C’è un momento in cui una risposta smette di essere solo una presa di posizione e diventa un messaggio politico e istituzionale. È ciò che sta accadendo nello scontro, sempre più acceso, attorno al referendum sulla giustizia e al ruolo della magistratura nel sistema democratico italiano. Perché le parole pronunciate dal presidente dell’Associazione nazionale magistrati, Cesare Parodi, non suonano come una semplice difesa corporativa, ma come una vera controffensiva culturale contro la narrazione che, da settimane, una parte della politica sta costruendo attorno ai giudici.
Nel pieno di una campagna referendaria segnata da toni durissimi, accuse reciproche e tentativi evidenti di trasformare la giustizia in un terreno di scontro totale, Parodi ha scelto di rispondere con un intervento che punta al cuore della questione. Non entrando nel gioco della polemica urlata, ma ribaltando il quadro con una definizione destinata a pesare: “La magistratura non è un contropotere. È un presidio”. Una formula che, da sola, contiene la replica più netta alle accuse, alle semplificazioni e al clima di delegittimazione che i magistrati ritengono di subire.
La replica dell’Anm nel pieno dello scontro sul referendum
L’intervento di Cesare Parodi è arrivato nel corso del XXV congresso di Magistratura democratica, in un momento in cui il tema della giustizia è tornato al centro della scena politica con forza crescente. Il referendum ha riaperto divisioni profonde e ha rimesso in circolo un lessico di contrapposizione radicale, dentro il quale la magistratura viene spesso rappresentata, da parte della maggioranza e di settori del governo, come un ostacolo al cambiamento, un blocco di potere o addirittura un soggetto politicizzato.
È contro questa impostazione che Parodi decide di intervenire. E lo fa scegliendo una linea che non è né tecnica né notarile, ma fortemente simbolica e politica. Il presidente dell’Anm non si limita a difendere l’autonomia della magistratura come principio astratto. Cerca piuttosto di ridefinirne il senso pubblico, il ruolo democratico, la funzione concreta per il cittadino.
Per questo le sue parole non sono solo una risposta a un attacco contingente, ma una dichiarazione di identità istituzionale.
“La magistratura non è un contropotere”
È probabilmente il passaggio più forte e più denso del suo intervento. In un clima in cui ai magistrati viene spesso attribuito il ruolo di antagonisti del governo o di soggetti che agirebbero per condizionare la politica, Parodi sceglie di smontare la cornice alla radice. La magistratura, dice, non è un contropotere.
È una frase che pesa moltissimo, perché intercetta un nodo centrale del dibattito di queste settimane. Una parte della politica, infatti, insiste nel descrivere la magistratura come un potere che si contrappone ad altri poteri, che entra in collisione con l’indirizzo democraticamente scelto dal Parlamento e dal governo, che si muove come soggetto autonomo di pressione o di interdizione.
Parodi ribalta completamente questa immagine. Rifiuta la definizione di contropotere non perché voglia ridurre il ruolo della magistratura, ma perché intende sottrarlo alla logica della guerra tra istituzioni. La sua tesi, in sostanza, è che i magistrati non esistano per combattere il potere politico, né per contendersi con esso lo spazio pubblico, ma per garantire l’applicazione della legge e la tutela dei diritti dentro il quadro costituzionale.
È una differenza decisiva. Perché trasforma la magistratura da soggetto della contesa a presidio del sistema.
“È un presidio. L’ultimo chilometro della democrazia”
Se la prima frase serve a demolire una rappresentazione, la seconda serve a costruirne un’altra. E qui Parodi sceglie un’immagine molto forte: la magistratura come “ultimo chilometro della democrazia”.
Non è un’espressione casuale. Parla di prossimità, di concretezza, di un punto finale ma decisivo del rapporto tra cittadino e Stato. In quella formula è contenuta un’idea precisa: il giudice non è un protagonista astratto del conflitto tra poteri, ma il luogo istituzionale in cui il cittadino, quando tutto il resto non basta, cerca protezione di fronte al sopruso.
È questo il senso del passaggio successivo, forse il più intenso dell’intervento: “quello in cui il cittadino chiede protezione di fronte al sopruso. Se cede questo chilometro, il cittadino resta solo”.
Qui la replica della magistratura si fa ancora più netta. Perché non difende se stessa in nome di un interesse di categoria, ma afferma che indebolire la giurisdizione significa indebolire il cittadino. Se il giudice perde autorevolezza, autonomia o legittimazione agli occhi dell’opinione pubblica, a perdere non è soltanto un ordine dello Stato: perde soprattutto chi non ha altro strumento per far valere un diritto violato.
Una risposta al clima di delegittimazione
Le parole di Parodi vanno lette dentro il clima politico che si è sedimentato attorno al referendum sulla giustizia. Da giorni, se non da settimane, il confronto pubblico si è caricato di una tensione che supera di molto il merito dei quesiti. La riforma, i referendum, il rapporto tra politica e magistratura sono diventati il terreno su cui si scarica uno scontro più profondo: quello tra chi accusa i giudici di aver assunto un ruolo eccessivo e chi, al contrario, vede negli attacchi alla magistratura il tentativo di ridurne il peso e la funzione di garanzia.
In questo quadro, la replica di Parodi assume il valore di una linea di resistenza. Non perché neghi che la magistratura possa essere criticata, riformata o sottoposta a confronto pubblico, ma perché respinge l’idea che la sua delegittimazione possa essere usata come strumento politico ordinario.
Quando il presidente dell’Anm parla di credibilità che nasce dalla “coerenza con cui, ogni giorno, teniamo insieme il dubbio e il servizio, la misura e la responsabilità”, sta dicendo proprio questo: l’autorevolezza dei magistrati non si costruisce nelle dichiarazioni di parte, né nelle campagne aggressive, ma nel lavoro quotidiano, nella responsabilità, nella misura istituzionale.
Il richiamo alla misura contro la rissa politica
C’è un altro elemento importante nel passaggio citato da Parodi: il riferimento al dubbio, al servizio, alla misura, alla responsabilità. Non è solo una difesa della magistratura; è anche una presa di distanza implicita dai toni della politica.
Nel pieno di uno scontro in cui spesso dominano slogan, contrapposizioni secche, semplificazioni e accuse reciproche, il presidente dell’Anm rivendica un’altra grammatica. Quella della prudenza, dell’equilibrio, del peso delle decisioni. È quasi una rivendicazione di stile istituzionale contro la brutalizzazione del linguaggio pubblico.
Ed è proprio qui che la sua replica diventa durissima pur senza essere urlata. Perché mette a confronto due modi opposti di abitare lo spazio pubblico: da una parte la polemica politica che tende a ridurre tutto a schieramento, dall’altra la funzione giurisdizionale che, almeno nella propria autodescrizione, vive di dubbi, responsabilità e misura.
Il referendum come scontro sul senso della giustizia
A rendere ancora più delicata questa fase è il fatto che il referendum non viene più percepito soltanto come uno strumento tecnico di riforma, ma come un giudizio politico complessivo sulla magistratura. È questo il punto che, evidentemente, preoccupa l’Anm.
Se il confronto si concentra solo sui magistrati come problema, come ostacolo, come casta o come potere deviato, il rischio è che il dibattito smarrisca la domanda essenziale: a che cosa serve la giustizia in una democrazia? Serve solo a punire e chiudere processi, o serve anche a garantire che il cittadino non resti esposto all’arbitrio, all’abuso, al sopruso?
Parodi, con il riferimento all’“ultimo chilometro della democrazia”, cerca proprio di riportare il discorso lì. Non sul terreno dell’orgoglio di categoria, ma su quello della funzione democratica della giurisdizione.
Una controffensiva culturale più che corporativa
Per questo sarebbe riduttivo leggere il suo intervento come una semplice risposta di categoria. In realtà, ciò che emerge è qualcosa di più simile a una controffensiva culturale. La magistratura, attraverso il presidente dell’Anm, prova a sottrarsi alla posizione difensiva e a proporre una propria narrazione pubblica.
Non più il giudice rappresentato come corpo separato, ma il giudice come presidio del cittadino. Non più la magistratura accusata di essere un contropotere, ma la magistratura che si definisce punto di tenuta della democrazia nel suo tratto più concreto e finale.
È una mossa comunicativa e istituzionale importante. Perché dimostra che i magistrati hanno compreso quanto la partita in corso non sia solo giuridica o referendaria, ma profondamente simbolica. E quindi va combattuta anche sul terreno del significato.
Il messaggio al governo e al Paese
L’intervento di Parodi parla dunque a due destinatari insieme. Da una parte il governo e la maggioranza, a cui viene implicitamente detto che il tentativo di ridurre la magistratura a soggetto politico ostile non sarà accettato in silenzio. Dall’altra il Paese, cioè l’opinione pubblica, a cui l’Anm prova a spiegare che la difesa della giurisdizione non riguarda i privilegi dei magistrati, ma la protezione dei cittadini.
Ed è probabilmente questo l’aspetto più politico della sua replica. Spostare l’asse del discorso dal magistrato al cittadino, dal conflitto tra poteri alla solitudine di chi subisce un sopruso e ha bisogno di una tutela. Se “cede questo chilometro”, dice Parodi, “il cittadino resta solo”. È una frase che vale come risposta, ma anche come avvertimento.
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Nulla lascia pensare che questa presa di posizione possa chiudere lo scontro. Al contrario, è probabile che contribuisca ad alimentarlo, perché arriva in un momento in cui il confronto sul referendum è ormai diventato anche uno scontro sulla legittimazione reciproca tra politica e magistratura.
Ma proprio per questo il suo peso è destinato a restare. Perché non è una battuta, non è un inciso occasionale, non è un passaggio tecnico. È una definizione forte del ruolo costituzionale della magistratura, pronunciata nel momento in cui quel ruolo viene messo più apertamente in discussione.
Alla fine, la “durissima replica” di Parodi sta tutta qui: nel rifiuto di accettare la caricatura della magistratura come contropotere e nella scelta di riproporla invece come presidio ultimo del cittadino e della democrazia. Una risposta secca, profonda e politicamente pesante, che sposta il baricentro dello scontro e rilancia una domanda che, nel frastuono del referendum, rischiava di essere dimenticata: chi resta a difendere il cittadino, se si colpisce proprio l’istituzione che dovrebbe proteggerlo?



















