La polemica sul referendum costituzionale sulla giustizia si riaccende a poche settimane dal voto. Dopo la decisione del Consiglio dei ministri di confermare la data del 22-23 marzo e integrare il quesito specificando gli articoli della Costituzione interessati dalla riforma, arriva l’affondo del Movimento 5 Stelle. A firmarlo è Alfonso Colucci, deputato M5S, che in una nota parla di “pasticcio politico e istituzionale” e denuncia un metodo che, a suo dire, finirebbe per scaricare sugli elettori le conseguenze delle scelte e delle incertezze del governo.
L’accusa non è solo tecnica. È soprattutto politica: per Colucci, intervenire “in corsa” sul quesito senza rivedere la tabella di marcia non sarebbe una semplice correzione, ma un segnale di confusione che rischia di incidere sulla qualità democratica della consultazione.
“Un pasticcio politico e istituzionale”: la critica alla decisione del Cdm
Nel mirino del M5S c’è la scelta di Palazzo Chigi di mantenere invariata la data del referendum, pur dopo lo stop-and-go istituzionale delle ultime ore. Colucci sostiene che la decisione del Consiglio dei ministri “certifica” il caos creato dalla maggioranza: prima la disputa sul testo del quesito, poi la necessità di “correggere” la formulazione, infine la conferma del voto a ridosso della scadenza.
Secondo la linea pentastellata, la politica avrebbe dovuto fermarsi e prendere atto di ciò che è successo: una consultazione costituzionale non si gestisce come un adempimento burocratico, soprattutto quando in gioco ci sono modifiche alla Carta e un tema delicatissimo come la riforma della magistratura.
“Un pasticcio politico e istituzionale”: la critica alla decisione del Cdm
Nel mirino del M5S c’è la scelta di Palazzo Chigi di mantenere invariata la data del referendum, pur dopo lo stop-and-go istituzionale delle ultime ore. Colucci sostiene che la decisione del Consiglio dei ministri “certifica” il caos creato dalla maggioranza: prima la disputa sul testo del quesito, poi la necessità di “correggere” la formulazione, infine la conferma del voto a ridosso della scadenza.
Secondo la linea pentastellata, la politica avrebbe dovuto fermarsi e prendere atto di ciò che è successo: una consultazione costituzionale non si gestisce come un adempimento burocratico, soprattutto quando in gioco ci sono modifiche alla Carta e un tema delicatissimo come la riforma della magistratura.
“Uno sgarbo verso i cittadini”: il referendum non è “una nota a margine”
Il punto più duro della nota riguarda il rapporto tra istituzioni ed elettori. Colucci definisce “uno sgarbo verso i cittadini” l’idea di “riformulare il quesito a poche settimane dal voto fingendo che nulla sia successo”.
Il messaggio politico è chiaro: per il M5S non basta dire “abbiamo integrato il quesito, quindi tutto a posto”. Il referendum – insiste Colucci – “non è un atto amministrativo da aggiustare con una nota a margine”, ma un passaggio di democrazia diretta che richiede:
tempi congrui per informarsi e discutere;
informazioni comprensibili per tutti;
rispetto verso chi deve decidere.
In altre parole, l’atto formale può anche essere corretto, ma la sostanza democratica – secondo l’accusa – rischia di essere indebolita se si chiede ai cittadini di votare con la stessa rapidità, dopo che il quadro è stato “ritoccato” in extremis.
La sostanza della contestazione: “si scarica sui cittadini il costo dell’improvvisazione”
Colucci lega la conferma della data a un rischio politico preciso: che la maggioranza voglia evitare che l’aggiornamento del quesito produca un effetto reale sul dibattito, perché un cambiamento del testo a ridosso delle urne dovrebbe comportare, per buon senso istituzionale, un ripensamento dei tempi.
“Confermare la data senza interrogarsi sull’impatto che l’integrazione del quesito avrà sulla consapevolezza degli elettori” – dice – significa trasferire il problema a chi vota: se l’elettore non ha avuto tempo sufficiente per capire, non è più responsabilità del governo, ma del cittadino “che doveva informarsi”.
È questo, nella lettura pentastellata, il punto politico: non è solo un difetto di forma, è una scelta che cambia l’equilibrio tra potere e partecipazione, perché la velocità diventa una leva per governare il confronto.
Il nodo della trasparenza: “si rischia di votare senza le dovute condizioni”
La seconda accusa è un allarme democratico: Colucci sostiene che così “si rischia di votare su una riforma costituzionale senza le dovute condizioni di trasparenza e partecipazione”.
È un passaggio che punta a colpire la legittimazione del percorso, non del referendum in sé. Perché il voto resta, la data resta, ma il M5S contesta il contesto: una consultazione costituzionale, per essere realmente “informata”, deve essere accompagnata da un tempo adeguato di confronto pubblico, mentre qui – secondo la denuncia – si corre contro il calendario dopo una correzione imposta dagli eventi.
“Serve un confronto serio, non una corsa contro il tempo”
Nella chiusura della nota, Colucci allarga il ragionamento oltre la polemica procedurale. Il tema – ricorda – è enorme: separazione delle carriere e modifiche alla Costituzione. Questioni che, per definizione, richiedono un confronto approfondito e non polarizzato, perché toccano l’assetto dei poteri e l’equilibrio tra politica e giurisdizione.
Da qui la frase conclusiva che diventa una vera e propria accusa di metodo: la maggioranza starebbe trasformando un passaggio costituzionale in “una corsa contro il tempo”, chiedendo al Paese di decidere in un clima di compressione del dibattito, proprio mentre il testo della domanda viene ritoccato.
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Conclusione: lo scontro si sposta dal quesito alla legittimità del percorso
Con la nota di Colucci, il M5S prova a spostare l’asse: non solo “cosa” si vota, ma “come” si è arrivati al voto. La decisione di mantenere la data viene raccontata come la prova che il governo abbia scelto la via più rapida per chiudere la partita, anche a costo di lasciare ai cittadini l’onere di orientarsi dentro un quesito corretto in extremis.
Ed è qui che si misura il vero terreno di scontro nelle prossime settimane: non soltanto la riforma, ma la percezione che il referendum sia stato gestito come un dossier politico da amministrare, più che come un esercizio di partecipazione da mettere nelle condizioni migliori. Se l’opposizione riuscirà a far passare questa cornice, la campagna non sarà solo “Sì o No”, ma anche un processo politico alla regia del governo: trasparenza, tempi, rispetto, credibilità.




















