Referendum, l’ex Ministro Bonafede torna in TV e affossa la riforma e Nordio – IL SUPER VIDEO

Il caso Bartolozzi continua ad allargarsi e a pesare come un macigno sulla campagna per il referendum sulla giustizia. Stavolta a intervenire è stato Alfonso Bonafede, ex ministro della Giustizia, ospite di Otto e mezzo su La7 nella puntata dell’11 marzo, dove ha usato parole durissime contro la capa di gabinetto di Carlo Nordio. Per Bonafede, le frasi pronunciate da Giusi Bartolozzi non rappresentano una semplice gaffe, ma qualcosa di molto più profondo: la rivelazione del vero impianto politico e culturale che starebbe dietro alla riforma sostenuta dal governo.

Il cuore dello scontro sta tutto in una formula che nei giorni scorsi ha fatto esplodere le polemiche: quella magistratura descritta come un “plotone di esecuzione” da cui bisognerebbe liberarsi. Un’espressione che ha provocato reazioni indignate, richieste di chiarimento, imbarazzo politico e anche prese di distanza più o meno nette. Bonafede, però, nel suo intervento televisivo, ha fatto un passo ulteriore: non si è limitato a censurare il linguaggio, ma ha sostenuto che proprio quelle parole mettono a nudo la sostanza del progetto referendario e della riforma della giustizia portata avanti dall’esecutivo.

“Parole gravissime”: l’affondo di Bonafede

Nel corso del confronto su La7, Bonafede ha definito le affermazioni di Bartolozzi “parole gravissime”, aggiungendo una frase dal peso politico evidente: “Ciascuno ha la propria soglia di gravità oltre la quale dare le dimissioni. Secondo la mia soglia, queste parole sono chiaramente gravissime”. È un passaggio che non lascia molto spazio all’equivoco, perché l’ex Guardasigilli non parla solo di una frase infelice, ma individua una soglia di incompatibilità politica e istituzionale che, a suo giudizio, è stata superata.

Il senso del suo ragionamento è preciso: il problema non è lo scivolone comunicativo, non è la frase infelice detta in un dibattito acceso, non è neppure solo la brutalità dell’immagine evocata. Per Bonafede, il punto vero è che quelle parole rivelerebbero un’impostazione più ampia, una visione della magistratura vissuta non come potere autonomo e indipendente da rispettare dentro gli equilibri costituzionali, ma come ostacolo da neutralizzare.

Non una gaffe isolata, ma un messaggio politico

È qui che l’ex ministro sposta il piano della polemica. Nel suo intervento, infatti, Bonafede insiste sul fatto che le frasi di Bartolozzi non sarebbero un episodio isolato, ma si inserirebbero in un quadro più largo di messaggi ripetuti ogni giorno dai sostenitori della riforma. In altre parole, secondo lui, la vicenda non può essere archiviata come una semplice uscita maldestra: sarebbe invece il riflesso più esplicito di una linea politica già ben riconoscibile.

Per questo il suo giudizio diventa ancora più duro. Se la frase della capa di gabinetto di Nordio fosse solo una forzatura personale, il caso si fermerebbe alla polemica sul linguaggio. Ma Bonafede sostiene esattamente il contrario: quel lessico, così aggressivo e divisivo, direbbe ad alta voce ciò che normalmente viene tenuto sotto una veste più tecnica, più istituzionale, più presentabile. Da qui la conclusione politica: il “vero obiettivo” della riforma non sarebbe migliorare l’efficienza della giustizia, ma riequilibrare i rapporti tra i poteri in una direzione che finirebbe per indebolire la magistratura.

Il riferimento a Nordio e il nodo del “controllo”

Nel suo ragionamento, Bonafede lega le parole di Bartolozzi ad altre dichiarazioni arrivate in questi mesi dal fronte governativo. In particolare, richiama il tema sollevato da Nordio quando parla della magistratura come di un potere che, se non “controllato”, può diventare un problema. È proprio questa eco tra parole diverse, secondo l’ex ministro, a dimostrare che non ci si trova davanti a un incidente occasionale, ma a una concezione precisa della riforma.

Il bersaglio dell’ex Guardasigilli, quindi, non è soltanto la capa di gabinetto del ministero, ma l’intera impostazione culturale che ruoterebbe attorno alla campagna referendaria del Sì. Una campagna che, nella lettura di Bonafede, starebbe progressivamente abbandonando il terreno del merito tecnico per spostarsi su quello dello scontro politico diretto con le toghe.

Il rischio di uno sbilanciamento tra i poteri dello Stato

Il passaggio più delicato del suo intervento è quello relativo agli equilibri costituzionali. Bonafede non parla solo da ex ministro o da esponente dell’opposizione: prova a collocare il tema sul piano dell’architettura istituzionale. E qui il suo allarme è netto. A suo giudizio, frasi come quelle di Bartolozzi mostrano il rischio di uno “sbilanciamento dei poteri dello Stato”, perché la magistratura verrebbe trattata come una controparte politica da colpire, non come uno dei poteri che la Costituzione tiene distinto e autonomo.

In questo senso, la sua critica non è soltanto politica ma anche istituzionale. Per Bonafede, il vero pericolo è che la riforma venga discussa e promossa dentro un clima in cui l’indipendenza della magistratura non è più considerata un principio da tutelare, bensì un problema da ridimensionare. E questo, per un ex ministro della Giustizia, assume inevitabilmente il valore di una denuncia molto pesante.

Il botta e risposta con Mieli e il nodo Palamara

La presenza di Bonafede a Otto e mezzo non si è limitata al caso Bartolozzi. Sempre nella puntata dell’11 marzo, Paolo Mieli gli ha ricordato il caso Palamara, osservando che forse da ministro avrebbe potuto intervenire in modo più deciso per cambiare davvero qualcosa dentro il sistema. La replica dell’ex Guardasigilli è stata immediata e piuttosto netta. Bonafede ha rivendicato di aver lavorato a una riforma che modificava i meccanismi interni del Csm e ha ricordato in particolare di aver introdotto per la prima volta una norma sul blocco delle porte girevoli, cioè il principio per cui il magistrato che entra in politica non può poi rientrare in magistratura. Ha inoltre sostenuto di aver cercato di costruire un assetto che dividesse in modo netto politica e magistratura, aggiungendo però che quel percorso non fu completato perché il governo cadde.

Questo passaggio è importante perché mostra come Bonafede non stia cercando di sottrarsi al confronto sulla stagione in cui fu ministro. Anzi, usa quel confronto per rilanciare la propria lettura: da una parte rivendica riforme che, a suo dire, puntavano a correggere storture reali senza mettere in discussione l’equilibrio tra i poteri; dall’altra accusa la riforma Nordio di muoversi invece su un terreno diverso, più politico e meno garantista.

Il ritorno sulla scena del confronto politico

L’intervento televisivo dell’ex ministro ha anche un valore simbolico. In un momento in cui la campagna sul referendum entra nella fase decisiva e la maggioranza prova a compattarsi attorno al Sì, Bonafede torna a occupare uno spazio di primo piano nel dibattito sulla giustizia. Non lo fa con toni difensivi né solo per rivendicare il passato, ma scegliendo l’attacco frontale: contro Bartolozzi, contro il linguaggio usato dal fronte governativo, contro l’idea stessa che il referendum possa essere raccontato come un semplice intervento tecnico di modernizzazione.

Il suo messaggio, in sostanza, è che non bisogna fermarsi alla formula della riforma, ma guardare il clima politico e culturale in cui quella riforma viene sostenuta. E se in quel clima compaiono espressioni come “plotone di esecuzione”, allora, secondo lui, significa che il progetto ha una direzione molto più radicale di quella dichiarata ufficialmente.

Un caso che continua a inseguire il governo

Il problema per il governo è che il caso Bartolozzi, anziché spegnersi, continua a produrre effetti politici. La polemica si è allargata ben oltre il circuito degli addetti ai lavori e ha finito per investire direttamente la campagna referendaria, costringendo i sostenitori del Sì a spendere energie non sul merito della riforma, ma sulla gestione di un danno d’immagine evidente. Lo dimostra anche il fatto che altri commentatori intervenuti su La7 hanno parlato del caso come di un episodio capace di danneggiare la causa del referendum o di rivelare un problema culturale più profondo.

In questo quadro, l’intervento di Bonafede pesa ancora di più perché riassume in forma politica quello che molti stanno insinuando da giorni: che dietro il linguaggio usato da Bartolozzi ci sia una verità che il governo fatica a nascondere. E cioè che una parte del fronte del Sì non voglia semplicemente cambiare la giustizia, ma ridimensionare il ruolo della magistratura.

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Il vero colpo assestato da Bonafede non sta soltanto nell’aver definito “gravissime” le parole di Bartolozzi. Sta nell’averle trasformate in una chiave di lettura generale della riforma. Secondo l’ex ministro, non si tratta più di discutere un singolo eccesso verbale, ma di capire quale idea di giustizia e quale equilibrio tra poteri stia emergendo da questa campagna.

Ed è proprio questo il punto che rischia di restare. Se la polemica si limita alla frase, il governo può provare a cavarsela con una rettifica, una presa di distanza, una scusa. Ma se invece passa l’idea, rilanciata da Bonafede, che quella frase abbia semplicemente detto ad alta voce ciò che molti pensano in silenzio, allora il caso diventa molto più pericoloso. Perché non investe più una persona sola, ma l’intera credibilità politica della riforma.

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