Referendum Giustizia – Brutte notizie per Nordio e Governo… Arriva il ricorso shock che… Ultim’ora

I promotori della raccolta firme impugnano la delibera del Consiglio dei ministri: “Atto lesivo e illegittimo, meritevole di annullamento”. Nel mirino la scelta di fissare la data senza attendere i 90 giorni dalla pubblicazione in Gazzetta. Intanto la mobilitazione vola verso quota 400mila firme

Il “blitz” del governo sulla data del referendum costituzionale rischia di aprire un caso istituzionale e giuridico destinato a trascinarsi nelle prossime settimane. A poche ore dalla decisione del Consiglio dei ministri di fissare le urne al 22 e 23 marzo, i promotori della raccolta firme popolare contro la riforma Nordio hanno depositato un ricorso urgente al Tar del Lazio, chiedendo anche la sospensione cautelare della delibera. L’atto del governo, secondo i ricorrenti, sarebbe “lesivo e illegittimo” e quindi “meritevole di annullamento”.

La contestazione non riguarda soltanto l’opportunità politica della scelta, ma il cuore della procedura: secondo i giuristi, l’esecutivo avrebbe fissato la data sfruttando la richiesta referendaria già depositata dai parlamentari e ammessa a novembre dalla Cassazione, senza attendere i tre mesi dalla pubblicazione della legge in Gazzetta Ufficiale, termine entro il quale anche 500mila cittadini (o cinque Consigli regionali) possono promuovere la consultazione. È proprio su questa “finestra” di 90 giorni che si innesta l’accusa di forzatura.

Perché il ricorso: “violata una consuetudine costituzionale”

Nel ricorso, i promotori sostengono che l’iniziativa parlamentare e quella popolare abbiano pari dignità e che, fissando la data prima della scadenza dei 90 giorni, il governo abbia di fatto compresso — e in parte “svuotato” — la possibilità dei cittadini di esercitare pienamente il proprio ruolo.

Il punto viene formulato con un’espressione durissima: la decisione dell’esecutivo rappresenterebbe una sorta di “espropriazione del diritto” dei cittadini di promuovere la raccolta firme. Non solo: secondo i legali, sarebbe stata violata una “precisa consuetudine costituzionale”, seguita — nella ricostruzione contenuta nell’atto — in tutti i precedenti referendum costituzionali della storia repubblicana, a partire dal 2001.

Qui la questione diventa pesante, perché non si parla più soltanto di tempi tecnici, ma di regole non scritte che per anni avrebbero guidato l’interpretazione della Carta: una prassi che, secondo i ricorrenti, l’esecutivo avrebbe deciso di ignorare.

La spinta politica dietro l’anticipo: il timore di perdere il vantaggio del Sì

Nel racconto dei promotori, a motivare la scelta del governo ci sarebbe soprattutto una ragione politica: evitare che il tempo giochi a favore del No. L’argomento è lineare: visto che il referendum va fissato con un anticipo di almeno cinquanta giorni, attendere la chiusura della raccolta firme avrebbe potuto spostare la consultazione non prima di metà aprile. Anticipare al 22-23 marzo, dunque, avrebbe l’effetto di accorciare i tempi della campagna e impedire al fronte contrario di organizzarsi con più agio.

Ma la forzatura, sempre secondo quanto viene ricostruito, avrebbe prodotto anche un effetto boomerang: la mobilitazione popolare sarebbe decollata proprio in risposta alla scelta del governo, con un boom di sottoscrizioni in poche ore. Le firme, viene riportato, sono ormai oltre 390mila, circa il 77% dell’obiettivo da raggiungere entro il 30 gennaio, con un incremento di decine di migliaia di adesioni in tempi rapidissimi.

I 15 giuristi e il ricorso urgente: depositato e già registrato

Il ricorso è stato depositato con procedura urgente al Tar del Lazio. I promotori — 15 giuristi, capitanati dall’avvocato Carlo Guglielmi — avevano annunciato già subito dopo l’indicazione della data l’intenzione di agire “in tutte le sedi giudiziarie”. L’atto, predisposto nei giorni precedenti, è stato depositato la mattina successiva e risulta registrato al numero 374 del 2026, con istanza di fissazione dell’udienza.

Dentro il ricorso, i legali argomentano che i promotori, nonostante la richiesta referendaria parlamentare sia già stata ammessa, conservano interesse a proseguire e completare la raccolta firme “per molteplici ragioni”. Ed è qui che la contestazione assume un profilo ancora più tecnico e, al tempo stesso, più politico.

La battaglia sul quesito: “quello dei parlamentari è evasivo”

Uno dei punti centrali del ricorso riguarda il testo del quesito. Secondo i ricorrenti, nella versione proposta dai parlamentari mancherebbe un elemento essenziale: l’indicazione degli articoli della Costituzione modificati dalla riforma. Questa assenza, sostengono, renderebbe più difficile per gli elettori cogliere la portata delle modifiche e la “profonda revisione” della Carta.

Il quesito popolare, invece, elencando le norme riscritte, consentirebbe — sempre nella prospettiva dei promotori — di superare l’“oggettiva evasività” e tutelare una corretta informazione della sovranità popolare. Non è un dettaglio: perché significa che, secondo loro, la partita non riguarda solo la data, ma anche la trasparenza del voto e la chiarezza del quesito che viene sottoposto ai cittadini.

“Comitato promotore come potere dello Stato”: il nodo istituzionale

Un altro passaggio del ricorso entra in un terreno ancora più delicato: completare le 500mila firme non servirebbe solo a “contare”, ma a far ottenere ai promotori lo status di comitato promotore, che — come viene sostenuto nell’atto — configurerebbe un potere dello Stato, seppur temporaneo e limitato a finalità precise. Tra queste finalità, secondo i legali, rientrerebbe proprio la tutela del testo del quesito formulato.

È un punto chiave perché ribalta la narrazione della raccolta firme: non una semplice petizione politica, ma uno strumento costituzionale che produce effetti istituzionali, inserendo nel processo democratico un “contro-potere” fatto dai sottoscrittori.

Per questo, fissare la data prima dei 90 giorni viene presentato come una compressione non soltanto di un diritto procedurale, ma di una forma di sovranità popolare che dovrebbe poter arrivare fino in fondo.

Il “rischio tecnico” e l’ombra del decreto di Mattarella

Sul piano strettamente formale, però, c’è un’incognita: al momento della contestazione, il referendum non risulta ancora indetto ufficialmente, perché l’indizione formale spetta al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, tramite decreto da pubblicare. Questo apre un rischio: impugnare una delibera del Consiglio dei ministri potrebbe essere giudicato inammissibile perché rivolto contro un atto non ancora produttivo di effetti.

D’altra parte — secondo la ricostruzione che emerge — un ricorso diretto contro il decreto del capo dello Stato avrebbe potuto essere letto come una contestazione a Mattarella. Da qui la scelta di anticipare i tempi e colpire l’atto governativo che prepara e indirizza la macchina.

Che cosa può succedere ora: sospensiva, congelamento, revoca, Consulta

Se il Tar accogliesse la richiesta di sospensiva, lo scenario teorico sarebbe dirompente: la consultazione non potrebbe tenersi finché la questione non venisse decisa nel merito, con il rischio di un referendum “congelato” per mesi. A quel punto, secondo quanto viene prospettato, la via d’uscita più lineare potrebbe essere una revoca in autotutela dell’atto da parte del governo.

C’è poi un ulteriore livello: se i promotori riuscissero a depositare il mezzo milione di firme, acquisirebbero pienamente lo status di comitato promotore e potrebbero perfino sollevare un conflitto di attribuzione davanti alla Corte costituzionale, con l’obiettivo di ottenere una decisione definitiva prima del voto.

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Al di là delle carte bollate, la sostanza è questa: il referendum sulla riforma Nordio non sta diventando solo uno scontro sul merito della riforma, ma anche — e forse soprattutto — una contesa sul metodo e sulle regole. Il governo rivendica la legittimità della scelta e accelera; i promotori rispondono sostenendo che quell’accelerazione comprime i diritti costituzionali dei cittadini e altera un equilibrio tra iniziativa parlamentare e iniziativa popolare che dovrebbe restare paritario.

E intanto, mentre il governo prova a fissare la partita, la partita si allarga: la raccolta firme cresce, il ricorso corre, e la data del 22-23 marzo — invece di chiudere il capitolo — rischia di aprire la fase più esplosiva di tutta la campagna referendaria.

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