Lo scandalo non è ancora esploso in forma completa, ma l’anticipazione diffusa da Report basta già a generare un terremoto politico. Sigfrido Ranucci, volto e curatore del programma d’inchiesta di Rai3, pubblica un estratto della nuova puntata e apre uno scenario inquietante: secondo quanto riportato, all’interno del Garante per la Protezione dei Dati Personali, alcuni membri del collegio avrebbero consentito l’accesso a soggetti esterni per tentare di violare server interni con l’obiettivo di identificare presunte “talpe”.
Un’accusa gravissima, soprattutto perché riguarda proprio l’istituzione chiamata a garantire la tutela dei dati personali dei cittadini, degli enti pubblici e delle imprese italiane. La vicenda, se confermata, mette in discussione non solo l’affidabilità tecnica dell’Authority, ma la sua stessa legittimazione democratica.
L’accusa: accessi esterni ai sistemi del Garante
Stando a quanto anticipato da Report, membri del collegio avrebbero autorizzato l’ingresso di persone non appartenenti all’organico del Garante per condurre operazioni sui server interni. Non un intervento tecnico di manutenzione, ma – secondo la ricostruzione – un tentativo di rintracciare presunte fonti interne responsabili di alcune fughe di informazioni.
Se questo scenario fosse confermato, emergerebbe un quadro surreale: la stessa istituzione deputata alla difesa dei dati potrebbe aver favorito una violazione dei propri sistemi informatici, per finalità non istituzionali.
Non solo un possibile abuso di potere, ma una contraddizione etica e funzionale senza precedenti.
Cosa riporta Report:
“I garanti della privacy avrebbero favorito l’accesso di soggetti estranei negli uffici dove sarebbero rimasti tutta la notte per effettuare bonifiche e cercare chi tra i dipendenti forniva notizie a Report. Se fossero stati violati i server e le mail dei dipendenti si configurerebbe il reato di violazione e accesso abusivo alle reti informatiche e telematiche.
La reazione politica: il M5S chiede le dimissioni
La risposta del Movimento 5 Stelle è immediata e durissima. In una nota diffusa dai componenti pentastellati della Commissione di Vigilanza Rai si legge:
“Questa mattina è stata pubblicata un’anticipazione della trasmissione Report da cui emerge che i membri del collegio avrebbero permesso l’ingresso di soggetti estranei per tentare di violare server interni con l’obiettivo di individuare presunte talpe. Un quadro che, se confermato, rappresenterebbe il game over definitivo sulla credibilità e sull’agibilità di questa istituzione.”
Il Movimento non usa mezzi termini: dimissioni immediate e totali del collegio del Garante della Privacy.
La domanda finale è la più pesante:
“Il governo sapeva?”
Un interrogativo che porta il caso fuori dal recinto dell’Autorità e lo trasforma in questione politica nazionale.
Una crisi che arriva dopo settimane di tensioni
Il Garante per la Privacy è già stato al centro di polemiche negli ultimi mesi: dalle controversie sul trattamento dei dati per l’uso dell’intelligenza artificiale, ai rapporti con strutture istituzionali e alle accuse di conflitti interni. Ma questa volta la natura dello scandalo è differente: non si tratta di divergenze interpretative o orientamenti tecnici, bensì di un presunto atto diretto e consapevole di violazione.
Un paradosso istituzionale che espone l’Italia a un imbarazzo anche internazionale: la tutela dei dati personali è un pilastro della normativa europea, con organismi indipendenti chiamati a vigilare su sicurezza, trasparenza e diritti degli utenti. La Commissione UE e il Board europeo della protezione dei dati (EDPB) seguono costantemente la situazione italiana: non è escluso un intervento formale in caso di conferme.
Le implicazioni legali: un caso senza precedenti
Se le accuse di Report venissero confermate, due fronti si aprirebbero inevitabilmente:
Penale: violazione dei sistemi informatici, abuso d’ufficio, violazione delle norme sul trattamento dei dati.
Istituzionale: commissariamento dell’Authority, dimissioni del collegio, richiesta di chiarimenti in Parlamento.
Perché qui non si parla di un problema interno: si parla dell’ente che certifica e controlla la legalità altrui.
Il caso sollevato da Ranucci non è un’esagerazione televisiva né una provocazione satirica. È una denuncia che tocca il cuore dello Stato di diritto: se chi deve controllare la sicurezza dei dati li mette a rischio, il problema non è solo tecnico, ma democratico.
Nei prossimi giorni la vicenda finirà in Parlamento. Il governo sarà chiamato a rispondere. Il Garante dovrà chiarire, con trasparenza totale.
Perché un’istituzione che protegge la privacy non può avere zone d’ombra. E se ombre ci sono, vanno illuminate subito.
La credibilità del sistema passa da qui.
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Quello che accadrà ora non riguarda soltanto la tenuta di un’autorità tecnica, ma la capacità dello Stato di dimostrare che le regole valgono per tutti, soprattutto per chi è chiamato a farle rispettare. L’inchiesta di Report apre una crepa che non potrà essere coperta con comunicati o silenzi istituzionali: serviranno verifiche, responsabilità e, se necessario, un reset completo della governance del Garante. Perché nella tutela dei dati — come nella democrazia — la fiducia è tutto. E una volta incrinata, non si ricostruisce con le parole, ma con trasparenza, atti concreti e verità.



















