La raccolta firme online per chiedere il referendum confermativo sulla riforma costituzionale della magistratura (la cosiddetta “riforma Nordio”, centrata sulla separazione delle carriere) sta trasformando le festività in un terreno di scontro politico e istituzionale. In pochi giorni, la mobilitazione è passata da una partenza “in sordina” a numeri che, per la finestra strettissima prevista dalla Costituzione, vengono letti come un segnale: prima oltre 40 mila firme, poi 70 mila, quindi oltre 90 mila sottoscrizioni.
Nel frattempo, il tema più esplosivo non è solo “quante firme”, ma quando si voterebbe: perché sul calendario del referendum si gioca la vera partita — la durata della campagna, l’informazione ai cittadini e, di conseguenza, l’esito politico.
Che cos’è la raccolta firme e perché corre contro il tempo
L’iniziativa punta a raccogliere 500 mila firme di elettori entro il termine dei tre mesi dalla pubblicazione della riforma in Gazzetta Ufficiale, così da attivare la richiesta popolare di referendum prevista dall’art. 138 della Costituzione. Secondo la ricostruzione delle fonti giuridiche, la pubblicazione è avvenuta il 30 ottobre 2025 e la scadenza per la raccolta firme è il 30 gennaio 2026.
È qui che la corsa diventa una “prova di forza”: mezzo milione di firme in poche settimane è un obiettivo enorme, ma la crescita rapida durante le feste viene interpretata come la dimostrazione che il tema sta uscendo dal circuito degli addetti ai lavori.
Da chi parte la spinta: i 15 promotori e l’iniziativa “parallela”
La raccolta è stata avviata su impulso di 15 giuristi/cittadini promotori (nelle cronache viene indicato anche un portavoce, l’avvocato Carlo Guglielmi), con l’idea di affiancare e rafforzare le richieste già presentate per via parlamentare. La logica, raccontata nelle ricostruzioni, è anche difensiva: creare un percorso popolare che renda più difficile “manovrare” tempi e modalità della consultazione senza contraccolpi.
I numeri che cambiano il clima: da 40 mila a 90 mila firme in pochi giorni
La sequenza dei dati è diventata essa stessa una notizia:
Oltre 40 mila firme: la prima accelerazione, a cavallo di Natale.
70 mila firme in 7 giorni: il dato rilanciato anche come “termometro” politico dell’iniziativa.
Superate le 90 mila firme: ulteriore salto, con l’obiettivo dichiarato di arrivare a 500 mila entro fine gennaio.
Non è solo un conteggio: è la dimostrazione che l’infrastruttura della firma digitale (SPID/CIE) può trasformare un referendum in una corsa “da social”, con numeri che crescono di ora in ora e che costringono la politica a reagire.
Conte e Schlein entrano in campo: il fronte del “No” si allarga
Il punto di svolta politico è arrivato quando i leader dell’opposizione hanno iniziato a rilanciare pubblicamente la raccolta.
Giuseppe Conte, secondo quanto riportato, invita a “dare un segnale” contro la riforma e collega l’accelerazione sui tempi a un tentativo di limitare informazione e dibattito pubblico.
Anche Elly Schlein, dopo i primi giorni, condivide l’iniziativa e invita a firmare contro quella che definisce una volontà di “assoggettare” giustizia e magistratura al potere di chi governa.
Nello stesso quadro si inserisce la posizione del Comitato per il No: il presidente Giovanni Bachelet risulta poi favorevole a una convergenza, dichiarando di aver firmato e annunciando iniziative pubbliche per allargare la mobilitazione, con un’area associativa ampia (Cgil, Arci, Acli, Anpi, Libera, Articolo 21).
Tradotto: la raccolta firme non è più solo “un appello di giuristi”, ma un potenziale collante tra partiti e società civile.
La vera partita: lo “scontro sulla data” e l’ombra del Tar
L’espressione che rimbalza è “blitz” sulla data: l’idea che il governo possa puntare a un voto molto ravvicinato per comprimere i tempi della campagna.
Sul tema, entrano in gioco due livelli:
1) Le dichiarazioni politiche: “prima metà di marzo”
Secondo un’analisi pubblicata su Questione Giustizia, il ministro Nordio e il viceministro Sisto avrebbero ipotizzato la prima metà di marzo 2026 come finestra possibile, parlando di “calcoli” sui termini.
2) Il nodo giuridico: tempi di legge e impossibilità del “primo marzo”
Qui arriva la contestazione: l’avvocato Pier Luigi Panici, tra i promotori, richiama la legge 352/1970 e sostiene che, con il termine firme al 30 gennaio e i passaggi successivi (verifica Cassazione, decreto di indizione e finestra 50-70 giorni), “non potrà mai” essere ai primi di marzo; in caso contrario annuncia un ricorso d’urgenza al Tar.
La stessa analisi di Questione Giustizia conclude che, rispettando la finestra costituzionale dei tre mesi e i tempi tecnici, la collocazione più plausibile scivola alla seconda metà di marzo (con date come 22 o 29 marzo citate come ipotesi), e potrebbe slittare ancora se la verifica delle firme richiedesse tempo.
Perché “Nordio trema”: non solo per i numeri, ma per l’effetto domino
Dire che “trema” significa, politicamente, che cresce la pressione su tre fronti:
1. Legittimazione popolare: se la raccolta arrivasse davvero a 500 mila firme, diventerebbe una prova di massa e non un dibattito tra specialisti.
2. Unità delle opposizioni: l’ingresso di Conte e Schlein (e l’area AVS citata nelle cronache) dà alla campagna un megafono nazionale e può trasformarla in una mobilitazione strutturata.
3. Rischio boomerang sulla data: un’eventuale forzatura sul calendario non sarebbe solo una scelta politica, ma potrebbe aprire un contenzioso, con la minaccia esplicita di ricorso al Tar.
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Nel giro di pochi giorni, la raccolta firme contro la riforma Nordio è passata da iniziativa “di nicchia” a caso nazionale: i numeri crescono, i leader dell’opposizione entrano in campo, i comitati si organizzano e la data del referendum diventa la posta più alta.
Se il governo puntasse davvero a una consultazione “rapida”, rischierebbe di trasformare la corsa contro il tempo in un’arma per il fronte del No: perché più si parla di “blitz”, più la raccolta firme assume i contorni di una reazione civile e politica. E a quel punto il ministro non è sotto pressione per una polemica di giornata, ma per una cosa più concreta: l’idea che, stavolta, la partita possa giocarsi fuori dai palazzi — firma dopo firma.




















