Referendum – L’ex magistrato Di Matteo denuncia tutto! Ecco cosa dice su Nordio – Video

L’argomento è uno dei più divisivi della stagione politica e giudiziaria: la separazione delle carriere tra magistrati requirenti e giudicanti, portata nel dibattito pubblico anche attraverso il percorso referendario. E proprio su questo tema, a Milano, il sostituto procuratore nazionale antimafia Nino Di Matteo ha lanciato un avvertimento durissimo, collegando la riforma a uno dei documenti più controversi della storia repubblicana: il Piano di rinascita democratica della loggia P2 guidata da Licio Gelli.

Di Matteo ne ha parlato durante l’evento #IoVotoNo Milano, organizzato dall’associazione Schierarsi, dialogando con Alessandro Di Battista. Il magistrato ha sostenuto che la separazione delle carriere rappresenta “uno dei punti di riferimento” e “uno dei punti cardine” proprio del programma della P2, arrivando a leggere in pubblico alcuni passaggi del piano di Gelli per evidenziarne, a suo dire, le somiglianze con ciò che sta accadendo oggi.

Il passaggio più duro: “Non posso accettare certe parole su Gelli”

Nel suo intervento, Di Matteo ha inserito anche un attacco diretto al ministro della Giustizia Carlo Nordio, contestando una frase che attribuisce al Guardasigilli: “va bene ma Gelli poteva dire anche cose giuste”. La risposta del magistrato è netta e punta sul valore simbolico della figura di Gelli: secondo Di Matteo, non si può parlare in questi termini senza ricordare che Gelli è stato “il capo di un’organizzazione eversiva”.

È una presa di posizione che sposta lo scontro su un piano che va oltre la tecnica giuridica: qui non c’è solo una riforma da discutere nel merito, ma un giudizio sulla memoria politica e istituzionale del Paese e su ciò che, nell’immaginario repubblicano, la P2 rappresenta.

Perché la P2 entra nel dibattito sulla giustizia

Il riferimento alla P2 non è casuale né neutro. Nella narrazione di Di Matteo, evocare il “Piano di rinascita democratica” significa sostenere che alcune riforme della giustizia — e in particolare la separazione delle carriere — non siano semplicemente un’innovazione organizzativa, ma un tassello di una visione che, storicamente, puntava a ridisegnare gli equilibri tra poteri.

Quando un magistrato antimafia usa parole come “punto cardine” e “programma” riferite alla P2, sta dicendo una cosa precisa: la riforma non sarebbe soltanto discutibile, ma potenzialmente pericolosa perché toccherebbe il cuore del sistema di garanzie costruito dopo la Costituzione e consolidato nel dopoguerra.

La separazione delle carriere come “spartiacque”

La separazione delle carriere divide da anni magistratura e politica. Da un lato, chi la sostiene la presenta come un modo per rafforzare la terzietà del giudice e ridurre l’idea di una “vicinanza culturale” tra giudici e pubblici ministeri. Dall’altro, chi la contrasta teme che la riforma finisca per indebolire l’autonomia della magistratura requirente e, di conseguenza, la capacità di indagare sui poteri forti senza pressioni.

Di Matteo, con la sua uscita, si colloca chiaramente in questo secondo campo: il suo messaggio non è “questa riforma è sbagliata”, ma “questa riforma richiama un disegno storico di alterazione degli equilibri democratici”. È un salto di livello comunicativo che alza la posta: perché se l’accostamento alla P2 attecchisce nel dibattito pubblico, la separazione delle carriere non viene più percepita come una riforma “opinabile”, ma come una linea rossa.

L’evento #IoVotoNo e la campagna contro il referendum

La cornice dell’intervento è altrettanto significativa: Di Matteo parla in un appuntamento esplicitamente pensato per promuovere il “No” al referendum. Questo dettaglio chiarisce la natura dell’uscita: non è un commento tecnico da convegno, ma un intervento politico-culturale dentro una campagna pubblica, con l’obiettivo di orientare l’opinione degli elettori.

La presenza di Alessandro Di Battista, figura politica e comunicativa abituata allo scontro frontale, contribuisce a costruire un palco che non mira solo a spiegare, ma a incidere. E infatti il punto più forte della giornata non è una formula giuridica: è la scelta di leggere passaggi del “piano” di Gelli per dire “guardate che questa strada era già scritta lì”.

L’obiettivo del messaggio: delegittimare la riforma sul piano simbolico

Quando Di Matteo collega la separazione delle carriere al programma della P2, compie un’operazione che punta a un risultato preciso: delegittimare la riforma non soltanto sul merito, ma sul significato.

È una strategia che funziona soprattutto in un Paese dove la P2 è diventata un simbolo del “non detto”, delle trame, dell’idea di uno Stato parallelo. Se la riforma viene percepita come “figlia” di quella stagione, allora anche chi non è esperto di diritto può intuire che, secondo chi parla, qui non si sta solo riorganizzando la giustizia: si sta toccando un nervo democratico.

Nordio, Gelli e lo scontro sulla memoria repubblicana

Il secondo asse del discorso — la frase attribuita a Nordio su Gelli — serve a Di Matteo per rafforzare il messaggio: non è solo la riforma a preoccuparlo, ma anche il modo in cui una parte del governo parla di figure e vicende che, nella storia italiana, sono considerate uno spartiacque.

Quando un magistrato dice “non posso accettare” e sottolinea “capo di una loggia eversiva”, sta chiedendo una presa di distanza totale e non ambigua. È un modo per dire: su certe cose non si scherza, non si relativizza, non si “salva” nulla. E implicitamente: chi relativizza rischia di normalizzare.

Il significato politico dell’allarme

L’allarme di Di Matteo produce un effetto immediato: polarizza. Chi è già contrario alla riforma troverà in quelle parole un rafforzamento della propria posizione. Chi è favorevole le leggerà come un’esagerazione, o come un modo di spostare la discussione dal merito alla demonizzazione.

Ma al di là degli schieramenti, resta un fatto: quando un magistrato con un profilo antimafia mette in campo l’argomento “P2”, sta dicendo che la separazione delle carriere, per lui, non è una discussione tra addetti ai lavori, ma un bivio istituzionale. E questo rende più difficile qualsiasi compromesso, perché trasforma la riforma in una battaglia identitaria: o con la garanzia democratica o contro di essa.

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L’intervento di Nino Di Matteo a Milano segna un salto di intensità nello scontro sulla separazione delle carriere. Non si limita a contestare la riforma: la incastra dentro un riferimento storico pesante, la P2, e attacca frontalmente il ministro Nordio sulla gestione pubblica della memoria di Licio Gelli. Il risultato è un messaggio che punta a scuotere l’opinione pubblica: non una disputa tecnica, ma un allarme politico-istituzionale.

E ora la domanda, inevitabile, è questa: il Paese discuterà davvero nel merito — conseguenze, equilibri, indipendenza della magistratura — oppure la campagna referendaria si trasformerà in un confronto totale, dove ogni riforma viene letta come “rischio democratico” e ogni critica come “strumentalizzazione”? In mezzo, resta una certezza: lo scontro sulla giustizia non è più solo una questione di norme. È una battaglia sul modello di Stato e sul modo in cui l’Italia decide di raccontare se stessa.

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