Referendum, dopo la sconfitta ecco chi potrebbe saltare nel Governo Meloni – Dimissioni per…

La sconfitta del governo al referendum sulla giustizia non chiude la partita politica: la apre. E la apre nel punto più sensibile, quello degli equilibri interni alla maggioranza. Il No è in vantaggio netto, attorno al 54%, mentre da Palazzo Chigi è arrivata una linea ufficiale di rispetto del voto popolare e di continuità dell’azione di governo. Ma dietro le formule di rito, nel centrodestra è già cominciata una riflessione molto più dura su responsabilità, errori e possibili conseguenze politiche.

Il primo dato, infatti, è che il referendum sulla riforma della giustizia era stato caricato dal governo di un valore politico altissimo. Non era un passaggio marginale, né una consultazione secondaria: era una delle bandiere identitarie dell’esecutivo Meloni, difesa in prima persona dalla premier e dal ministro Carlo Nordio. Per questo il risultato pesa. E per questo, nelle ore successive al voto, la domanda sulle dimissioni dentro il governo ha iniziato a circolare con sempre maggiore insistenza.

Nordio resta, ma esce indebolito

Il nome più esposto sul piano politico sarebbe quello di Carlo Nordio, perché la riforma bocciata portava apertamente la sua firma. Eppure, proprio per questa ragione, al momento sembra anche il meno sacrificabile. Un’uscita del Guardasigilli equivarrebbe a certificare non solo una sconfitta referendaria, ma il fallimento dell’intera linea del governo sulla giustizia. Per Palazzo Chigi sarebbe un colpo troppo pesante da assorbire nell’immediato.

La maggioranza, almeno per ora, sembra quindi orientata a distinguere tra la bocciatura politica della riforma e la permanenza del ministro. Nordio può restare, ma ne esce oggettivamente indebolito: il progetto che avrebbe dovuto segnare una svolta istituzionale viene respinto dagli elettori e il suo profilo di riformatore subisce un contraccolpo evidente. Non è poco, anche se non si traduce automaticamente in dimissioni.

Il vero fronte caldo è Delmastro

Molto più fragile appare invece la posizione di Andrea Delmastro. Il sottosegretario alla Giustizia arriva a questo passaggio dopo giorni di polemiche durissime sul caso della società condivisa con la figlia di Mauro Caroccia, figura legata all’inchiesta sui Senese, e dopo una lunga scia di contestazioni pubbliche e richieste di dimissioni. Negli ultimi giorni il tema è diventato uno dei punti più imbarazzanti per il governo, tanto da finire stabilmente al centro del dibattito politico e mediatico.

Secondo quanto emerge da più ricostruzioni giornalistiche, dentro Fratelli d’Italia le dimissioni di Delmastro non sarebbero più un tabù. Non c’è ancora una decisione ufficiale, ma il solo fatto che questa ipotesi venga ormai evocata apertamente segnala un cambio di clima molto netto. Fino a pochi giorni fa la linea prevalente era la difesa politica del sottosegretario; ora, invece, prende corpo l’idea che possa diventare il punto di sacrificio per arginare il logoramento del governo.

Il congelamento fino al voto e la scelta rinviata

Il dossier Delmastro, di fatto, è stato congelato fino alla chiusura delle urne. Una scelta politica precisa: evitare che il caso esplodesse nel pieno della campagna referendaria, con il rischio di trasformarlo in un detonatore ancora più devastante per il fronte del Sì. Ora però quella fase è finita. Con il referendum perso, il problema non può più essere rimandato all’infinito.

In questo quadro, Delmastro appare il nome più esposto perché concentra su di sé più livelli di vulnerabilità: il peso del caso politico, l’imbarazzo per la maggioranza, il valore simbolico di un sottosegretario alla Giustizia finito al centro di una vicenda così delicata proprio mentre il governo chiedeva agli italiani di approvare una riforma dell’ordinamento giudiziario. La combinazione di questi fattori rende la sua permanenza molto più problematica di quella di Nordio.

Un capro espiatorio per salvare la linea?

Nelle logiche del potere, quando una maggioranza subisce una sconfitta politica forte, spesso prova a salvare l’impianto generale offrendo un segnale di discontinuità limitato ma visibile. È esattamente lo schema che in queste ore molti osservatori leggono nel comportamento del centrodestra: proteggere Meloni e Nordio, isolando invece il punto più debole della catena. In questo senso Delmastro rischia di diventare il prezzo politico da pagare per evitare che la sconfitta referendaria si trasformi in una crisi ancora più ampia.

Non sarebbe una scelta solo morale o giudiziaria, ma eminentemente politica. Il messaggio sarebbe chiaro: il governo resta in piedi, la linea generale non cambia, ma qualcuno paga per chiudere il fronte delle polemiche e tentare di ripartire. È una dinamica tipica delle fasi post-sconfitta, soprattutto quando il vertice dell’esecutivo vuole evitare che il voto venga letto come l’inizio di un declino più profondo.

La vera ferita è nella maggioranza

Il referendum, infatti, non ha solo bocciato una riforma. Ha aperto una crepa politica nella coalizione. La premier ha scelto pubblicamente di rispettare il verdetto e di rivendicare comunque il fatto di aver mantenuto una promessa elettorale, ma questo non cancella il contraccolpo interno. Un progetto centrale del governo è stato respinto, e la sconfitta riaccende inevitabilmente tensioni, rivalità e scarichi di responsabilità tra alleati e dentro gli stessi partiti di maggioranza.

È in queste situazioni che iniziano le vere rese dei conti. Chi ha sbagliato la campagna? Chi ha sottovalutato l’avversario? Chi ha trasformato un referendum in un test politico sul governo? E soprattutto: chi deve pagare adesso? Sono domande che a destra circolano già, anche se per il momento restano lontane dalle dichiarazioni ufficiali.

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Allo stato attuale non ci sono annunci ufficiali né passi indietro formalizzati. Sarebbe scorretto parlare di dimissioni già decise. Ma sarebbe altrettanto miope ignorare i segnali: Delmastro è oggi il nome più a rischio dentro il perimetro del governo, mentre Nordio, pur sconfitto sul terreno della riforma, sembra destinato a restare almeno nel breve periodo.

La vera questione, dunque, non è se nel centrodestra si sia aperta una fase nuova. Quella fase è già cominciata. La domanda è un’altra: fin dove arriverà la resa dei conti? Per ora la linea sembra essere questa: blindare il governo, contenere i danni, sacrificare l’anello più debole se necessario. E oggi, dentro quella catena, l’anello che traballa di più porta il nome di Andrea Delmastro.

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