La denuncia arriva con i toni di chi sostiene di vedere “il disegno complessivo” emergere pezzo dopo pezzo. In un lungo intervento pubblicato su Instagram, Virginia Raggi collega il dibattito sul referendum e sulla riforma della giustizia a un obiettivo politico più ampio: non solo intervenire sull’organizzazione della magistratura, ma mettere progressivamente il pubblico ministero e la Polizia giudiziaria (P.G.) sotto un perimetro di controllo dell’esecutivo.
Raggi parte da un passaggio che, secondo lei, chiarisce la direzione: il ministro **Antonio Tajani ripeterebbe più volte che la riforma “va completata”, e l’ex sindaca richiama una frase attribuita a un comizio di Forza Italia: bisogna “aprire un dibattito” sul fatto che sia “giusto o meno continuare a conservare la Polizia giudiziaria sotto l’autorità dei magistrati”. Per Raggi, quel punto è lo snodo vero: “Ecco!”, scrive, perché è lì che si decide se l’azione penale resta autonoma o viene resa più vulnerabile a pressioni esterne.
Il cuore dell’allarme: “Spezzare il rapporto tra Pm e P.G.”
Il fulcro del ragionamento di Raggi è istituzionale prima ancora che politico. Lei sostiene che il rapporto tra pubblico ministero (P.M.) e Polizia giudiziaria (P.G.) sia “fondamentale” e che proprio quel rapporto sarebbe nel mirino.
Nel suo post spiega perché: oggi – ricorda – il P.M. è soggetto soltanto alla legge e ha l’obbligo di esercitare l’azione penale. Cioè, quando riceve una notizia di reato, deve aprire un fascicolo e iniziare a indagare, indipendentemente dal reato e dal presunto colpevole. E come lo fa? Secondo la ricostruzione di Raggi, facendosi aiutare dalla Polizia giudiziaria che oggi opera alle dipendenze funzionali del P.M. e quindi, di nuovo, nel quadro della legge.
Il punto “politico”, per Raggi, è racchiuso in un avvertimento ripetuto con forza: non al volere del politico di turno, ma alla legge.
Perché, secondo Raggi, è una questione democratica
Nella lettura dell’ex sindaca, l’attuale assetto non è un tecnicismo. È una garanzia concreta: se P.M. e P.G. sono liberi da condizionamenti esterni, possono indagare “chiunque”, anche persone “eccellenti”. È qui che Raggi alza il livello: “voler spezzare questo legame”, scrive, significa indebolire l’azione del P.M. e soprattutto sottoporre la P.G. a condizionamenti esterni che potrebbero dirigere le indagini privilegiando alcuni reati o alcuni soggetti ed escludendone altri.
E fa esempi espliciti di ciò che teme possa diventare “scomodo” o meno prioritario in un sistema condizionato: corruzione, reati dei cosiddetti colletti bianchi, e più in generale tutto ciò che riguarda poteri forti o reti di influenza.
È una denuncia che non si limita a dire “questa riforma non mi piace”, ma che punta al rischio di un cambio di paradigma: non più un sistema che insegue i reati in base alla legge, ma un sistema che potrebbe essere spinto – in modo diretto o indiretto – a inseguire solo ciò che conviene inseguire.
Il passaggio chiave: “A chi giova tutto questo?”
La chiusura del post è costruita come una domanda a risposta implicita. Raggi invita a chiedersi: “a chi giova tutto questo?”. Alle persone comuni? A “tutti noi”? Oppure aiuterà “alcuni personaggi” a scapito di altri?
Il messaggio è volutamente netto: se si indebolisce il binomio P.M.–P.G., il prezzo lo pagano i cittadini, perché la giustizia diventa meno capace di colpire reati complessi e più esposta a pressioni esterne. E infatti l’ultima frase suona come un avvertimento politico: riflettere ora, “affinché non si dica poi ‘non lo sapevamo’”.
Il contesto del referendum: la “riforma da completare” e i passi successivi
Senza entrare in slogan, Raggi mette in fila un’idea: i sostenitori della riforma avrebbero minimizzato le critiche dicendo che “nella riforma non c’era scritto nulla” su un possibile controllo dell’esecutivo. Ma per lei “il tempo” avrebbe mostrato che quello era solo il primo passo, e che adesso il “disegno complessivo” starebbe venendo fuori.
È una dinamica tipica dei grandi cambiamenti istituzionali: si parte da un intervento presentato come limitato e tecnico, poi si apre un secondo capitolo, poi un terzo. E il risultato finale – sostiene Raggi – potrebbe essere molto diverso da quello raccontato nella fase iniziale.
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Il senso politico dell’intervento di Virginia Raggi sta tutto qui: la questione non è solo “riformare la giustizia”, ma chi decide davvero la direzione delle indagini. Se il P.M. resta ancorato all’obbligo di legge e la P.G. resta agganciata a quell’azione, l’idea è che l’inchiesta possa toccare chiunque. Se invece quel legame si indebolisce, secondo la sua denuncia, si apre uno spazio in cui pressioni e priorità “esterne” possono orientare ciò che si persegue e ciò che si trascura.
Ed è per questo che Raggi presenta il referendum non come un passaggio tecnico, ma come uno snodo democratico: una scelta che, a suo avviso, può incidere sulla capacità dello Stato di indagare senza guardare in faccia nessuno.


















