Sigfrido Ranucci, storico conduttore di Report, torna a difendere la libertà del giornalismo d’inchiesta in Rai.
Ospite di Giovanni Floris a DiMartedì, su La7, il giornalista ha risposto alle accuse arrivate da Fratelli d’Italia nelle scorse settimane, dopo che il partito aveva presentato un’interrogazione parlamentare in Commissione di Vigilanza RAI per attaccare la trasmissione di Rai 3.
“Fratelli d’Italia – ha ricordato Ranucci – ha presentato un’interrogazione in Vigilanza in cui definiva Report una trasmissione ridotta a costruire teoremi fini a se stessi, utili solo a spargere fango. Ma noi abbiamo raccontato dei fatti, non delle opinioni. Fatti di interesse pubblico.”
L’attacco di Fratelli d’Italia e l’interrogazione in Vigilanza
L’interrogazione, firmata da alcuni senatori del partito di Giorgia Meloni e sostenuta anche dalla presidente del Senato Ignazio La Russa, accusava Report di condurre “inchieste politicamente orientate”, prive di rigore giornalistico e finalizzate — secondo la maggioranza — a colpire il governo.
Il caso era esploso dopo la puntata in cui la redazione di Ranucci aveva ricostruito la vicenda giudiziaria legata al padre della premier, coinvolto negli anni Ottanta e Novanta in un’inchiesta per traffico internazionale di droga.
Ranucci: “Abbiamo raccontato un fatto, non un’opinione”
A Floris, Ranucci ha risposto con toni fermi e argomentazioni precise:
“Noi abbiamo raccontato dei fatti. Qualcuno, invece, dovrebbe spiegare qual era l’interesse pubblico di parlare del padre della Meloni solo quando la notizia è uscita sui giornali spagnoli, lo scorso ottobre 2023. Il padre era stato coinvolto in un traffico di droga e arrestato. Questo lo hanno riportato testate estere. Noi abbiamo aggiunto un elemento in più, basato su una testimonianza verificata.”
Secondo quanto spiegato dal conduttore, l’inchiesta di Report ha riportato le parole di un collaboratore di giustizia, raccolte dal giornalista Giorgio Mottola, che collegavano il padre della premier a Michele Senese, boss della Camorra romana.
“Dalla testimonianza emerge che il padre di Giorgia Meloni era l’uomo che trasportava droga per conto di Senese. È un fatto che abbiamo documentato. Non un teorema, non un’opinione. Un fatto.”
Il tema dell’interesse pubblico
Durante l’intervento, Ranucci ha insistito sul valore pubblico dell’inchiesta, sottolineando che non si è trattato di un attacco personale o politico:
> “Quando raccontiamo storie che riguardano persone vicine o legate a figure di governo, non lo facciamo per diffamare, ma perché rientra nell’interesse pubblico sapere chi siano e che tipo di relazioni abbiano avuto. La premier e la sorella hanno dichiarato di non avere rapporti con il padre da quando avevano 14 anni. Lo abbiamo riportato chiaramente. Ma i fatti restano fatti.”
La difesa del giornalismo d’inchiesta
Il conduttore ha poi ricordato che Report è da sempre nel mirino della politica, soprattutto quando tocca temi scomodi per il potere:
“È normale che chi detiene il potere cerchi di delegittimare chi lo controlla. Ma il nostro compito è raccontare, non compiacere. E continueremo a farlo, anche se cercano di farci passare per una trasmissione di parte.”
Ranucci ha anche fatto riferimento alle pressioni interne alla Rai:
“Negli ultimi mesi, in azienda, sono arrivate richieste di cambiare titoli e contenuti. Ma non siamo qui per riscrivere la realtà. Report non costruisce teoremi, Report verifica i fatti.”
Un nuovo caso sulla libertà di stampa in Rai
Le parole di Ranucci arrivano in un momento di forte tensione dentro la televisione pubblica.
Solo pochi giorni fa, lo stesso conduttore aveva rivelato — durante un incontro alla Camera dei Deputati — che “in Rai mi hanno chiesto di togliere la parola genocidio dal titolo di una puntata su Gaza”.
Un segnale che, secondo molti osservatori, conferma la crescente pressione politica sulla libertà di informazione all’interno del servizio pubblico.
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L’intervento di Ranucci a DiMartedì è stato accolto da un lungo applauso del pubblico e ha rapidamente fatto il giro dei social.
Per il conduttore, la vicenda non è solo una questione personale, ma un principio da difendere:
“Noi raccontiamo la realtà, anche quando non piace. E continueremo a farlo, finché sarà necessario. Perché il giornalismo serve a questo: a informare i cittadini, non a proteggere il potere.”




















