A poche settimane dal referendum sulla giustizia, che porterà gli italiani alle urne a marzo, il dibattito sulla riforma costituzionale voluta dal ministro Carlo Nordio entra nel vivo con un intervento che pesa più di molti slogan: quello di Alessandra Dolci, procuratrice e capo della Direzione Distrettuale Antimafia di Milano. In un’intervista, Dolci smonta la narrazione secondo cui la riforma risolverebbe i problemi strutturali della giustizia e lancia un avvertimento preciso: il cambiamento, più che migliorare il sistema, rischia di indebolire le indagini antimafia, soprattutto nei territori dove la mafia opera meno con la violenza e più con l’economia, i rapporti opachi e la “zona grigia”.
Il punto di partenza è netto: formalmente il referendum parla di separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, ma secondo Dolci il problema reale non è quello. Anzi: per come è organizzata oggi la magistratura, la separazione sarebbe già sostanzialmente in atto, mentre i guasti del sistema stanno altrove: carenza di personale, arretrato, mancanza di mezzi, domanda “patologica” di giustizia.
Il referendum e la promessa del governo: separare le carriere senza interferenze
Il referendum chiama gli elettori a esprimersi sulla riforma che mira a separare “nettamente” le carriere della magistratura giudicante (i giudici) e di quella requirente (i pubblici ministeri). Il governo rassicura: la separazione non comporterebbe interferenze dell’esecutivo nella magistratura.
Ma è proprio su questo “non succederà nulla di pericoloso” che Dolci apre una frattura: non tanto contestando l’enunciato formale, quanto indicando il rischio sostanziale. Per lei, infatti, il problema non è solo cosa dice la Costituzione dopo la riforma, ma cosa accadrà con le leggi attuative e con la normazione ordinaria che seguirà.
“Il vero problema della giustizia è un altro”: depenalizzazione e risorse
Dolci parte dalla diagnosi generale: la giustizia italiana non soffre perché “manca la separazione delle carriere”, ma perché il sistema è inadeguato a reggere una domanda di giustizia che definisce “quasi patologica”.
La ricetta, per come la descrive, è molto concreta e poco ideologica:
servono misure deflattive, dunque una depenalizzazione significativa;
servono mezzi adeguati e soprattutto personale.
L’esempio che porta è impressionante: in Procura a Milano la carenza di personale amministrativo si aggirerebbe intorno al 40%. E, sottolinea, Milano non sarebbe nemmeno tra gli uffici messi peggio. Tradotto: la macchina si inceppa per mancanza di braccia e competenze operative, non per la presunta “promiscuità” tra giudici e pm.
“Separazione già di fatto”: il passaggio di funzioni è quasi zero
Il cuore dell’argomento di Dolci è un colpo diretto alla retorica riformista: la riforma Nordio, dice, affronta “formalmente un falso problema”, quello del passaggio di funzioni da requirente a giudicante e viceversa.
Ricorda che il passaggio oggi è regolato dalle norme introdotte con la riforma Cartabia: un solo trasferimento entro i primi dieci anni di carriera. E aggiunge un dato decisivo: nella pratica il passaggio avviene con una percentuale “vicina allo zero”. Se è così, la promessa “separiamo per evitare contaminazioni” perde il bersaglio: si costruisce un grande intervento costituzionale su un fenomeno statisticamente marginale.
“Il pm deve cercare la verità, anche a favore dell’indagato”
Dolci non si ferma alla procedura: entra nella cultura del ruolo. Racconta che agli inizi della sua carriera, con il vecchio codice, il banco del pubblico ministero era a fianco a quello del giudice e quel dettaglio “significava” qualcosa: la forma, dice, è sostanza. Perché il pubblico ministero è “parte pubblica”, ma non dovrebbe essere un “avversario” che punta solo alla condanna.
La sua idea del pm è quella descritta dal codice: cercare la verità e quindi avere anche l’obbligo di ricercare prove a favore dell’indagato. Arriva al punto più politico: se si spezza la “missione unificante” della funzione giurisdizionale – la ricerca della verità – e si trasforma il pm in una figura che per definizione deve “ottenere la condanna”, allora si indebolisce il sistema di garanzie per i cittadini.
È un passaggio chiave perché lega la riforma a un rischio di trasformazione culturale: non solo regole nuove, ma un pm percepito (e incentivato) come parte in senso pieno.
“Altro che giudici condizionati”: assoluzioni oltre il 50%
Un altro punto che Dolci porta per smentire un luogo comune ricorrente – il giudice che “segue” il pm – è un dato: le percentuali di assoluzione sono oltre il 50%. Il messaggio è chiaro: se più della metà dei processi finisce con assoluzioni, l’idea di un giudice “subalterno” al pm non regge come spiegazione generale.
E infatti usa un paradosso per smontare la logica “separiamo per evitare condizionamenti”: se davvero il problema fosse il condizionamento, allora bisognerebbe separare anche le carriere dei giudici di primo grado da quelle dei giudici d’appello e da quelli di Cassazione. Un modo per dire: l’argomento è costruito male, perché punta a un bersaglio selettivo.
“Riforma punitiva”: il sorteggio e i due Csm
Dolci definisce la riforma “punitiva” e indica un elemento specifico: il meccanismo di selezione dei componenti dei due Csm previsti dalla riforma. Secondo quanto riferisce, per i componenti togati ci sarebbe un sorteggio secco, mentre per i componenti laici il sorteggio avverrebbe su un gruppo scelto dalla maggioranza parlamentare.
È uno snodo politico, perché tocca il tema dell’autogoverno della magistratura e del bilanciamento tra poteri. Anche qui il ragionamento è meno “complottista” e più strutturale: la forma della selezione può incidere sulla percezione e sulla realtà dell’indipendenza.
Il punto più delicato: le leggi attuative e le “priorità” che possono guidare le procure
Quando le viene chiesto se l’esecutivo avrà controllo sulla magistratura, Dolci distingue tra norma costituzionale e pratica. Dice che, formalmente, la modifica del titolo IV della Costituzione “addirittura potenzia” la figura del pubblico ministero. Ma subito dopo sposta la lente: il problema potrebbe emergere con la normazione attuativa e, soprattutto, con la possibilità di stabilire per legge criteri di priorità nella trattazione dei procedimenti.
In altre parole: anche senza “ordini diretti” del governo al pm, si può determinare per via ordinaria cosa viene trattato prima e cosa dopo, cosa è centrale e cosa scivola ai margini. Ed è questo, secondo Dolci, che può portare a un assoggettamento “indiretto” all’esecutivo: non ti dico “chi indagare”, ma ti dico “cosa è prioritario”.
Antimafia al Nord: la mafia si combatte seguendo i soldi
Il passaggio più concreto è quello che riguarda l’antimafia nel Nord Italia. Dolci insiste su un punto che spesso sfugge nel dibattito pubblico: qui la mafia si combatte soprattutto sulla criminalità economica. E quindi sulle fattispecie che permettono di leggere l’infiltrazione mafiosa nelle imprese e nei rapporti con la pubblica amministrazione: evasione fiscale, bancarotte, reati contro la PA.
E qui arriva il nodo politico: se tra le priorità fissate dalla politica non ci fosse, ad esempio, la lotta all’evasione fiscale, anche le indagini antimafia ne risentirebbero. Perché i reati economici non sono “collaterali”: sono il modo in cui la mafia prospera, si mimetizza e conquista pezzi di mercato.
“Area grigia” e concorso esterno: il rischio di indagini più timide
Dolci tocca poi un terreno ancora più sensibile: le collusioni e le commistioni tra mafia e contesti politici, imprenditoriali, istituzionali. È la cosiddetta “area grigia”, dove spesso si contestano reati complessi come il concorso esterno in associazione mafiosa, che coinvolge professionisti, imprenditori e politici.
Qui l’avvertimento è netto: se il pubblico ministero dovesse sentirsi intimorito o delegittimato, perché “rischiare” una contestazione difficile e politicamente esplosiva? La conseguenza, secondo Dolci, è che si tenderà a non esplorare a fondo l’area grigia, proprio quella che permette alle mafie di diventare sistema e non solo criminalità.
Falcone e Chinnici: la cultura della giurisdizione come presidio
Nel ragionamento entra anche un richiamo storico: magistrati come Giovanni Falcone e Rocco Chinnici hanno svolto sia funzioni da pm sia da giudice. Ma il punto, per Dolci, non è la “mobilità” in sé: è la cultura con cui il pm agisce.
La frase che sintetizza questa impostazione è potente: prima di chiedere una misura cautelare o una condanna, bisogna domandarsi “cosa farei se fossi il giudice?”. È la “cultura della giurisdizione” che non dovrebbe venire meno: l’idea che il pm non sia “parte” come nel processo civile, ma un attore pubblico orientato alla verità e alle garanzie.
Non a caso cita un’espressione che la rappresenta: in Vaticano i pm vengono chiamati “promotori di giustizia”.
“Ci sentiremmo più controllati?” La risposta rinviata alle leggi attuative
Alla domanda finale – se la riforma passasse, vi sentireste più controllati – Dolci non cade nella profezia facile: dice che per saperlo bisognerà attendere le leggi attuative, che entrerebbero in vigore entro un anno dal via libera della riforma. È un modo per ribadire che la partita vera non finisce col referendum: comincia dopo, nel modo in cui la riforma verrà tradotta in norme operative.
E chiude con un confronto europeo che suona come avvertimento: cita casi come Spagna e Francia, dove – secondo la sua ricostruzione – il pubblico ministero risponde all’esecutivo. Un modello che, nel dibattito italiano, è spesso evocato dai sostenitori della riforma come “normale”, ma che per una procura antimafia può trasformarsi in un rischio sistemico.
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L’intervista di Alessandra Dolci mette a nudo una contraddizione: il referendum viene presentato come un intervento “tecnico” sulle carriere, ma per chi lavora sulle mafie può diventare un cambiamento che incide sulla libertà e sul coraggio investigativo, soprattutto nei casi più complessi e politicamente sensibili.
Secondo Dolci, la separazione tra funzioni è già di fatto, mentre i problemi reali sono risorse, depenalizzazione e capacità del sistema di reggere la domanda di giustizia. Il rischio, invece, è che attraverso criteri di priorità e norme attuative si arrivi a un controllo indiretto che rende il pm meno indipendente e quindi meno efficace proprio dove serve di più: nella criminalità economica, nelle collusioni, nell’area grigia.


















