In Campania la battaglia elettorale non passa solo attraverso comizi e programmi, ma anche attraverso l’immagine. E proprio sul terreno della comunicazione politica esplode una nuova polemica: Salvatore Granato, giovane candidato di Campania Popolare, denuncia quella che definisce una campagna “milionaria” messa in piedi dal fronte della destra e, in particolare, dal candidato Edmondo Cirelli.
Il nodo dello scontro? Manifesti elettorali e pubblicità su pullman di linea — un format costoso, lontano da una messaggistica popolare e accessibile.
“Cinquemila euro a settimana per apparire sui bus”
Il punto centrale della denuncia è stato espresso in pubblico con parole nette:
“Quelli più piccoli costano circa 5.000 euro per una settimana. Avete visto quei pullman a Napoli: milioni. Quelle facce sui mezzi sono le uniche che vedete, perché poi quella gente sparisce.”
Granato sostiene che la presenza massiccia dei manifesti del candidato Cirelli su autobus pubblici della città non sia solo una scelta comunicativa, ma una dimostrazione di potenza economica, in netto contrasto con l’idea di rappresentanza popolare.
Secondo il giovane candidato, questa visibilità non sarebbe frutto del sostegno dei cittadini, ma di una rete strutturata di sponsorizzazioni, apparati e finanziatori privati.
Una campagna “popolare” contro una macchina elettorale finanziata
Granato contrappone il suo metodo di finanziamento: donazioni dal basso, raccolte tramite crowdfunding.
“Noi non abbiamo questi soldi. Abbiamo lanciato una raccolta fondi perché i soldi che vogliamo sono quelli della nostra gente: cinque euro, dieci euro. Loro hanno dietro finanziatori, noi abbiamo la gente comune.”
La narrazione è chiara: da una parte un sistema alimentato da risorse private e grande distribuzione del messaggio politico; dall’altra una campagna costruita “strada per strada”, con il contributo economico dei cittadini.
“Aiutateci. La nostra forza siete voi”
Il discorso si conclude con un appello:
“Donate, aiutate questo progetto di campagna popolare, perché la nostra forza siete voi.”
E mentre parla, Granato cita proprio un’immagine diventata simbolica:
“Guardate Gilead, la prima faccia su quei pullman era quella di Cirelli. Io quei mezzi non li avrò mai.”
La frase è destinata a diventare un frame politico: da una parte la politica come investimento, dall’altra la politica come partecipazione.
La destra tace, ma la polemica cresce
Al momento non è arrivata una replica ufficiale da parte di Cirelli o del suo staff. Ma sui social la denuncia corre, amplificando il messaggio:
chi paga davvero la campagna politica?
In un clima dove trasparenza, accesso equo al confronto pubblico e peso economico delle candidature sono temi sempre più rilevanti, l’intervento di Granato potrebbe aprire una discussione più ampia:
la democrazia è ancora una gara di idee o sta diventando una gara di budget?
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In questo quadro, la denuncia di Granato va oltre la polemica sui manifesti e sui bus: diventa un atto d’accusa contro una politica che sembra sempre più dipendere dalla capacità di “comprare” visibilità, invece che di conquistarla con il lavoro sul territorio. La contrapposizione tra pullman brandizzati e crowdfunding da 5 o 10 euro restituisce l’immagine di una competizione squilibrata, in cui chi dispone di reti di finanziatori e apparati parte con un vantaggio strutturale nel presidiare lo spazio pubblico, fisico e mediatico.
Resta così sospesa una domanda scomoda, che la campagna di Granato porta al centro del dibattito: le elezioni sono ancora una gara di idee, oppure stanno diventando soprattutto una gara di budget? Finché a riempire gli autobus saranno quasi solo i volti di chi può permetterselo, il rischio è che la rappresentanza “popolare” resti confinata ai marciapiedi, alle piazze e alle bacheche digitali, mentre il racconto visivo della politica continuerà a parlare il linguaggio di chi ha più soldi, non necessariamente di chi ha più consenso reale.



















