Ranucci va in TV a denunciare tutto. Ecco cosa rivela in diretta. Dopo il servizio contro il Gov.. VIDEO

A pochi giorni dall’attentato che ha distrutto la sua automobile e quella della figlia, Sigfrido Ranucci, conduttore e autore di Report, è tornato a parlare pubblicamente. Lo ha fatto ospite di Lilli Gruber a Otto e Mezzo su La7, raccontando con voce stanca ma ferma le ore di paura e una lunga scia di episodi inquietanti che lo avevano già messo in allarme da tempo.

“Da due anni la mia scorta aveva segnalato persone che mi seguivano e mi riprendevano – ha rivelato –. Li vedevano in macchina o nei pressi dei miei appuntamenti, collegati con auricolari mentre incontravo delle fonti importanti. Erano chiaramente in contatto con qualcuno.”

“Persone sospette mi seguivano. Sapevo che qualcosa non andava”

Il racconto di Ranucci ha lasciato lo studio in silenzio. Il giornalista ha descritto una situazione di pressione costante, in cui la libertà di lavorare serenamente era ormai compromessa.

“Non posso dire di essere sorpreso. Avevo notato troppe stranezze negli ultimi tempi: auto che mi seguivano, persone ferme sotto casa o vicino ai luoghi in cui incontravo le fonti.
La mia scorta aveva già redatto rapporti e segnalazioni ufficiali. Purtroppo, si è arrivati all’escalation che abbiamo visto.”

Quando Lilli Gruber gli ha chiesto come stesse dopo la notte dell’attentato, Ranucci ha risposto con una punta di amara ironia:

“Come sto? Senza aver dormito e con due macchine in meno.”

“Nessuna telecamera fuori casa: una scelta di riservatezza”

Durante l’intervista, la conduttrice gli ha chiesto come mai non ci fossero telecamere di sorveglianza né davanti né intorno alla sua abitazione di Campo Ascolano, alle porte di Roma.
Ranucci ha spiegato che si è trattato di una scelta personale, ma anche di una carenza istituzionale:

“Non ho installato telecamere per una questione di privacy. Ma va detto che nella mia zona non c’è un sistema di sorveglianza comunale. È un’area complessa, con episodi di spaccio, la presenza di persone sottoposte a soggiorno obbligato e collegamenti con il narcotraffico di matrice albanese. Una realtà difficile, che ho raccontato in passato anche nelle mie inchieste.”

Un contesto, dunque, già problematico sul piano della sicurezza, che rende ancora più inquietante l’attacco subito.

“Non accadeva da trent’anni un attentato a un giornalista”

Ranucci ha ricordato che un gesto simile non si verificava da decenni in Italia:

“Sono passati trent’anni dall’ultima volta in cui si tentò di colpire fisicamente un giornalista.
Questo non è un avvertimento solo a me, ma a tutti quelli che fanno giornalismo d’inchiesta.
È un segnale terribile, che riguarda la libertà di stampa e la salute della nostra democrazia.”

Il conduttore ha poi sottolineato che non intende farsi intimidire e che Report continuerà a trasmettere come previsto:

“Torniamo in onda domenica 26 ottobre. Non ci fermeranno. Non si può arretrare davanti alla paura.”

“Serve una reazione collettiva. Lo Stato deve proteggere chi racconta la verità”

Nel finale dell’intervista, Ranucci ha lanciato un appello diretto alle istituzioni:

“Lo Stato deve proteggere chi racconta la verità. Non lo dico solo per me, ma per tutti i colleghi che ogni giorno lavorano sul campo, spesso in silenzio, rischiando la vita per informare i cittadini.
Servono strumenti concreti per difendere la libertà di stampa: non solo scorte o solidarietà di rito, ma leggi che tutelino i cronisti dalle querele temerarie e dalle minacce.”

Un messaggio che ha raccolto l’applauso dello studio e che chiude una delle interviste più intense trasmesse negli ultimi anni da Otto e Mezzo.

LA RIVELAZIONE SHOCK SUL SERVIZIO DEI CENTRI IMMIGRATI IN ALBANIA:

Sigfrido Ranucci riferisce di aver subito intimidazioni dopo l’inchiesta sui centri in Albania, intervenendo anche alle critiche di Giorgia Meloni, secondo cui la Tv pubblica avrebbe realizzato un servizio che, di fatto, rappresentava l’Albania come uno Stato dominato dai narcos.

Il giornalista sostiene che quanto emerso dall’inchiesta è stato riscontrato: quelle strutture in Albania erano in dissesto. La pubblicazione, però, ha innescato minacce dirette. Ranucci afferma inoltre che un avvocato, incaricato da ambienti riconducibili a un cartello messicano, avrebbe provato a screditarlo con varie iniziative, arrivando fino a intimidazioni personali.

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VIDEO:
L’intervento di Sigfrido Ranucci ha avuto una forte eco pubblica, rilanciato da giornali, televisioni e social.
Le sue parole non sono solo la testimonianza di un uomo minacciato, ma il grido di un intero mestiere: quello del giornalismo libero e scomodo, oggi più che mai sotto attacco.

E mentre le indagini proseguono, la voce di Ranucci risuona come un monito:

“Chi colpisce un giornalista colpisce il diritto dei cittadini a sapere.
E io continuerò a fare il mio lavoro, perché è questo che mi chiede il mio Paese.”

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