Referendum propaganda Governo – Rai – Giuseppe Conte denuncia tutto – INEDITO

Giuseppe Conte torna ad attaccare frontalmente la riforma della giustizia voluta dal governo e lo fa con un messaggio costruito per essere politico prima ancora che tecnico: quella riforma è uno spreco di risorse, è parte di un disegno più ampio di concentrazione del potere e, in più, si vota in un contesto informativo che – accusa – non garantisce un monitoraggio pieno della par condicio. Tre piani diversi, tenuti insieme da una parola-chiave che Conte usa per marchiare l’intervento: “schiforma”.

Il leader del Movimento 5 Stelle interviene all’evento “Una partita decisiva per democrazia e diritti”, appuntamento del fronte del No in vista del referendum, e sceglie una linea che punta a portare il voto oltre la materia giudiziaria: non solo “separazione delle carriere” e assetti del Csm, ma il rapporto tra governo, contropoteri e qualità democratica del Paese.

“Oltre 200 milioni gettati al vento”: l’accusa di spreco e la battaglia sulle priorità

Il primo colpo è economico e simbolico: “andremo a gettare al vento oltre 200 milioni” per una riforma che Conte definisce appunto “schiforma”. Il messaggio è calibrato: non si discute solo se la riforma sia giusta o sbagliata, ma quanto costi e soprattutto cosa si potrebbe fare con quelle risorse.

Conte lega immediatamente il tema al quadro più ampio delle priorità di governo: “decreti e miliardi su miliardi per le armi”, mentre – sostiene – si procede a un ridimensionamento di settori sociali essenziali. Nel suo elenco entrano sanità “de-finanziata”, tagli alla scuola per 900 milioni, l’assenza di una strategia contro cassa integrazione e calo della produzione industriale. È una costruzione retorica precisa: mettere la riforma giustizia dentro una cornice di “scelte sbagliate” e di spostamento della spesa pubblica verso capitoli considerati meno urgenti per la vita quotidiana dei cittadini.

Il nodo politico: “riforma collegata al premierato”

Il cuore dello scontro, però, arriva quando Conte esplicita il collegamento tra riforma della giustizia e architettura complessiva dei poteri: “Certo che c’è un collegamento” con il premierato. È il punto in cui la campagna referendaria viene trasformata in una sfida di sistema.

Secondo Conte, il disegno sarebbe questo: rafforzato l’esecutivo, si tende a ridimensionare tutto ciò che può rappresentare un freno o un controllo. E qui compaiono le parole più dure, costruite per sintetizzare un impianto: contropoteri e organi di garanzia “non devono permettersi di invadere lo spazio dell’esecutivo”. La chiosa è una frase che suona come citazione (o parodia) di un’intenzione: “Comandiamo noi!”.

È una formula volutamente provocatoria: Conte non sta dicendo solo che la riforma è sbagliata; sta dicendo che serve a ricalibrare gli equilibri tra poteri, in favore del governo.

Carceri come cartina di tornasole: “situazione vergognosa”

Il secondo passaggio è quello più “concreto” sul piano sociale: le carceri. Conte usa l’emergenza penitenziaria come argomento di contrasto: se davvero l’obiettivo è migliorare la giustizia e la sicurezza, perché – chiede – non investire lì?

La domanda politica diventa accusa: “Perché non destiniamo quei milioni per migliorare le carceri e rendere giustizia ai cittadini in tempi certi e celeri?”. Qui Conte tenta una doppia operazione: da un lato presenta la riforma come non prioritaria; dall’altro rivendica una versione “pragmatica” della giustizia, centrata su tempi del processo, condizioni detentive, efficienza, invece che su interventi percepiti come istituzionali o “da palazzo”.

Il nodo politico: “riforma collegata al premierato”

Il cuore dello scontro, però, arriva quando Conte esplicita il collegamento tra riforma della giustizia e architettura complessiva dei poteri: “Certo che c’è un collegamento” con il premierato. È il punto in cui la campagna referendaria viene trasformata in una sfida di sistema.

Secondo Conte, il disegno sarebbe questo: rafforzato l’esecutivo, si tende a ridimensionare tutto ciò che può rappresentare un freno o un controllo. E qui compaiono le parole più dure, costruite per sintetizzare un impianto: contropoteri e organi di garanzia “non devono permettersi di invadere lo spazio dell’esecutivo”. La chiosa è una frase che suona come citazione (o parodia) di un’intenzione: “Comandiamo noi!”.

È una formula volutamente provocatoria: Conte non sta dicendo solo che la riforma è sbagliata; sta dicendo che serve a ricalibrare gli equilibri tra poteri, in favore del governo.

Il capitolo Rai: “scandalo Vigilanza bloccata”, e il tema par condicio

Terzo asse: l’informazione. Conte sposta la polemica sul terreno della Commissione parlamentare di Vigilanza Rai e parla apertamente di “scandalo”: a suo dire è inaccettabile affrontare un referendum senza che l’organo che dovrebbe garantire un controllo sul servizio pubblico possa svolgere fino in fondo la sua funzione.

Il passaggio è politicamente esplosivo perché lega il voto a un problema di contesto democratico: “stiamo affrontando un referendum senza che la commissione … possa garantire un reale controllo, un monitoraggio della par condicio”. Conte aggiunge un confronto ad alto impatto: “Non era mai successo prima neppure con Berlusconi”. Qui il messaggio è indirizzato a un pubblico ampio: anche chi non vota M5S può riconoscere nell’evocazione “neppure con Berlusconi” una soglia simbolica di gravità.

La strategia del leader M5S: spostare il referendum dalla tecnica alla “posta in gioco”

Nel complesso, l’intervento di Conte costruisce una strategia chiara: togliere la riforma dal recinto tecnico (separazione carriere, Csm, assetti ordinamentali) e metterla in un racconto politico più grande fatto di:

soldi pubblici: 200 milioni come simbolo di spreco;

priorità sociali: sanità, scuola, lavoro, carceri;

equilibri istituzionali: il legame con il premierato e i contropoteri;

informazione: Vigilanza Rai e par condicio come garanzia democratica.


È la forma tipica con cui Conte prova a rendere “popolare” un tema complesso: se la materia è difficile, la campagna deve diventare leggibile come scelta tra democrazia e comando.

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Conte punta a trasformare il referendum in uno spartiacque politico. Non lo racconta come un passaggio tecnico sulla giustizia, ma come una decisione che riguarda modello di potere, uso delle risorse e libertà/qualità del controllo democratico.

In questa cornice, la parola “schiforma” non è solo uno slogan: è un’etichetta pensata per riassumere tutto il ragionamento in una sola immagine. E la tesi finale è netta: se si accetta quel pacchetto – sostiene Conte – si accetta anche un’idea di Paese in cui l’esecutivo si rafforza e i contrappesi vengono spinti indietro, mentre nel frattempo si continuano a tagliare (o a non finanziare) i capitoli sociali che pesano di più nella vita reale.

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