Ranucci deve andare ancora in TV a denunciare Tutto – Ecco il nuovo accaduto col Garante VIDEO

Il contesto: l’authority della privacy travolta dallo scandalo

Sigfrido Ranucci, conduttore di Report, torna all’attacco del Garante per la protezione dei dati personali. Lo fa in diretta tv, rivolgendosi a Lilli Gruber, nel pieno della bufera che ha travolto l’Authority dopo le rivelazioni sul tentativo – attribuito all’ex segretario generale Angelo Fanizza – di controllare posta elettronica, accessi vpn e cartelle condivise dei dipendenti.

Nel frattempo, quei dipendenti hanno scritto una lettera durissima contro il Collegio, chiedendone le dimissioni. Ed è proprio partendo da quella lettera che Ranucci, collegato in studio, pronuncia il suo “messaggio shock”: un atto di accusa contro chi dovrebbe essere il custode della privacy in Italia.

“Non sapevano nulla?” Ranucci: «Sarebbe ancora più grave»

La domanda da cui parte il confronto è semplice: i componenti del Collegio del Garante sostengono di non sapere nulla della richiesta di Fanizza di “estrarre” i dati dei lavoratori.
Ranucci non ci sta:

«Io non credo che quelli del collegio non sapessero perché sarebbe grave, cioè se il collegio dei garanti non sapesse che cosa avviene all’interno dell’ufficio del garante, già lì c’è un problema e dovresti prenderne atto che non ha il controllo dell’ufficio».

Se davvero fosse così – suggerisce il giornalista – ci troveremmo davanti a un doppio fallimento: o il Collegio sapeva e ha lasciato correre, oppure non sapeva e ha perso il controllo dell’apparato che dovrebbe dirigere. In entrambi i casi, l’immagine di indipendenza e autorevolezza dell’Authority ne uscirebbe seriamente compromessa.

Il paradosso istituzionale: «Il garante che chiede di violare la privacy»

Il cuore dell’intervento è il paradosso che Ranucci mette in fila in pochi secondi:

«Qui siamo arrivati al paradosso che il garante della privacy, che deve tutelare la privacy dei cittadini, ha chiesto di violare la privacy dei dipendenti».

Secondo il racconto di Report, la richiesta di controllare mail, accessi e dati interni sarebbe stata fermata da un dirigente del reparto informatico, cioè proprio da chi avrebbe dovuto materialmente eseguire quell’ordine.

Ranucci ricostruisce così quel momento:

il dirigente, spiega, avrebbe detto: «Guardate che mi state chiedendo una cosa che è fuori dalla legge, fuori dalle regole dello stesso garante».

Un ribaltamento dei ruoli: non è l’Authority a difendere la privacy, ma un funzionario tecnico a dover ricordare ai vertici che stanno andando oltre la legge. Un dettaglio che, per il conduttore di Report, dice moltissimo sullo stato di salute dell’istituzione.

La lettera dei dipendenti e la domanda chiave: perché il Collegio non lascia?

Nel suo intervento, Ranucci richiama la lettera con cui i dipendenti del Garante hanno chiesto le dimissioni dell’intero Collegio. È un passaggio cruciale: non è più solo la politica a chiedere un passo indietro, ma chi in quell’ufficio lavora ogni giorno.

Il giornalista ricorda anche le parole del presidente Pasquale Stanzione al Tg1, quando aveva spiegato che non ci si può dimettere “se lo chiede la politica”, perché questo renderebbe meno credibile l’indipendenza dell’Authority. Ma ora, sottolinea Ranucci, la richiesta non arriva da un partito:

«Ora lo chiedono i loro stessi dipendenti con accuse molto gravi».

Da qui la domanda che resta sospesa, ma è il filo conduttore del suo intervento: se il problema non è la pressione politica, che cosa trattiene allora il Collegio nelle proprie poltrone, nonostante la frattura interna e la sfiducia dei lavoratori?

Il nodo dei 50 milioni: può lo Stato finanziare ancora così l’Authority?

Ranucci sposta poi il discorso su un piano ancora più concreto: quello economico. Ricorda che l’ufficio del Garante, tra strutture, personale e attività, costa circa 50 milioni di euro l’anno, finanziati dal bilancio pubblico.

Da qui un’altra domanda, rivolta direttamente alla politica:

«Può continuare il governo a finanziare un ufficio che funziona in questa maniera?»

Nel ragionamento del conduttore il punto è netto: se il Garante non riesce a garantire il rispetto della privacy al proprio interno, se nasce un “tentativo di spiare i dipendenti” e se i lavoratori stessi chiedono le dimissioni del Collegio, diventa inevitabile interrogarsi sulla legittimità di un finanziamento così ingente senza alcun segnale di discontinuità.

“Pianisti sul Titanic”: il paragone che brucia

L’Authority, però, tira dritto. Ranucci lo sottolinea: nonostante lo scandalo sul tentativo di controllo dei lavoratori e la rivolta interna, il Collegio ha appena nominato un nuovo segretario generale e procede come se nulla fosse.

È qui che il giornalista ricorre a una delle immagini più forti dell’intervento:

«Continuano come Teodor Berle, il pianista del Titanic che sta lì a suonare mentre la nave affonda per mantenere l’ordine».

Un paragone che non ha bisogno di spiegazioni: il collegio dei garanti viene descritto come un gruppo di ufficiali che, mentre la struttura istituzionale perde credibilità e fiducia, resta al suo posto e si limita a “suonare” per dare l’impressione che tutto sia sotto controllo.

E la domanda finale di Ranucci, quasi sussurrata ma pesantissima, è:

«Allora c’è da chiedersi: ma l’ordine di chi? Ma l’ordine di chi?»

Non una semplice battuta, ma il sospetto che, dietro la scelta di non dimettersi, ci sia più la difesa di equilibri e interessi che quella della funzione di garanzia.

Una crisi di credibilità che investe non solo il Garante

Il messaggio lanciato da Ranucci in diretta va oltre il caso personale di Fanizza o il singolo episodio del tentativo di controllo dei dipendenti. L’idea di fondo è che l’Authority per la privacy, nata per tutelare i diritti dei cittadini in uno dei campi più sensibili – il trattamento dei dati personali – stia attraversando una crisi di credibilità senza precedenti.

Se il garante è accusato di voler violare la privacy dei propri lavoratori, se a fermarlo deve essere un dirigente tecnico, se i dipendenti chiedono le dimissioni dei vertici e il Collegio non arretra di un passo, il corto circuito è evidente: chi dovrebbe vigilare sugli altri sembra incapace di vigilare su sé stesso.

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Alla fine del suo intervento, Ranucci non offre soluzioni, ma lascia sul tavolo una serie di interrogativi che ora non riguardano più solo Report o i dipendenti del Garante, ma l’intero sistema istituzionale.

Il governo può continuare a finanziare con 50 milioni di euro l’anno un’Authority che, secondo il racconto dei lavoratori e le inchieste giornalistiche, non garantisce trasparenza al proprio interno?
Il Collegio può ignorare la sfiducia dei dipendenti e proseguire come se nulla fosse accaduto?
E soprattutto: se la privacy non è protetta nemmeno dentro il palazzo che dovrebbe difenderla, quale messaggio arriva a cittadini, aziende, pubbliche amministrazioni?

Il “messaggio shock” di Sigfrido Ranucci non è solo un atto d’accusa, ma un banco di prova per la tenuta delle istituzioni di garanzia: perché se il Garante della privacy perde fiducia e autorevolezza, a rischiare non è solo un ufficio, ma un intero pezzo di Stato di diritto.

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