Nel mirino un protocollo legato a Catanzaro: “Previsti slogan e campagne a sostegno del Sì, senza garanzie di equilibrio”. I 5 Stelle: “La comunicazione istituzionale deve essere neutrale, la scuola non può diventare cassa di risonanza”
L’accusa è pesante e punta dritta a un terreno particolarmente sensibile: la scuola pubblica. A poche settimane dal referendum sulla riforma della giustizia, il Movimento 5 Stelle sostiene che in alcune iniziative presentate come formative sarebbe prevista una comunicazione orientata sul “Sì”, con il rischio – secondo i parlamentari – di trasformare un’attività educativa in un veicolo di propaganda referendaria. Non è un caso isolato, secondo il M5S: la denuncia politica arriva in parallelo su due binari, con una segnalazione annunciata all’Agcom e una interrogazione parlamentare al ministro dell’Istruzione e del Merito.
Baldino: “Segnalazione all’Agcom per possibile violazione della par condicio”
A firmare l’affondo più diretto è Vittoria Baldino, deputata del Movimento 5 Stelle, che annuncia: “Nei prossimi giorni depositerò una segnalazione all’Agcom per verificare una possibile violazione dei principi di pluralismo, imparzialità e parità di trattamento sanciti dalla legge sulla par condicio”.
Il punto centrale della contestazione riguarda un protocollo sottoscritto dall’Osservatorio Miur e dalla Camera penale di Catanzaro insieme all’Osservatorio Giovani. Secondo Baldino, pur presentandosi come progetto formativo, il documento prevederebbe “espressamente la realizzazione di campagne e slogan a sostegno del ‘Sì’ e la loro diffusione pubblica”, senza che siano indicate garanzie di equilibrio tra le diverse posizioni referendarie.
È su questo passaggio che il M5S costruisce la propria linea: se un’iniziativa è riconducibile – anche indirettamente – a un circuito istituzionale, allora non può essere orientativa. E Baldino spiega perché, a suo giudizio, qui il tema non è solo educativo ma anche di comunicazione istituzionale.
“Presenza indiretta del Ministero”: perché per il M5S non è più “solo formazione”
Nel testo della nota, Baldino insiste su un punto: la “presenza indiretta” del Ministero dell’Istruzione, attraverso un accordo ufficiale, renderebbe l’iniziativa “riconducibile alla comunicazione istituzionale”, che per legge – sostiene – “deve essere neutrale e non orientativa, soprattutto in prossimità di una consultazione referendaria”.
L’accusa quindi non è soltanto “si parla di referendum a scuola”, ma qualcosa di più specifico: si promuoverebbe una delle opzioni (il Sì), con strumenti e canali che, amplificati dall’ufficialità di un protocollo, rischierebbero di incidere sul dibattito pubblico.
Baldino segnala inoltre un aspetto che definisce “aggravato”: i messaggi sarebbero rivolti alla “comunità tutta” e veicolati tramite canali ufficiali, aumentando l’impatto delle iniziative. Da qui la richiesta: l’Agcom dovrebbe valutare la compatibilità di queste attività con la normativa e intervenire, se necessario, “per prevenire effetti distorsivi sul corretto svolgimento del confronto democratico”.
La conclusione è un manifesto politico-educativo: “La scuola deve essere il luogo del pensiero critico e del pluralismo, non uno spazio di propaganda istituzionale”.
Colucci: “No a propaganda referendaria nelle aule, chiesto un chiarimento al ministro”
La seconda mossa del Movimento 5 Stelle arriva da Alfonso Colucci, anche lui deputato M5S, che annuncia di aver presentato un’interrogazione a risposta scritta al ministro dell’Istruzione e del Merito. La premessa è netta: “La scuola pubblica non può e non deve mai diventare un luogo di propaganda politica o referendaria. È uno spazio di formazione critica, pluralista e autonoma, non uno strumento di orientamento di parte”.
Colucci collega la sua iniziativa allo stesso contesto calabrese: parla di un progetto promosso dall’Unione delle Camere Penali di Catanzaro, realizzato nell’ambito di una convenzione con il Ministero e rivolto agli studenti delle scuole secondarie superiori. E mette nero su bianco la contestazione: da quanto emergerebbe dalla documentazione, l’iniziativa “presentata come educazione alla legalità e cultura costituzionale” conterrebbe riferimenti ad attività riconducibili a “campagne comunicative, slogan ed eventi” legati al sostegno di una specifica opzione referendaria, “in particolare al Sì sul referendum sulla giustizia”.
Se confermato – avverte Colucci – sarebbe “una commistione inaccettabile tra attività formativa e propaganda politica”.
Il nodo politico: neutralità della pubblica amministrazione e pluralismo a scuola
La battaglia del M5S si muove su un crinale preciso: par condicio e neutralità. Baldino parla apertamente di principi di “pluralismo, imparzialità e parità di trattamento” e richiama l’idea che la comunicazione istituzionale non possa essere “orientativa”. Colucci, dal canto suo, lega la questione alla funzione della scuola: l’educazione civica “non può essere piegata a finalità di parte”, né può svolgersi “in assenza di pluralismo e contraddittorio”.
In sostanza, la linea è questa: parlare di Costituzione e istituzioni a scuola è legittimo e anzi centrale, ma – secondo i 5 Stelle – diventa un problema se un progetto scolastico incorpora messaggi di parte e spinge verso una scelta referendaria specifica, soprattutto quando la cornice è quella di un accordo che coinvolge organismi legati al Ministero.
“Governo beccato?”: per ora è un’accusa politica, ora si chiedono verifiche
Alla domanda se il governo sia “beccato” a fare propaganda nelle scuole, allo stato dei testi diffusi la risposta corretta è questa: il M5S accusa e chiede verifiche istituzionali. Baldino annuncia una segnalazione all’Agcom per valutare una possibile violazione della par condicio; Colucci chiede chiarimenti formali al ministro con un atto parlamentare. Il punto, quindi, non è una certezza già accertata, ma un caso politico-amministrativo che i 5 Stelle vogliono portare davanti alle autorità competenti e al Ministero.
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Una miccia nel cuore della campagna referendaria
La polemica arriva in un momento delicato, con il confronto sul referendum che si sta intensificando. Proprio perché la consultazione riguarda l’assetto della giustizia e della magistratura, ogni iniziativa “educativa” che tocchi quei temi finisce inevitabilmente sotto una lente: non solo cosa si insegna, ma come lo si fa e con quale bilanciamento tra posizioni.
Ora la palla passa alle verifiche richieste: da un lato, l’eventuale valutazione dell’Agcom sulla compatibilità delle iniziative con i principi richiamati; dall’altro, la risposta del ministro all’interrogazione parlamentare. Nel frattempo, il Movimento 5 Stelle alza il livello dello scontro: “La scuola non è terreno di propaganda”, è il messaggio. E se davvero dentro un protocollo fossero previsti slogan per il Sì, la questione diventerebbe uno dei casi più esplosivi della campagna referendaria.


















