ROMA — A Palazzo Chigi cresce la preoccupazione. Il referendum confermativo sulla riforma della giustizia — ormai inevitabile dopo l’approvazione parlamentare senza la maggioranza dei due terzi — rischia di trasformarsi in un vero e proprio test politico sulla tenuta del governo Meloni.
Secondo quanto trapela da fonti interne citate da L’Espresso, la premier e i suoi più stretti collaboratori temono che una vittoria del “No” possa aprire una crepa profonda nella leadership della presidente del Consiglio e nella stabilità della coalizione di centrodestra.
L’incubo del referendum: “Una sconfitta sarebbe la fine di un ciclo”
A Palazzo Chigi si ragiona in termini molto chiari: se Giorgia Meloni dovesse perdere il referendum, la sconfitta non resterebbe confinata al tema della giustizia, ma diventerebbe un segnale politico devastante, capace di incrinare la credibilità e l’autorità della premier.
Un alto funzionario del governo avrebbe sintetizzato così l’atmosfera:
“Non possiamo permetterci un nuovo 2016. Dopo Renzi e la sua riforma bocciata, una sconfitta referendaria segnerebbe la fine di un ciclo.”
Per questo, i vertici di Fratelli d’Italia avrebbero imposto una disciplina comunicativa rigidissima: niente trionfalismi, niente slogan divisivi e nessun attacco diretto agli avversari. L’obiettivo sarebbe quello di costruire un consenso trasversale, presentando il referendum come “un voto per stabilizzare il Paese, non per cambiare gli equilibri di potere”.
Il “piano B” di Meloni: mollare Salvini e guardare al centro
Dietro le quinte, però, circolerebbe già un piano di riserva nel caso in cui il voto popolare dovesse andare male.
La linea, secondo le indiscrezioni, sarebbe rompere l’asse con la Lega di Matteo Salvini, giudicato ormai un alleato “ingombrante e poco affidabile”, e aprire un nuovo fronte centrista.
Il nome che emerge nei retroscena è quello di Carlo Calenda, considerato un interlocutore utile per costruire un fronte “responsabile e moderato”, in grado di reggere fino alle elezioni del 2026.
Un’operazione che, nelle intenzioni di Palazzo Chigi, servirebbe a rilanciare l’immagine della premier come “garante della stabilità” di fronte all’Europa e ai mercati, anche a costo di sacrificare pezzi dell’attuale maggioranza.
Fratelli d’Italia in allerta: “Serve prudenza assoluta”
All’interno di Fratelli d’Italia, la parola d’ordine è cautela. Dopo mesi di toni aggressivi e campagne mediatiche polarizzanti, la linea ora è quella della sobrietà istituzionale.
Fonti parlamentari confermano che nessun ministro o dirigente di partito potrà lanciarsi in dichiarazioni “militanti” o provocatorie, per evitare di trasformare il referendum in un voto “pro o contro Meloni”.
L’obiettivo è disinnescare la personalizzazione dello scontro e presentare la consultazione come una scelta “tecnica”, legata all’efficienza della giustizia. Un’impresa tutt’altro che semplice, vista la spaccatura profonda che il provvedimento ha già provocato nel Paese.
Il commento del giornalista Andrea Scanzi:
Un equilibrio fragile
Dietro l’apparente sicurezza mostrata in pubblico, a Palazzo Chigi si respira una tensione crescente.
Meloni sa che il referendum sarà una prova di forza non solo con le opposizioni, ma anche all’interno della sua stessa coalizione.
Un eventuale “No” potrebbe infatti rilanciare le ambizioni di Salvini, aprire nuove fratture nel governo e riaccendere i malumori nel centrodestra.
Per questo la premier punta a “blindare” la sua immagine come garante della stabilità, preparandosi — in caso di sconfitta — a una manovra politica che le consenta di sopravvivere politicamente anche in un contesto di crisi.
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Conclusione: la battaglia decisiva per Palazzo Chigi
Il referendum sulla giustizia, nato come una questione tecnica, si è ormai trasformato in un vero e proprio plebiscito sul governo Meloni.
A Palazzo Chigi si lavora febbrilmente per costruire un consenso trasversale e per evitare che il voto si trasformi in un boomerang politico.
Ma tra timori e piani di emergenza, una cosa è chiara: il futuro politico della premier passa dal referendum.
E, come ammettono fonti vicine al governo, “una sconfitta non sarebbe solo un problema di giustizia. Sarebbe l’inizio della fine di un’era”.



















