Referendum, beccato lo scandalo del Governo: “Non li faranno votare…” – ULTIM’ORA SHOCK

A poche settimane dal referendum costituzionale sulla giustizia previsto per marzo, esplode un nuovo caso politico che investe il diritto di voto e l’uguaglianza tra cittadini. Al centro c’è la scelta del governo contenuta nel decreto legge Elezioni: da un lato l’apertura al voto postale per una platea di elettori temporaneamente all’estero, dall’altro la chiusura netta nei confronti dei “fuori sede” in Italia – studenti, lavoratori e persone costrette a spostarsi per cure mediche – che rimangono esclusi da qualsiasi modalità alternativa per votare senza tornare fisicamente nel Comune di residenza.

La conseguenza, denunciano le opposizioni, è un doppio binario che finisce per trasformare un diritto costituzionale in una possibilità concreta solo per chi può permettersi costi e disagi logistici.

La regola del Viminale: voto postale per chi è all’estero almeno tre mesi

Secondo quanto segnalato da Alleanza Verdi e Sinistra, dal sito del Ministero dell’Interno emerge che gli elettori residenti in Italia e temporaneamente all’estero per motivi di lavoro, studio o cure mediche – purché per un periodo di almeno tre mesi – potranno partecipare al referendum esprimendo il voto per corrispondenza.

Una previsione che, di per sé, risponde all’esigenza di non tagliare fuori chi si trova oltreconfine per ragioni non volontarie o comunque legate a necessità concrete. Ma è proprio il confronto con ciò che accade dentro i confini nazionali a far deflagrare la polemica.

Il paradosso dei fuori sede: stessi motivi, nessuna tutela

Il punto contestato è semplice e, proprio per questo, politicamente esplosivo: i fuori sede che si trovano in Italia per gli stessi motivi (studio, lavoro, cure) non potranno votare se non rientrando nel Comune di residenza. In altre parole, chi è a centinaia di chilometri da casa per un tirocinio universitario, un contratto di lavoro o un percorso sanitario, non avrà né voto postale né seggi “di appoggio” né forme di facilitazione, salvo affrontare viaggio, spese, permessi e tempi di spostamento.

AVS parla di un diritto di voto di fatto negato a milioni di italiani: una condizione che colpisce soprattutto le fasce più giovani e più fragili, e che rischia di incidere sulla partecipazione al referendum in modo selettivo, favorendo chi ha maggiore disponibilità economica e organizzativa.

I numeri: quasi 5 milioni di cittadini coinvolti

La questione non riguarda una minoranza marginale. Nella denuncia politica riportata, si parla di 4 milioni e 900 mila cittadini fuori sede (dato attribuito a numeri del governo): una platea enorme, che comprende studenti e lavoratori, ma anche persone malate costrette a curarsi lontano dalla propria città o regione.

Se questa fascia resta senza strumenti per votare a distanza, il referendum rischia di pesare sulle spalle di una partecipazione “a geometria variabile”: non in base all’interesse o alla consapevolezza civica, ma in base alla possibilità materiale di prendere un treno, pagarsi un biglietto, assentarsi da lezioni, turni o terapie.

Il decreto legge Elezioni in Aula: maggioranza compatta, opposizioni respinte

Il tema arriva in Parlamento nel momento in cui alla Camera è atteso il via libera della maggioranza al decreto. Nel racconto politico riportato, la linea dell’esecutivo appare granitica: “senza se e senza ma”. E il segnale sarebbe arrivato già il giorno precedente, quando sarebbero stati respinti tutti gli emendamenti presentati dalle opposizioni, unite nel chiedere una regolamentazione che consentisse ai fuori sede di votare senza dover tornare al Comune di residenza.

Tra le proposte bocciate, viene citato anche un emendamento di AVS che chiedeva almeno agevolazioni per il viaggio degli studenti fuori sede: non una soluzione strutturale, ma quantomeno un correttivo per ridurre l’impatto economico e logistico del rientro.

“Vulnus alla democrazia” e passo indietro: il precedente delle Europee 2024

Le opposizioni inquadrano la scelta come un arretramento democratico: parlano di “vulnus alla democrazia” e di un “passo indietro” del governo Meloni. Il confronto che rende la critica ancora più dura è quello con le elezioni europee del 2024, quando gli studenti fuori sede – secondo quanto riportato – avevano potuto votare grazie a una forma di sperimentazione.

È qui che la decisione assume un significato politico preciso: non si tratterebbe di un problema tecnico insormontabile, ma di una scelta. Una sperimentazione era stata avviata, poi interrotta proprio nell’appuntamento referendario più delicato, con un effetto immediato: riportare il diritto di voto dentro un perimetro di condizioni materiali che non tutti possono sostenere.

Zaratti: “La destra si conferma governo delle diseguaglianze”

A dare voce alla posizione di AVS è Filiberto Zaratti, capogruppo del partito in commissione Affari costituzionali della Camera. La sua accusa è netta: il governo avrebbe deciso di negare la regolamentazione del voto per i fuori sede, confermando “il primato di governo delle diseguaglianze”.

La critica, in sostanza, non è solo procedurale ma sociale: quando l’accesso al voto dipende dalla capacità di pagare un viaggio o di organizzare uno spostamento complesso, la democrazia smette di essere uguale per tutti e diventa più fragile proprio dove dovrebbe essere più inclusiva.

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Conclusione: un referendum “a pagamento” per milioni di cittadini

Il caso del voto ai fuori sede mette a nudo una contraddizione difficile da spiegare fuori dalla logica dello scontro politico: riconoscere una modalità agevolata a chi è temporaneamente all’estero per studio, lavoro o cure, e negare ogni soluzione a chi è nella stessa condizione ma dentro l’Italia. Nel mezzo restano quasi cinque milioni di persone, costrette a trasformare un diritto in una spesa, una fatica, un ostacolo.

E mentre la maggioranza procede sul decreto, la domanda che resta sul tavolo è tutta politica: un referendum così importante può davvero permettersi di escludere – nei fatti – una fetta enorme di elettorato, rendendo la partecipazione una questione di portafoglio e logistica, invece che di cittadinanza?

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