Sigfrido Ranucci torna al centro di una tempesta che non riguarda solo Report, ma il clima complessivo dentro la Rai. Il punto di rottura, stavolta, è arrivato dopo una puntata de Lo Stato delle Cose di Massimo Giletti, in cui sono state mostrate chat attribuite a Ranucci e a Maria Rosaria Boccia e in cui compare il riferimento a una presunta “lobby gay”. Da lì si è innescata una sequenza di reazioni che, secondo il giornalista, ha finito per trasformarsi in un assalto concentrico: accuse di omofobia, polemiche interne all’azienda, e soprattutto una contesa che Ranucci descrive come profondamente “strumentalizzata”.
Nel racconto che emerge dall’intervista citata, l’aspetto più dirompente non è solo lo scontro personale con Giletti, ma la cornice: l’idea che una parte della Rai, oggi, sia percepita come “asservita al governo” e che un caso televisivo diventi immediatamente una guerra di posizione dentro il servizio pubblico. Non una normale dialettica tra programmi, ma un regolamento di conti che mette in discussione l’immagine stessa dell’azienda.
Le chat mostrate in tv e l’accusa di omofobia: la linea di difesa di Ranucci
La contestazione che rimbalza attorno a Ranucci nasce da ciò che Giletti ha mandato in onda: messaggi “presumibilmente” intercorse con Maria Rosaria Boccia, nei quali si parlerebbe di una “lobby gay”. La conseguenza politica e mediatica è stata quasi automatica: a Ranucci viene rivolta da più parti l’accusa di omofobia. Ed è qui che il conduttore di Report risponde con una negazione netta, cercando di spostare il terreno dal frame emotivo (l’etichetta infamante) al profilo complessivo della sua storia professionale.
La sua posizione, per come viene riportata, è chiara: “Accusarmi di omofobia significa non conoscere la mia storia”. Un’affermazione che non serve soltanto a respingere l’accusa, ma a ribaltarla: non è lui a dover dimostrare qualcosa, sono gli accusatori – implicitamente – a dover spiegare perché si stia scegliendo proprio quel bersaglio, proprio in quel modo, proprio adesso.
“In un’altra Rai non sarebbe mai accaduto”: la denuncia sul clima interno
Il passaggio più politico dell’intervento di Ranucci riguarda però la Rai stessa. Nella sua lettura, non siamo davanti a una normale polemica tra due programmi, ma a un’anomalia strutturale: la sensazione di “attacchi scomposti” e di un livello di conflittualità interna che, in passato, non sarebbe stato tollerato né alimentato.
Quando dice “In un’altra Rai non sarebbe mai accaduto”, non sta parlando solo di sé: sta evocando un modello di servizio pubblico che tutelava i suoi volti e metteva al centro una logica aziendale meno fratricida. È questo il cuore del ragionamento: il paradosso non è che si litighi, ma che si litighi “da dentro”, con una violenza mediatica che produce danni prima di tutto al marchio Rai e alla credibilità del sistema informativo.
Il punto di rottura con Giletti: “Non ho parlato di lobby gay, ma di Marco Mancini”
Dentro la bagarre, Ranucci individua un nodo che considera decisivo: la natura dell’accusa reciproca. Giletti, secondo quanto riportato, ha parlato di “libertà di informazione” e di “delusione umana” nei confronti di Ranucci. La replica del conduttore di Report, però, punta altrove e soprattutto alza la posta.
Ranucci sostiene infatti di non aver accusato Giletti di far parte di una “lobby gay”, ma di essere “amico e al servizio di Marco Mancini”. È una frase che cambia completamente il perimetro della contesa: non più una polemica identitaria e morale, ma un terreno politico e di relazioni. In altre parole, la battaglia non sarebbe sulla definizione più scandalistica (la “lobby”), bensì su un tema “ben più grave”, perché chiamerebbe in causa rapporti, reti, protezioni, e dunque la sostanza del potere che si muove attorno all’informazione.
Ed è esattamente questo spostamento che rende lo scontro più esplosivo: se si resta sul piano dell’insinuazione “lobby gay”, la partita è tutta reputazionale; se si passa al tema “Mancini”, la partita diventa di sistema.
“Se parli di me fai ascolti”: l’argomento audience e il ruolo di Report
Ranucci introduce poi un’altra chiave di lettura che, nella dinamica televisiva, è quasi sempre quella che regge le campagne: l’audience. La sua tesi è che una parte degli attacchi sia alimentata anche da un motivo “basico”: Report fa ascolti, e quindi “se parli di me fai ascolti”. Non è solo una difesa personale; è un’accusa indiretta al meccanismo: usare Report (e la sua centralità) come bersaglio utile a produrre visibilità e guadagnare spazio nella competizione interna.
In questo quadro, Ranucci rivendica anche la forza del suo programma come “trasmissione di approfondimento” con alto gradimento e forte movimento social, attribuendo il merito non a una figura singola ma al “gruppo” che avrebbe portato avanti Report “con coraggio e indipendenza nella continuità”. È un modo per proteggere il programma dall’idea che lo scontro sia solo tra due conduttori: se attacchi Ranucci, sta dicendo, attacchi un impianto editoriale e una squadra.
Il contesto: una polemica che diventa caso aziendale
Il punto finale – e più pesante – è che questo scontro, nato da una puntata e da chat messe in tv, si trasforma in un caso che travalica i palinsesti. Perché quando un giornalista del servizio pubblico dice che la Rai è “percepita come completamente asservita al governo”, e quando la polemica rimbalza “dentro” l’azienda con toni che lui definisce anomali, la questione non è più solo televisiva: diventa istituzionale.
E qui si capisce perché Ranucci descriva tutto come una “strumentalizzazione”: non sta contestando soltanto l’attacco mediatico, ma il fatto che venga usato per costruire una narrazione che indebolisce Report e, insieme, normalizza l’idea di una Rai divisa, litigiosa, e incapace di difendere la propria credibilità quando l’attenzione pubblica si concentra su di essa.
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Il caso Ranucci–Giletti, per come si sta configurando, è diventato una guerra di cornici. Da una parte c’è la versione più “semplice” e più virale: le chat, la presunta “lobby gay”, l’accusa di omofobia. Dall’altra c’è la versione che Ranucci tenta di imporre: non è quello il cuore della storia, la storia è l’uso politico e mediatico di una polemica per colpire un programma, dentro una Rai che lui descrive come cambiata e attraversata da attacchi “scomposti”.
E soprattutto c’è quel passaggio che rende tutto più serio: quando la disputa non gira più attorno alle etichette, ma al nome di Marco Mancini e al tema di chi sarebbe “amico e al servizio” di chi. È lì che la polemica smette di essere un duello televisivo e diventa, apertamente, una contesa su influenze, rapporti e potere dentro e attorno al servizio pubblico.



















