Referendum Giustizia, il Tar entra nel merito del ricorso: in discussione la delibera del governo…

Il calendario del referendum sulla giustizia torna a tremare. Il Tar del Lazio, seconda sezione bis, ha infatti discusso formalmente il ricorso amministrativo presentato dal “Comitato promotore della raccolta di firme popolari per il referendum sulla Giustizia”, che contesta la deliberazione del Consiglio dei ministri del 12 gennaio con cui il governo ha fissato le date della consultazione al 22 e 23 marzo.

Dopo una camera di consiglio “lunga” – oltre un’ora – i giudici si sono riservati: nessun verdetto immediato, nessuna tempistica ufficiale sulla pubblicazione del provvedimento, ma un’indicazione che pesa come un macigno politico. Dal collegio, infatti, sarebbe emersa la complessità tecnica della questione e la necessità di una valutazione collegiale attenta. Tradotto: il dossier non verrà archiviato con una risposta sbrigativa e l’esito resta apertissimo, con l’ipotesi – tutt’altro che marginale – che il Tar possa arrivare direttamente a una sentenza.

Il punto: perché il Comitato contesta il voto fissato per il 22-23 marzo

Il ricorso si concentra sulla delibera del governo che ha stabilito le date della consultazione, chiamata a confermare o respingere una legge costituzionale in materia di ordinamento giurisdizionale. In particolare, il quesito referendario riguarda la legge costituzionale recante “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare”.

Il cuore politico della controversia – pur dentro una cornice tecnico-amministrativa – è questo: il governo ha fissato la data del referendum, ma il Comitato sostiene che quella decisione vada contestata davanti alla giustizia amministrativa. Il risultato è che non si discute più solo di “sì o no” alla riforma: si discute se e quando i cittadini debbano essere chiamati alle urne, e se il percorso deciso dall’esecutivo sia rispettoso delle regole e delle condizioni procedurali.

Camera di consiglio “lunga” e riserva dei giudici: nessuna data certa per il provvedimento

La discussione, secondo quanto riportato, si è svolta in camera di consiglio ed è durata più di un’ora. Un tempo non banale per un’istanza che, in teoria, potrebbe anche essere definita con un provvedimento cautelare o interlocutorio relativamente rapido.

Invece, all’esito della discussione, i giudici hanno scelto la strada della riserva: emetteranno un provvedimento, ma senza indicare tempi certi per la pubblicazione. Questo elemento, in sé, è già un segnale: con il voto fissato per marzo, ogni giorno che passa senza una pronuncia lascia sospesa una domanda decisiva per la macchina organizzativa (ministero dell’Interno, comuni, uffici elettorali, comunicazione istituzionale) e per la campagna politica.

La “complessità tecnica” e la valutazione collegiale: perché è un segnale politico

La parte più interessante – e potenzialmente destabilizzante – è quella che filtra dal collegio: la questione sarebbe tecnicamente complessa e richiederebbe una “attenta valutazione collegiale”.

Questo passaggio conta perché, quando un Tar segnala esplicitamente complessità, spesso significa che:

non si tratta di un ricorso manifestamente infondato da respingere in due righe;

ci sono snodi interpretativi o procedurali che meritano un approfondimento;

l’esito può dipendere da dettagli giuridici e da un bilanciamento delicato tra poteri, tempi e garanzie.


In altre parole: non è un passaggio burocratico. È un’udienza che, per la sua natura, può avere conseguenze dirette sul calendario del referendum e quindi sull’agenda politica nazionale.

L’ipotesi più pesante: il Tar potrebbe pubblicare direttamente una sentenza

Secondo quanto si apprende, non è escluso che per definire il ricorso venga pubblicata direttamente una sentenza. Anche qui, il punto è politico prima che tecnico: una sentenza “diretta” può chiudere la partita su base immediata, senza passaggi intermedi, stabilendo in modo netto se la delibera del governo è legittima o se va annullata/modificata.

Se il Tar dovesse ritenere fondato il ricorso, l’effetto pratico potrebbe essere un colpo al calendario: slittamento della data, riformulazione degli atti, nuove delibere, e un inevitabile caos organizzativo. Se invece il Tar respingesse, il governo ne uscirebbe rafforzato sul piano della legittimità procedurale, ma non necessariamente sul piano politico: la vicenda avrebbe comunque mostrato che la consultazione è circondata da tensioni, contenziosi e conflitti istituzionali.

Il referendum sulla giustizia, in pratica, è già entrato nella fase “istituzionale”

A prescindere dall’esito, la discussione al Tar certifica un dato: questo referendum non è più soltanto uno scontro tra partiti e comitati. È diventato una questione istituzionale, in cui entrano in gioco:

il potere esecutivo (che fissa le date e gestisce il percorso);

la giustizia amministrativa (che valuta la legittimità degli atti);

e, sullo sfondo, l’intero sistema di garanzie che regola le consultazioni popolari.


Ed è proprio questo, politicamente, l’aspetto più “sensibile”: quando un referendum costituzionale è appeso a un contenzioso sul calendario, qualsiasi esito potrà essere letto – da una parte o dall’altra – come una vittoria o un sospetto, una conferma o un’ombra sulla gestione.

Cosa succede adesso: attesa per il provvedimento e incertezza sul calendario

Ora la partita si sposta sull’attesa: i giudici pubblicheranno il provvedimento, ma non hanno indicato tempi. Il che lascia aperti due scenari:

1. Provvedimento rapido: se la decisione arriva in tempi brevi, la macchina elettorale avrà una direzione chiara, anche se dovesse essere quella dello slittamento.


2. Decisione non immediata: più passa il tempo, più cresce l’incertezza e si alza la tensione politica. Perché fissare un referendum è anche una scelta di strategia: tempi, mobilitazione, partecipazione, campagna, comunicazione. E ogni dubbio sulle date incide su tutto il resto.

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Il fatto che il ricorso sia stato discusso formalmente e che i giudici abbiano sottolineato la complessità tecnica, dopo una camera di consiglio lunga e una riserva senza tempi certi, produce un effetto immediato: il referendum sulla giustizia, fissato per 22-23 marzo, entra ufficialmente nella zona grigia dell’incertezza.

Non significa che slitterà. Non significa che verrà confermato. Significa una cosa sola, politicamente enorme: non è più una data “blindata” finché non arriva il provvedimento del Tar. E con un voto costituzionale alle porte, questa incertezza diventa già di per sé una notizia: perché un referendum può cambiare tutto, ma anche la sua data – oggi – può cambiare la partita.

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