono scorrere come se nulla fosse mentre a Gaza si continua a morire.
Se e quanti altri Paesi sceglieranno di seguirne l’esempio dirà molto non solo del futuro dell’Eurovision, ma anche di quanto spazio resti, in Europa, per una diplomazia culturale che non si limiti agli applausi in platea.



















