La partita non si chiude, anzi entra nella sua fase più operativa. Dopo la decisione del governo di mantenere le urne fissate per il 22 e 23 marzo, i promotori del referendum contro la riforma della giustizia attribuita al ministro Carlo Nordio si preparano a strutturare il fronte del No in modo formale e permanente. Il primo passo è tecnico ma decisivo: la costituzione del comitato.
Nella giornata di oggi i quindici promotori si incontreranno per fare il punto sulle mosse successive e valutare anche le iniziative legali possibili. In calendario, però, c’è già una certezza: entro la settimana il gruppo si presenterà dal notaio per depositare lo statuto e darsi una veste giuridica piena. Un passaggio necessario per esercitare tutte le prerogative riconosciute ai soggetti referendari, dalla rappresentanza ufficiale alla gestione della campagna.
Perché il passaggio dal notaio cambia tutto
Finora il motore politico dell’iniziativa è stato la raccolta firme, conclusa con il raggiungimento della soglia richiesta. Ora, però, si entra in un’altra dimensione: quella dell’organizzazione della propaganda, degli spazi televisivi, dei comitati territoriali, dei rapporti con le istituzioni di garanzia.
Costituirsi formalmente significa poter nominare delegati, definire ruoli, aprire sedi operative e coordinare in modo unitario la comunicazione. È la differenza tra un movimento spontaneo e una struttura riconosciuta capace di stare dentro le regole – e i tempi – della campagna referendaria.
Sul tavolo anche l’ipotesi ricorso
Il nodo politico resta la data. La conferma del voto a marzo ha lasciato delusi molti promotori, convinti che i cambiamenti intervenuti sul quesito e la complessità del tema avrebbero richiesto più tempo per informare i cittadini.
Per questo, oltre alla macchina organizzativa, i quindici discuteranno se imboccare la strada di un’azione giudiziaria. Non è una decisione scontata: un ricorso comporta tempi, costi e soprattutto l’incertezza dell’esito. Ma è una carta che resta sul tavolo e che potrebbe diventare parte della strategia complessiva.
La vera sfida: trasformare le firme in consenso
Superata la fase notarile, il problema diventa politico: come trasformare le oltre 500 mila sottoscrizioni in voti effettivi? La storia dei referendum insegna che la mobilitazione iniziale non garantisce automaticamente partecipazione alle urne.
Servirà una campagna capillare, capace di parlare non solo agli addetti ai lavori ma a quell’elettorato vasto che percepisce la giustizia come materia distante, tecnica, spesso incomprensibile. I promotori sanno che la battaglia si giocherà sulla narrazione: equilibri tra poteri, indipendenza della magistratura, diritti dei cittadini.
I tempi stretti e la corsa contro il calendario
Marzo è vicino. Ogni giorno perso in discussioni interne è un vantaggio per chi parte già con una struttura politica consolidata. Da qui la necessità di accelerare: definire portavoce, pianificare eventi, coordinare i territori, preparare dossier e materiali divulgativi.
Il passaggio dal notaio, in questo senso, non è burocrazia. È il segnale che la fase delle intenzioni lascia spazio alla mobilitazione vera.
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Conclusione: nasce il comitato, comincia un’altra partita
La decisione del governo ha chiuso una porta ma ne ha aperta un’altra. I promotori del No, invece di arretrare, scelgono di organizzarsi. La costituzione del comitato segna l’inizio della campagna nella sua forma più concreta: meno retroscena, più presenza pubblica; meno attesa, più iniziativa.
Da oggi il referendum non è soltanto una questione istituzionale. Diventa una competizione politica a tutti gli effetti. E i quindici sono pronti a giocarla fino in fondo.



















