Il vantaggio del Sì c’è ancora, ma si assottiglia in modo netto: è questo il segnale politico più evidente che arriva dagli ultimi dati mostrati a Piazzapulita sul referendum sulla riforma della magistratura. Nella rilevazione più recente, illustrata nel segmento dedicato ai sondaggi (curato da Renato Mannheimer di Eumetra), il Sì scende al 52,7% mentre il No sale al 47,3%.
Tradotto: la distanza tra i due fronti si riduce e la partita, che fino a poche settimane fa appariva più larga, entra in una zona in cui ogni dettaglio della campagna (messaggi, mobilitazione, affluenza, indecisi) può ribaltare il risultato.
I numeri della “rimonta”: cosa dicono le tre rilevazioni
La grafica trasmessa dal programma ricostruisce un piccolo trend su tre date:
5 novembre: Sì 54,4% – No 45,6%
3 dicembre: Sì 55,7% – No 44,3%
14 gennaio: Sì 52,7% – No 47,3%
L’elemento che colpisce è lo spostamento secco dell’ultimo passaggio: rispetto a dicembre, il Sì perde 3 punti e il No ne guadagna 3. In pratica, in poche settimane il “vantaggio” del Sì si dimezza: dal +11,4 di dicembre al +5,4 di metà gennaio.
Perché è un dato pesante: margini stretti e voto ad alta sensibilità
Quando un referendum si muove su scarti così contenuti, entrano in gioco tre fattori “classici”:
1. Mobilitazione: vince chi porta più elettori al voto e li convince a scegliere in modo netto.
2. Conoscenza del quesito: più il tema è tecnico, più è facile che l’opinione pubblica oscilli.
3. Percezione di “posta in gioco”: se il referendum viene letto come un giudizio politico sul governo o sulla magistratura, la dinamica diventa più polarizzata.
E qui il tema è per definizione sensibile: la riforma riguarda l’assetto della giustizia e tocca questioni che, nel dibattito pubblico, si caricano facilmente di significati identitari (garanzie per i cittadini, indipendenza della magistratura, equilibrio dei poteri).
Che referendum è e cosa c’è sul tavolo
Secondo la ricostruzione proposta da RaiPlay in un approfondimento televisivo, si tratta di un referendum confermativo sulla riforma della giustizia, con voto indicato per 22 e 23 marzo, e con contenuti che includono – tra i punti discussi – la separazione delle carriere tra PM e giudici e modifiche all’assetto del CSM (nel dibattito citato come “WCSM sorteggiato”).
In parallelo, LA7 ha ricordato che la riforma è passata in Parlamento senza la maggioranza dei due terzi e che, in questo quadro, si è aperta la strada al referendum costituzionale senza quorum.
Questo dettaglio è cruciale: se non c’è quorum, conta solo chi vota e come vota. E dunque la “rimonta” del No può diventare ancora più competitiva se accompagnata da una strategia di mobilitazione efficace.
Il “No” in rimonta: quali letture possibili
Il sondaggio non spiega da solo “perché” il No cresca, ma il contesto aiuta a costruire alcune interpretazioni plausibili:
Campagna più aggressiva e visibile: spesso il fronte del No, quando percepisce un rischio concreto, tende a compattarsi e a comunicare con toni più allarmati (indipendenza della magistratura, possibili effetti sui diritti).
Effetto informazione/controinformazione: man mano che il referendum entra nel dibattito quotidiano, elettori che inizialmente erano “a favore per istinto” possono diventare più prudenti.
Polarizzazione politica: il referendum può essere letto come un passaggio identitario (pro o contro una linea di governo), e questo tende a muovere quote di elettorato in modo rapido.
Sono dinamiche che si vedono spesso nei referendum “di sistema”: all’inizio prevale l’orientamento più semplice (“sì al cambiamento” o “sì alla riforma”), poi cresce l’attenzione alle conseguenze e il voto si stringe.
Il confronto con altri sondaggi: perché i numeri possono sembrare lontani
Un’altra chiave per capire la volatilità del quadro è guardare come altri istituti descrivono lo scenario: in varie rilevazioni, la quota di indecisi risulta ancora importante.
Secondo EMG per Tg3, i favorevoli sarebbero al 48,7%, i contrari al 30%, con indecisi al 21,3% e affluenza stimata al 43%.
In un sondaggio Only Numbers citato da Porta a Porta, il Sì sarebbe al 37,6%, il No al 30,0% e gli indecisi al 32,4%, con l’osservazione che molti non si esprimono perché non conoscono bene i contenuti della riforma.
Queste differenze non “smentiscono” Piazzapulita: indicano piuttosto che conta moltissimo come si pone la domanda, se si includono gli indecisi nel totale e quale sia il modello di stima. Nel grafico di Piazzapulita, infatti, Sì e No sommano 100%: è un dato che fotografa una scelta già espressa, più che l’intero elettorato “potenziale”.
Cosa può succedere ora: lo scenario da qui al voto
Se la traiettoria vista tra dicembre e gennaio dovesse proseguire, il referendum entrerebbe rapidamente in una zona di pareggio tecnico, anche perché il margine di errore dichiarato nella scheda tecnica della rilevazione mostrata in trasmissione è nell’ordine del ±4% (campione 800, metodo CAWI).
Da qui in avanti, i nodi decisivi diventano:
la capacità dei due fronti di spiegare il quesito senza farlo percepire come “solo politico”;
la scelta di trasformare (o no) il voto in un giudizio sul governo;
l’affluenza (e la motivazione a recarsi alle urne), che nei referendum può cambiare radicalmente la composizione del voto.
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Il dato mostrato da Piazzapulita non dice che il Sì sia sconfitto: al contrario, resta in vantaggio. Ma dice qualcosa di altrettanto importante: il No è vivo, cresce, e soprattutto accorcia. In un referendum che tocca l’architettura della giustizia – e che, per sua natura, tende a polarizzare e a “scaldarsi” man mano che si avvicina il voto – una rimonta di tre punti in poche settimane è un segnale che nessuno dei due fronti può ignorare. La sensazione, oggi, è che non si vada verso un risultato scontato, ma verso una sfida vera: una di quelle in cui a decidere non è solo l’opinione di partenza, ma chi riesce a convincere gli indecisi e a portare alle urne il proprio elettorato.



















