È esploso un caso che non è più solo giudiziario, ma politico e culturale: nelle carte di un’inchiesta per stalking e diffamazione aperta dalla Procura di Monza contro tre attiviste femministe molto esposte mediaticamente, emergono chat private piene di insulti e attacchi personali rivolti a figure pubbliche di primo piano, tra cui il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e la senatrice a vita Liliana Segre. Le conversazioni, recuperate dai telefoni delle indagate e poi pubblicate in parte da Selvaggia Lucarelli, sono descritte dagli inquirenti come un “catalogo di aggressioni verbali”, al punto che alcune testate hanno parlato di un vero e proprio “commando femminista”.
Secondo quanto riportato da più fonti, nella chat – battezzata “Fascistella” – circolavano frasi pesantemente offensive verso Mattarella e Segre, insieme ad attacchi contro scrittori, giornalisti, politici, intellettuali e persino altre donne considerate “non allineate”. Tra i bersagli citati nelle ricostruzioni: Michela Murgia, Cecilia Sala, Roberto Saviano, Paolo Mieli, Fabio Fazio, Carlo Calenda, fino a personalità del mondo femminista e della sinistra culturale.
L’indagine di Monza: da una presunta campagna di stalking alla scoperta delle chat
Le chat non emergono dal nulla. Arrivano da un’indagine avviata dalla Procura di Monza che ipotizza, nei confronti di tre note figure dell’attivismo femminista digitale – Carlotta Vagnoli, Valeria Fonte e Benedetta Sabene – i reati di stalking e diffamazione aggravata. L’accusa nasce dal racconto di alcune persone che sostengono di essere state prese di mira da campagne mirate sui social, descritte dagli inquirenti come una pressione continua fatta di insulti pubblici, delegittimazione personale e isolamento sociale. In un caso, viene contestata addirittura una “gogna digitale” protratta per mesi.
Le tre sono accusate, in modo diverso, di aver contribuito a costruire e alimentare questa pressione, spesso giustificandola pubblicamente come lotta politica o “denuncia femminista”, ma che per la procura sarebbe sconfinata nell’intimidazione personale e nella distruzione di reputazione. L’inchiesta è ormai in fase avanzata: le indagini preliminari, secondo quanto riportato dalla stampa, risultano chiuse per almeno due delle attiviste, aprendo di fatto la strada all’eventuale richiesta di rinvio a giudizio.
È durante il sequestro e l’analisi dei dispositivi elettronici che gli inquirenti avrebbero trovato il gruppo di messaggistica “Fascistella”: poche persone, tono privato, nessun filtro. Ed è lì che compaiono gli attacchi a istituzioni e figure simbolo del Paese.
Chi c’era nella chat “Fascistella” e perché fa rumore
Nelle ricostruzioni giornalistiche, la chat viene descritta come uno spazio ristretto in cui circolano messaggi denigratori, battute violente, insulti sessisti e in alcuni casi antisemitici, rivolti anche a donne che pubblicamente le stesse attiviste dicevano di difendere o di stimare. Secondo le carte richiamate dai giornali, in quel gruppo si commentavano vicende personali e fragilità di persone esposte mediaticamente, con toni di disprezzo sistematico.
La chat non prendeva di mira solo “i potenti maschi”, come spesso narrato all’esterno, ma chiunque fosse considerato utile da colpire: politici, giornalisti, scrittrici, conduttori tv, intellettuali, altre attiviste. Tra i bersagli, secondo quanto pubblicato, figurano Mattarella – definito con epiteti volgari legati all’età – e Liliana Segre, per la quale sarebbe stato usato in privato un linguaggio che richiama esplicitamente l’antisemitismo, fino a chiamarla “vecchia nazi”, espressione che viene riportata nelle ricostruzioni come uno degli esempi più gravi.
Il dettaglio è particolarmente pesante per due motivi: primo, perché Sergio Mattarella è il Presidente della Repubblica, quindi rappresenta l’unità nazionale e la garanzia costituzionale; secondo, perché Liliana Segre è sopravvissuta alla deportazione, testimone della Shoah e senatrice a vita, da anni costretta perfino alla scorta per le minacce e gli attacchi d’odio ricevuti. L’uso di insulti che la associano in modo sprezzante al nazismo viene letto come un salto di livello nell’aggressività verbale, perché sfiora un territorio – l’odio antisemita – che in Italia è particolarmente sensibile e storicamente doloroso.
“Femminismo punitivo” o violenza digitale? Le due narrazioni che si scontrano
Le chat hanno aperto subito uno scontro pubblico. Da una parte, Selvaggia Lucarelli – la giornalista che ha reso pubblici i messaggi e che parla apertamente di “gogna digitale organizzata” – sostiene che quello che è emerso dimostra l’esistenza di una rete capace di usare il femminismo come scudo morale per legittimare una pratica aggressiva di attacco personale, umiliazione e isolamento sociale degli avversari (o anche solo delle persone ritenute non allineate). Secondo questa lettura, le parole emerse non sono sfogo privato, ma un pezzo del metodo.
Dall’altra parte, una delle attiviste coinvolte, Carlotta Vagnoli, ha accusato pubblicamente Lucarelli di aver diffuso materiale “selezionato ad arte”, parlando di “metodi fascisti e punitivi”, e sostenendo che le conversazioni sarebbero state estrapolate dal loro contesto emotivo e privato, rese pubbliche in modo da distruggere la loro credibilità politica e personale. Vagnoli e altre attiviste rivendicano di essere state sottoposte a una campagna di demolizione, e negano che ci sia mai stata una “cabina di regia” per perseguitare qualcuno.
In altre parole: per chi le accusa, quelle chat dimostrano l’esistenza di un piccolo gruppo che si sentiva intoccabile e che ha scambiato l’attivismo in violenza; per chi si difende, quelle chat sono materiale privato, sfoghi brutti ma personali, usati ora per crocifiggerle.
Il tema politico e simbolico: colpire Mattarella e Segre vuol dire colpire l’idea di limite
Tra tutte le frasi emerse, quelle che riguardano il Capo dello Stato e Liliana Segre sono diventate il detonatore mediatico. Non solo perché il livello dell’insulto è volgare e sprezzante, ma perché sposta la vicenda su un piano istituzionale e morale.
Sergio Mattarella, al Quirinale dal 2015, è considerato da molti un argine di stabilità nei momenti più tesi della politica italiana. Colpirlo con toni insultanti e irridenti, come riportano gli stralci di chat, è stato letto come un segnale di totale perdita del senso del limite, una specie di “nessuno è intoccabile”, trasformata però in attacco personale e non in critica politica.
Per Liliana Segre, il discorso è ancora più delicato. Segre è una sopravvissuta ai campi di sterminio nazisti, simbolo vivente della memoria della Shoah e della lotta contro l’odio. Associare il suo nome a slogan che richiamano il linguaggio nazista – come riportano gli atti citati dalla stampa – significa oltrepassare il confine tra satira feroce e insulto disumanizzante. Significa anche ignorare consapevolmente la storia personale di una donna che da anni denuncia l’odio online e che ha ricevuto minacce antisemite tali da richiedere protezione dello Stato.
Ecco perché il caso non resta confinato al mondo – spesso autoreferenziale – delle influencer militanti. Diventa immediatamente questione pubblica.
L’altro fronte: le altre vittime citate nelle chat
Le conversazioni finite agli atti non risparmiano nemmeno figure culturalmente vicine al mondo progressista. Secondo le ricostruzioni giornalistiche, nelle chat comparirebbero insulti anche nei confronti di Michela Murgia, scrittrice e attivista femminista scomparsa nel 2023, e di Cecilia Sala, giornalista, persino nei giorni in cui quest’ultima si trovava in carcere in Iran per motivi di lavoro. Le parole riportate sui giornali parlano di sarcasmo e attacchi personali anche in quei momenti di vulnerabilità.
Questa parte ha colpito molto l’opinione pubblica: viene descritta non una polemica politica, ma una forma di violenza tra donne verso altre donne. È stato detto apertamente che in quelle chat si respirava un clima di “gerarchia morale”, dove chi non era considerata allineata veniva delegittimata, ridicolizzata, umiliata, anche se apparteneva allo stesso campo culturale.
L’effetto immediato: scandalo mediatico e richiesta di conseguenze
L’uscita delle chat ha avuto un effetto immediato: richiesta di prese di posizione, richiami all’etica del dibattito pubblico e richiesta di responsabilità politiche e legali. Testate come ANSA, Corriere della Sera, RaiNews e altre hanno rilanciato la vicenda sottolineando la gravità degli insulti e la posizione delle tre attiviste, già formalmente indagate dalla magistratura.
In parallelo, è partita anche la dinamica opposta: c’è chi sospetta che la pubblicazione dei messaggi privati sia diventata a sua volta un modo per trasformare le indagate nel bersaglio di un linciaggio mediatico, legittimato dal fatto che “se lo meritano”. Ed è qui che il caso si fa ancora più complesso, perché il rischio è quello della catena infinita: violenza privata → contro-violenza pubblica → nuova polarizzazione.
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Conclusione | Oltre lo scandalo: che conversazione stiamo costruendo?
Questa vicenda racconta almeno tre cose che non possiamo ignorare.
La prima: l’odio verbale sta diventando normalizzato, anche negli spazi che dicono di volerlo combattere. Nelle chat “Fascistella”, secondo gli atti citati dalla stampa, donne che si definivano femministe e progressiste hanno usato contro altre persone – comprese altre donne – lo stesso arsenale di annientamento simbolico che dicono di voler smontare: umiliazione fisica, delegittimazione morale, disprezzo sociale, fino all’antisemitismo come insulto.
La seconda: l’idea che “in privato si può dire tutto” non regge più quando quel privato diventa parte di un’azione coordinata, percepita dalle vittime come persecuzione e finita in un’inchiesta per stalking. Quando il linguaggio viene usato come arma per colpire sistematicamente qualcuno, quel linguaggio entra nella sfera penale. È esattamente il terreno su cui si sta muovendo la Procura di Monza.
La terza: insultare Sergio Mattarella e Liliana Segre non è solo mancanza di rispetto verso due figure simboliche. È il segnale di una deriva in cui nessuna autorità, nessuna memoria, nessuna storia personale è più riconosciuta come limite. Se perfino la testimone della Shoah può essere liquidata con un insulto che richiama proprio il nazismo, allora vuol dire che il discorso pubblico sta entrando in una zona in cui tutto è lecito pur di demolire l’altro.
Questa non è solo una faida tra influencer. È una radiografia di come il linguaggio d’odio, quando viene sdoganato come “militanza”, smette di essere sfogo e diventa strumento di potere. E quando l’odio viene normalizzato anche tra chi dice di combatterlo, allora non c’è più nessuno che può dirsi al sicuro.



















