Referendum, mazzata per Meloni e Nordio… Il Consiglio Superiore della Magistratura è il…

Altro che “toghe intoccabili” e “impunità”: i dati disciplinari mostrano un sistema che punisce, e punisce più della media Ue. E inchiodano la narrazione della destra usata per spingere la riforma al voto di marzo

Nel dibattito che porta al referendum sulla riforma della giustizia, la destra ha costruito per mesi un racconto semplice, martellante, utile a fare campagna: magistrati impuniti, sistema “indulgente”, Consiglio superiore della magistratura incapace (o non disposto) a punire. Un racconto che serve a trasformare una riforma costituzionale in una sorta di “resa dei conti” con le toghe, e a presentare il voto come un referendum “contro” qualcuno.

Poi arrivano i numeri. E il castello retorico scricchiola.

I dati disciplinari del Csm, infatti, raccontano l’opposto: in Italia le sanzioni ai magistrati sono più frequenti che nel resto dell’Unione europea, al punto che – secondo il confronto riportato – da noi i magistrati vengono colpiti circa il quadruplo rispetto a molte realtà europee. Non un dettaglio tecnico: è la smentita secca della “favola” dell’impunità, usata come carburante politico per la campagna referendaria.

I dati disciplinari: il Csm decide, archivia, assolve e condanna

Il punto centrale, che la propaganda tende a nascondere, è che il sistema disciplinare funziona: istruisce procedimenti, produce decisioni, commina sanzioni. Non è un mondo senza regole, né un circuito chiuso dove “si proteggono tra loro” per definizione.

La Sezione disciplinare del Csm, nella consiliatura iniziata nel gennaio 2023, ha emesso un numero elevato di decisioni: un flusso di provvedimenti che include archiviazioni e assoluzioni (come in ogni sistema di garanzie), ma anche condanne e sanzioni, comprese quelle più incisive. Questo significa una cosa banale ma decisiva: la disciplina non è teatro. È amministrazione della responsabilità.

E qui cade il primo pilastro della narrazione: se davvero la giustizia disciplinare fosse “una farsa”, i numeri delle decisioni e delle sanzioni non starebbero in piedi. Invece stanno in piedi, eccome.

Il confronto che smonta la leggenda: Italia sopra Germania, Francia e Spagna

La parte più esplosiva è il confronto europeo, perché toglie alla destra l’ultima scorciatoia: “Sì, magari qualche sanzione c’è, ma siamo più morbidi degli altri”.

No: siamo più severi, almeno in termini di frequenza.

I dati riportati indicano che in Italia sono stati sanzionati 38 magistrati su 9.421, pari a circa 0,4%. E quando metti quel numero accanto agli altri Paesi, la propaganda si schianta:

Germania: circa 0,39%

Francia: circa 0,19%

Spagna: circa 0,09%

Romania: nessuna sanzione nel periodo considerato


Tradotto: l’Italia non è il Paese dove “non succede mai niente”. È uno dei Paesi dove, statisticamente, succede di più.

Ecco perché parlare di “toghe intoccabili” non è un’opinione: è una rappresentazione distorta che ignora i dati.

La bugia utile: confondere “processi lunghi” con “magistrati impuniti”

C’è un trucco comunicativo ricorrente, molto efficace in campagna elettorale: prendere un problema reale (la lentezza della giustizia, l’arretrato, la complessità dei processi) e incollarci sopra un colpevole comodo (la “casta” dei magistrati).

Ma la lentezza dei processi non si corregge con uno slogan contro le toghe. La lentezza dipende da carichi di lavoro, organici, organizzazione, risorse, gestione dell’udienza, digitalizzazione, edilizia giudiziaria, personale amministrativo, strumenti informatici, filtri processuali, qualità delle norme.

Il sistema disciplinare, invece, riguarda un’altra cosa: comportamenti individuali, violazioni deontologiche, scorrettezze, mancati doveri. E lì, i numeri mostrano che l’Italia punisce.

Quindi la domanda vera è: perché si insiste sul mito dell’impunità? Perché è utile. Perché sposta l’attenzione dai nodi concreti e la porta su un bersaglio identitario.

Perché questi dati pesano sul referendum

Nel referendum di marzo, la maggioranza prova a far passare l’idea che serva “una svolta” perché il sistema sarebbe sbilanciato, autoreferenziale, incapace di controllarsi.

Ma se i numeri dicono che il controllo c’è, e che è persino più frequente di altri Paesi, allora cade un pezzo essenziale della campagna: non puoi vendere come “cura” ciò che nasce da una diagnosi falsa.

Questo non significa che la giustizia italiana non abbia problemi. Ne ha eccome. Significa che non puoi riscrivere la realtà per far sembrare inevitabile una riforma: e soprattutto non puoi farlo usando l’argomento “non vengono mai puniti”, quando i dati dicono l’opposto.

Il punto politico: trasformare la giustizia in un nemico per costruire consenso

C’è un’altra questione, ancora più politica. In molti passaggi della comunicazione di governo, la giustizia viene raccontata come un “potere ostile”, un freno, un intralcio, un corpo separato. È una rappresentazione che serve a creare un fronte “noi contro loro”.

Ma un referendum costituzionale non dovrebbe essere la resa dei conti con una categoria. Dovrebbe essere un confronto serio su assetti, pesi e contrappesi, garanzie, equilibrio tra poteri. Se invece lo trasformi in plebiscito contro i magistrati, stai facendo una cosa precisa: stai spostando il referendum dal merito alla pancia.

E i dati del Csm sono l’antidoto più semplice: riportano il tema sul terreno della realtà, non dello slogan.

Il nodo che la propaganda evita: punire non è governare la giustizia

Anche volendo essere spietati: perfino se si sostenesse che “bisogna punire di più” (tesi smentita dai numeri), resta un punto: punire non rende automaticamente la giustizia più rapida, più accessibile, più efficiente.

Il cittadino non chiede vendette simboliche: chiede tempi certi, chiarezza, uffici che funzionano, personale, informatizzazione stabile, procedure leggibili. Se il referendum viene venduto come scorciatoia emotiva (“finalmente mettiamo in riga le toghe”), si sta evitando la vera discussione: quella sulle condizioni materiali della giustizia.

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La destra ha bisogno di una storia semplice per spingere il referendum: “magistrati impuniti, Csm indulgente, riforma inevitabile”. Ma i dati disciplinari raccontano altro: in Italia si sanziona più che altrove, e non poco.

Questa non è un’interpretazione: è la fotografia che smonta l’argomento più usato per giustificare la riforma come “cura” di un sistema che non si autocorregge. Il sistema si autocorregge eccome. E proprio per questo, il referendum dovrebbe tornare a una domanda seria: la riforma migliora davvero la giustizia per i cittadini, o serve soprattutto a costruire un vantaggio politico e un racconto contro un nemico utile?

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