Referendum Giustizia, il sondaggio che spiaza Nordio… Arriva il dato che cambia tutto

A poco più di un mese dal voto, il referendum confermativo sulla riforma della giustizia entra nella fase più delicata: quella in cui la partita non si gioca soltanto sui contenuti, ma soprattutto su conoscenza dell’appuntamento, capacità di mobilitare gli elettori e narrativa pubblica.

Le nuove rilevazioni diffuse da Liberi Network (indagine nazionale realizzata tra 20 e 27 gennaio 2026 su campione casuale probabilistico stratificato di 1.000 maggiorenni) mostrano un quadro che, a livello di orientamento di voto, è quasi perfettamente in equilibrio, ma con due elementi “politicamente esplosivi”:

1. una fetta ancora ampia di cittadini poco informati sui contenuti;


2. una propensione al voto che, se confermata, potrebbe rendere questo referendum una consultazione molto partecipata, nonostante la tradizionale volatilità degli appuntamenti referendari.

 

Sì e No testa a testa: il dato che cambia la campagna

La domanda è diretta: “Se oggi si tenesse il referendum, voterebbe per confermare o per respingere la riforma?”.

Il risultato è di quelli che costringono tutti a rivedere strategie e toni:

Voterei Sì (confermare la riforma): 50,1%

Voterei No (respingere la riforma): 49,9%


Uno scarto minimo, praticamente nullo. In termini politici significa una cosa sola: non esiste un esito “già scritto”. Ogni uscita televisiva, ogni polemica, ogni endorsement, ma soprattutto ogni scelta organizzativa sul territorio (banchetti, assemblee, comitati, iniziative online) può spostare anche solo decimali decisivi.

E quando i decimali contano, la campagna cambia natura: diventa un referendum dove il vero tema può non essere soltanto “cosa ne pensi”, ma quanto sei convinto da andare a votare e quanto sei informato per scegliere.

Il “grande serbatoio”: indecisi e non rispondenti restano numericamente rilevanti

Accanto al testa a testa, il sondaggio segnala anche una quota molto significativa di cittadini che non si colloca nettamente nelle due opzioni o non risponde. Nel dato riportato nella grafica, questa area viene indicata come “Indecisi/Non rispondono: 39,1%”.

Al di là della sovrapposizione tecnica con l’orientamento di chi si esprime (le rilevazioni spesso presentano i “Sì/No” su chi sceglie, mentre “indecisi/non risponde” descrive un altro livello di risposta), il punto politico è chiarissimo: la partita vera è su chi ancora non ha una posizione consolidata.

In un referendum confermativo, dove l’argomento è tecnico e polarizzante, questo blocco diventa contendibile soprattutto con:

messaggi semplici (pro/contro),

temi concreti (garanzie, tempi, potere delle correnti, rapporto politica-magistratura),

casi mediatici che “traducono” la riforma in un fatto comprensibile.

Conoscenza del referendum: molti ne hanno sentito parlare, ma una fetta non conosce i contenuti

Un altro dato chiave riguarda la consapevolezza dell’appuntamento:

45%: “Sì, ne ho sentito parlare e so di cosa si tratta”

37%: “Sì, ne ho sentito parlare, ma non conosco bene i contenuti”

18%: “No, non ne ho sentito parlare”


Qui c’è un messaggio politico potentissimo: più di un terzo del Paese (37%) è in zona grigia. Ha percepito che “c’è un referendum”, ma non ha ancora gli strumenti per orientarsi davvero. E un ulteriore 18% è fuori dal dibattito.

Questo spiega perché, nelle ultime settimane, il confronto pubblico si sia spostato dalle sole dichiarazioni istituzionali a una dinamica più “da campagna”: spiegazioni, contro-spiegazioni, e la gara a definire la riforma con un’etichetta che resti in testa (garantismo, efficienza, indipendenza, controllo politico, ecc.).

Niente quorum: lo sanno in tanti, ma non tutti

Il referendum è confermativo: non è previsto quorum. E il sondaggio misura anche questo livello di conoscenza:

63%: “Sì, lo sapevo”

37%: “No, non lo sapevo”


Questo dato è fondamentale perché la “regola del gioco” influenza il modo in cui si imposta una campagna.

Se ci fosse quorum, un fronte potrebbe puntare sulla strategia dell’astensione.

Senza quorum, quella strategia perde di senso: chiunque voglia incidere deve mobilitare il proprio elettorato al voto, perché l’esito dipende dai voti validi, non da una soglia di partecipazione.


Il fatto che il 37% non sappia dell’assenza del quorum è un segnale: una parte dell’elettorato potrebbe ancora ragionare con le logiche sbagliate, oppure sottovalutare l’importanza della partecipazione perché confonde questo referendum con quelli abrogativi tradizionali.

Propensione al voto: il dato che può spostare tutto

Arriviamo al pezzo forse più interessante: la probabilità dichiarata di recarsi alle urne, misurata su scala 0–100.

La quota più ampia è nel valore massimo:

48,1%: si colloca tra 91–100 (“sicuro di votare”)


In basso estremo:

8,5%: valore 0 (“sicuramente non andrò a votare”)


Tra questi poli, il sondaggio distribuisce varie fasce (1–10, 11–20, 21–30, ecc.) con percentuali più piccole e frammentate, e segnala anche una voce:

1,7%: “Non saprei”


Il messaggio complessivo è chiaro: se la propensione dichiarata si traducesse in comportamento reale, questo referendum potrebbe registrare una partecipazione consistente. E in un testa a testa, la partecipazione non è un dato neutro: è il vero campo di battaglia.

 

Perché questo sondaggio pesa: una sfida che si decide su tre leve

Mettendo insieme i dati, si capisce perché si parla di “clamoroso”:

1. Margini azzerati: 50,1 a 49,9 significa che nessuno può permettersi errori o sottovalutazioni.


2. Informazione incompleta: quel 37% che “ha sentito ma non sa” è un bacino enorme da convincere.


3. Mobilitazione potenzialmente alta: quasi metà si dichiara “sicura di votare”, e in un referendum senza quorum questo è decisivo.

 

In pratica, la campagna non sarà soltanto uno scontro tra due schieramenti: sarà una corsa a chi riesce a:

trasformare il tema tecnico in una scelta percepita come concreta;

intercettare i cittadini che non conoscono bene i contenuti;

spingerli a votare, perché l’astensione non “protegge” nessuno in un confermativo.

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Conclusione: partita apertissima e un elettorato ancora “malleabile”

Il nuovo quadro che emerge da Liberi Network racconta un referendum in bilico, dove la differenza la faranno gli ultimi dettagli: la capacità di informare, la credibilità di chi parla, la forza della mobilitazione e la chiarezza dei messaggi in un tema complesso.

In un contesto così tirato, la vera domanda non è più “chi è avanti oggi”, ma: chi riuscirà a portare più persone alle urne e a trasformare l’incertezza in una scelta netta.

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