I componenti del Movimento 5 Stelle in Commissione di Vigilanza contestano le parole del direttore de “Il Giornale”, pagato dal servizio pubblico: “Denigra una trasmissione di punta”. Nel mirino l’inchiesta sul presunto software installato sui pc della Giustizia e lo scontro politico-mediatico che ne è seguito
Un nuovo capitolo, e toni che si fanno sempre più duri, nella guerra di nervi attorno a Report, la trasmissione di Rai 3 guidata da Sigfrido Ranucci, finita al centro di una polemica politica dopo l’inchiesta sul presunto software capace di consentire accessi da remoto ai computer dell’amministrazione giudiziaria. In una nota diffusa oggi, 24 gennaio, gli esponenti del Movimento 5 Stelle in Commissione di Vigilanza Rai accusano Tommaso Cerno, direttore de Il Giornale e collaboratore esterno retribuito dalla Rai, di essere tornato ad attaccare Report “deformando la realtà” e chiedono apertamente all’azienda di intervenire: “A Viale Mazzini nulla da dichiarare?”.
La scintilla: l’intervista a Udine con Nordio e il “ritorno” degli attacchi
Secondo la ricostruzione del M5S, Cerno sarebbe intervenuto ieri a Udine, nel corso di un’intervista con il ministro della Giustizia Carlo Nordio, tornando a puntare il dito contro la trasmissione di Rai 3. Nella nota, i parlamentari parlano di un copione che si ripete: “Ci son cascato di nuovo…”, scrivono richiamando ironicamente un brano di Achille Lauro, per sottolineare che l’affondo non sarebbe un episodio isolato ma l’ennesima puntata di una sequenza.
La contestazione è precisa: Cerno avrebbe attribuito a Report l’accusa di aver addossato al governo Meloni l’installazione di un presunto “software spia” sui computer della Giustizia. Per i cinque stelle, però, questa sarebbe una rappresentazione scorretta.
“Falso”: M5S cita i contenuti di Report e parla di “realtà deformata”
Il punto centrale della nota è l’accusa di mistificazione. I componenti M5S sostengono che Report non avrebbe imputato all’attuale esecutivo l’installazione del sistema, ma semmai avrebbe puntato il faro sull’inerzia successiva alla segnalazione del caso, emersa — dicono — nel 2024 con l’intervento di un’importante Procura. A sostegno, richiamano i contenuti pubblicati direttamente dalla trasmissione sui social.
Il quadro generale, però, è più ampio e nasce da giorni di scontro. L’inchiesta di Report — e la reazione politica — ha trovato spazio su più testate: la vicenda riguarda la presenza, su migliaia di postazioni informatiche della giustizia, di strumenti che secondo la trasmissione potrebbero consentire forme di controllo remoto, mentre il ministero e il ministro Nordio respingono l’impostazione parlando di allarme infondato e di sistemi legati alla gestione e alla sicurezza informatica.
Il contesto: l’inchiesta di Report e lo “scontro sul software”
A rendere il caso politicamente esplosivo è proprio la natura dell’oggetto contestato: un sistema informatico che — nella ricostruzione della trasmissione — sarebbe presente su circa 40mila computer dell’amministrazione giudiziaria, e che potrebbe consentire accessi da remoto. Su questa impostazione si è innestata la replica del ministro Nordio e un confronto pubblico molto acceso.
Negli ultimi giorni diversi media hanno provato a spiegare “che cos’è” il software al centro del caso, riportando posizioni differenti: dalla lettura di Report, alle smentite del ministero, fino alle valutazioni tecniche su strumenti comunemente usati per gestione e manutenzione informatica.
È dentro questa cornice che i cinque stelle collocano l’uscita di Cerno: non una critica generica a un programma, ma l’ennesimo attacco che — secondo loro — altera i termini del dibattito e colpisce un pezzo “identitario” dell’offerta informativa del servizio pubblico.
“È ammissibile che un giornalista pagato dalla Rai denigri una trasmissione Rai?”
La domanda che il Movimento 5 Stelle pone, con tono volutamente provocatorio, è soprattutto di compatibilità: può un giornalista che lavora per il servizio pubblico (anche come esterno) “permettersi più e più volte di denigrare pubblicamente” una trasmissione di punta del servizio pubblico stesso?
È un passaggio che trasforma la polemica da scontro editoriale a questione di governance: non si discute solo di Report e del merito dell’inchiesta, ma del rapporto tra un collaboratore retribuito e l’immagine complessiva dell’azienda.
E non è la prima volta che la questione esplode. Nei primi giorni di gennaio, infatti, si era già registrato un duro botta e risposta tra esponenti M5S in Vigilanza, Cerno e ambienti della maggioranza, con repliche incrociate che tiravano in ballo libertà di espressione, pluralismo e codice etico.
L’affondo più pesante: “Metodo Boffo” e “qualunquismo”
Nella nota di oggi i toni salgono ancora: i cinque stelle parlano di una “scadente riedizione del metodo Boffo” e di “qualunquismo e imprecisioni” che avrebbero poco a che fare con la deontologia giornalistica. È un’accusa politicamente pesante, perché richiama una stagione di attacchi mediatici percepiti come delegittimazione personale, e perché sposta il discorso dal merito (l’inchiesta) alla condotta (come si colpisce chi fa l’inchiesta).
È qui che arriva la richiesta finale: la Rai deve dire qualcosa? È un modo per chiamare in causa direttamente i vertici aziendali e chiedere se intendano intervenire o almeno prendere posizione rispetto alle esternazioni del collaboratore esterno.
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La Rai al bivio: silenzio, chiarimento o scontro istituzionale?
La mossa del Movimento 5 Stelle mira a ottenere una risposta pubblica dell’azienda, ma soprattutto a far emergere un nodo: il servizio pubblico è un ecosistema dove convivono pluralismo, libertà di critica e responsabilità interna. Il confine tra critica legittima e delegittimazione — specialmente quando riguarda una trasmissione “di casa” — è esattamente ciò che oggi viene messo sotto pressione.
Intanto il caso Report, nato dall’inchiesta sul “software” e deflagrato in polemica politica, continua ad allargarsi: non è più soltanto un confronto tra una trasmissione e un ministero, ma un cortocircuito tra informazione, politica e governance del servizio pubblico, destinato a pesare anche sui lavori (e sugli equilibri) della Vigilanza Rai.


















