A quasi sette anni dal tragico crollo del Ponte Morandi di Genova, l’ex presidente del Consiglio e attuale leader del Movimento 5 Stelle, Giuseppe Conte, torna ad affrontare il tema con parole nette e un giudizio durissimo sull’intera vicenda. Lo fa nel corso della trasmissione “100 minuti” su La7, dove ripercorre i giorni immediatamente successivi alla tragedia del 14 agosto 2018 e le mosse del suo governo per affrontarne le conseguenze politiche, istituzionali e giuridiche.
“Un contratto vergognoso, frutto delle privatizzazioni”
Conte non usa mezzi termini per definire la convenzione tra lo Stato e Autostrade per l’Italia, la società all’epoca controllata dalla famiglia Benetton, responsabile della manutenzione e gestione del viadotto:
“Un obbrobrio giuridico, mai vista una cosa del genere nella mia carriera di giurista”.
L’ex premier parla di un contratto redatto in modo totalmente squilibrato a favore del soggetto privato:
“Una asimmetria inaccettabile: da una parte lo Stato in posizione di soggezione, dall’altra il privato con tutti i diritti, le facoltà, le convenienze economiche. Era una blindatura assoluta”.
Secondo Conte, quella convenzione risaliva al 2007, durante il secondo governo Prodi, ed è stata poi blindata nel 2008 con un decreto legge. “Quando arrivammo noi al governo, nel 2018, ci trovammo davanti a un sistema imbullonato. Il nostro Decreto Genova non poteva giuridicamente disinnescare del tutto quella situazione”, ha spiegato.
La scelta politica: “Avviare la revoca era un dovere dello Stato”
Il leader del M5s rivendica la linea di assoluta determinazione tenuta sin dalle prime ore successive al disastro:
“Non ci sono due Conte. C’è un premier che il 16 agosto, appena due giorni dopo il crollo, convoca un Consiglio dei Ministri a Genova per dare un messaggio chiaro: lo Stato c’è, lo Stato non può restare a guardare”.
Conte sottolinea che la revoca della concessione non fu solo un’ipotesi, ma un atto formalmente avviato:
“Ho dato da subito il segnale che saremmo andati avanti con la revoca. Se non lo avessi fatto, non avremmo mai ottenuto quel risultato. È stata una battaglia lunga, ma necessaria”.
La revoca fu portata avanti con determinazione anche nel periodo successivo al cambio di maggioranza di governo:
“Fino alla chiusura della vicenda nel Consiglio dei Ministri del 2020, c’è stato un unico Conte. Non ho mai smesso di credere nella necessità di voltare pagina”.
Benetton e i poteri forti: “Li ho sfidati, so quanto pesano”
Nell’intervista, Conte ha anche parlato esplicitamente della famiglia Benetton, all’epoca azionista di maggioranza di Atlantia, la holding che controllava Autostrade per l’Italia:
“I Benetton? Uno dei poteri forti d’Italia. Li ho toccati con mano. Hanno un’enorme capacità di influenza: basti pensare alla presenza pubblicitaria che hanno in tutte le testate, giornali, tv, media. Ma li abbiamo sfidati con coraggio”.
Il leader del M5s ha sottolineato come la battaglia per la revoca non fosse solo tecnica, ma profondamente politica, contro un sistema consolidato di potere economico e mediatico.
“Esporre lo Stato a 50 miliardi? Una scelta responsabile”
Conte ha infine chiarito il motivo per cui il suo governo non ha proceduto immediatamente alla revoca unilaterale del contratto:
“Se lo avessimo fatto in quel momento, senza una base giuridica solida, avremmo esposto lo Stato a un rischio economico di 40-50 miliardi di euro”.
Una scelta, quindi, dettata da responsabilità istituzionale, ma non meno efficace nei risultati finali:
“Il grande successo è stato mandarli a casa. Abbiamo fatto prevalere l’interesse pubblico sul privilegio privato”.
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Conclusione: un caso simbolo della nuova idea di Stato
L’intervento di Conte rilancia il caso Ponte Morandi come snodo simbolico del rapporto tra Stato e grandi concessionari privati:
una riflessione sulle distorsioni generate dalle privatizzazioni degli anni Duemila,
un richiamo al ruolo dello Stato nella tutela dell’interesse collettivo,
e una battaglia politica che ha contribuito a ridefinire il concetto stesso di responsabilità pubblica.
Oggi, ricorda Conte, la presenza dello Stato deve essere reale e concreta: “Di fronte a 43 vittime non bastano le parole. Lo Stato deve agire. E noi lo abbiamo fatto”.
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