Referendum, è scontro totale tra Salvini (Lega) e Tajani (Forza Italia). Ecco che accade a Chigi

Il centrodestra prova a presentarsi compatto sul referendum sulla giustizia, ma dietro la facciata della coalizione “unita” si allarga una crepa che, giorno dopo giorno, diventa sempre più difficile da nascondere. A farla emergere, stavolta, non è un attacco dell’opposizione né una polemica televisiva: sono le frasi e i retroscena che filtrano dentro Forza Italia, dove cresce l’ansia per l’andamento della campagna e — soprattutto — per il rischio che il voto si trasformi in un boomerang politico per il governo.

Il quadro che si delinea è quello di una maggioranza che, mentre chiede agli elettori di sostenere una riforma “bandiera”, si ritrova in ordine sparso: c’è chi vuole trasformare il referendum in un test politico sul governo, chi teme che questa strategia mobiliti il fronte avversario, e chi — dentro FI — guarda con sospetto agli alleati accusandoli di giocare una partita diversa, se non addirittura di restare alla finestra.

Le voci azzurre: “La Lega non sta facendo granché” e il timore del sorpasso del No

Il punto di frizione più esplicito riguarda il rapporto tra Forza Italia e Lega. Nelle riunioni interne degli azzurri dedicate alla separazione delle carriere — secondo quanto riportato da retroscena e conversazioni raccolte in ambienti forzisti — sarebbe emerso un giudizio tranchant: “Sul referendum la Lega non sta facendo granché”. Non una critica generica, ma un’accusa politica precisa, perché nel ragionamento di FI la campagna referendaria richiederebbe mobilitazione piena, presenza capillare, messaggio univoco.

Dentro Forza Italia l’allarme è alimentato anche dai sondaggi: l’idea che il No possa recuperare terreno (o addirittura scavalcare) agita i post-berlusconiani, che temono di finire in una trappola. Se il referendum diventa una prova di forza e poi va male, l’effetto ricadrebbe sulla credibilità del governo e sugli equilibri della coalizione. In altre parole: non sarebbe solo una sconfitta “tecnica”, ma una sconfitta politica.

Ed è qui che la diffidenza verso la Lega diventa sospetto: se davvero il Carroccio non spinge, il rischio — per FI — è di trovarsi a combattere “da sola” una battaglia intestata al centrodestra, assumendosi i costi di una sconfitta senza poter controllare la macchina della mobilitazione.

La strategia: “Voto politico sul governo” per svegliare i propri, ma il boomerang è dietro l’angolo

Dentro Forza Italia, sempre secondo i retroscena, si ragiona su una leva classica: trasformare il referendum in un voto politico sul governo per “tirare su” la partecipazione dell’elettorato di maggioranza. È una scelta che nasce da una paura concreta: il referendum può essere deciso dall’astensione, dalla stanchezza e dal disinteresse, e la macchina del Sì ha bisogno di elettori motivati.

Il problema è che questa strategia, nel clima di queste settimane, può produrre un effetto contrario. Perché se il referendum viene raccontato come un giudizio su Meloni e sulla maggioranza, diventa automaticamente un’occasione perfetta per compattare l’opposizione e trasformare il No in un “voto contro”. E infatti il nervosismo si vede ovunque: nei toni dei confronti pubblici, nelle polemiche istituzionali, persino nelle reazioni a fatti di cronaca giudiziaria che vengono immediatamente politicizzati.

È lo stesso schema già visto negli ultimi giorni: ogni caso diventa un pretesto, ogni episodio entra nella narrazione della riforma, e la campagna referendaria si gonfia di messaggi muscolari, spesso più utili a infiammare le tifoserie che a convincere gli indecisi.

Tajani “investe lo stato maggiore”: la riforma come bandiera identitaria di Forza Italia

Per Forza Italia, la separazione delle carriere e la riforma della giustizia non sono un tema qualunque: sono identità politica, eredità storica, terreno su cui il partito rivendica coerenza e continuità. Non a caso, Antonio Tajani — nel racconto che circola nelle riunioni interne — avrebbe deciso di “prendere di petto” il dossier, coinvolgendo lo stato maggiore e lavorando per rilanciare la riforma come bandiera dell’area moderata.

Ma proprio questa centralità rende il rischio più alto: se FI investe e gli alleati arrancano, si crea un cortocircuito. Da qui l’irritazione verso la Lega: non solo perché “non si muove”, ma perché una campagna tiepida del Carroccio finirebbe per scaricare sugli azzurri il peso dell’operazione, mentre Salvini potrebbe ritagliarsi lo spazio per dire, in caso di difficoltà, che il problema “non è suo”.

Il retroscena più tossico: i “mal di pancia” e l’irritazione verso il Carroccio

Nel cuore della maggioranza, secondo quanto filtra, ci sarebbero mal di pancia montanti. Tajani può mantenere toni concilianti, ma la base dirigente e i “colonnelli” appaiono molto meno pazienti: il senso è che sul referendum si stia giocando una partita doppia.

Da un lato l’interesse comune: vincere il referendum e rafforzare il governo. Dall’altro gli interessi di posizionamento: non tutti gli alleati hanno lo stesso incentivo a spendere energie, esporsi, rischiare. Se la campagna si fa dura, se i numeri diventano incerti, la tentazione di stare un passo indietro cresce. E questa tentazione, in FI, viene letta come un tradimento politico mascherato da prudenza.

Il risultato è un clima da coalizione “in frantumi controllato”: nessuno rompe, ma molti trattengono. E quando una maggioranza trattiene proprio nel momento in cui dovrebbe spingere, il rischio di disastro aumenta.

Perché ora: il referendum si intreccia con tutto il resto, e la maggioranza appare in affanno

Questo retroscena arriva in un momento in cui il governo è già sotto pressione su più fronti:

la gestione del tema sicurezza e giustizia (con polemiche roventi su indagini, “scudi”, rapporti tra politica e magistratura);

la dinamica parlamentare sempre più “blindata”, con provvedimenti chiusi a colpi di fiducia e opposizioni che accusano l’esecutivo di usare il metodo per coprire fragilità interne;

la campagna referendaria che sta diventando una campagna identitaria, e quindi più esposta a errori e contraccolpi.


In un contesto così, basta poco per trasformare un voto in un terremoto politico. E la paura vera, dentro Forza Italia, sembra proprio questa: che il referendum — invece di consolidare la coalizione — finisca per mostrare al Paese le sue crepe, proprio mentre gli alleati dovrebbero apparire come un blocco unico.

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Conclusione: la coalizione vuole vincere, ma prima deve decidere se sta giocando la stessa partita

Il rischio disastro non nasce solo dai numeri o dai sondaggi. Nasce da un fatto più semplice: una campagna referendaria, per funzionare, ha bisogno di una regia chiara e di una coalizione che marci nella stessa direzione. Se invece ogni partito pesa costi e benefici in modo diverso, se qualcuno accelera e qualcuno rallenta, il risultato è una macchina che procede a strappi — e che può inchiodarsi nel momento decisivo.

Ecco perché il retroscena che filtra oggi è più di una polemica tra alleati: è un segnale politico. Forza Italia teme il “patatrac” e guarda alla Lega come all’anello debole della mobilitazione. La Lega, dal canto suo, potrebbe non avere alcuna intenzione di farsi trascinare in una battaglia che — in caso di inciampo — rischia di diventare un conto salato da pagare.

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