Riccardo Ricciardi fa tremare il Governo in aula – Ecco cosa dice ai soliti politicanti – SUPER VIDEO

Un attacco frontale, in Aula, che rompe i toni abituali del confronto parlamentare. Il capogruppo del Movimento 5 Stelle alla Camera, Riccardo Ricciardi, “gela” il governo Meloni accusandolo apertamente di stare portando il Paese verso la guerra e di aver trasformato la legge di bilancio in una vera e propria “finanziaria di guerra”. Al centro del suo intervento, le parole dell’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, presidente del Comitato militare della Nato, che in un’intervista ha parlato di una possibile linea più “aggressiva” dell’Alleanza – fino ad evocare “attacchi preventivi” nell’ambito della guerra ibrida con la Russia – e la reazione del ministro degli Esteri Antonio Tajani, che ha liquidato le polemiche parlando di “un problema di traduzione”.

Ricciardi parte proprio da lì, per allargare il tiro: dalla politica estera alla legge di bilancio, dall’industria delle armi al futuro dei giovani, accusando il governo di preparare all’Italia un orizzonte di economia e società di guerra.

L’affondo in Aula: “Qui dovremmo parlare solo di come ci state portando in guerra”

Per Ricciardi, il punto non è tecnico ma politico e quasi esistenziale. L’esordio è netto:

“In quest’aula non si dovrebbe parlare d’altro che non di come ci state portando in guerra, perché è l’argomento… cosa c’è di più grande di questo?”

Il riferimento è alle dichiarazioni di Cavo Dragone, che in un’intervista al Financial Times ha parlato della necessità, per la Nato, di essere “più aggressiva” nella guerra ibrida con la Russia, valutando persino “attacchi preventivi” sul fronte cyber come forma di deterrenza.

Su questo, il governo si è mosso in ordine sparso: la Lega e il M5S hanno attaccato duramente il militare, mentre Tajani ha scelto di minimizzare, sostenendo che servirebbe “prudenza” e che molte polemiche dipendono dalle traduzioni, non dalle parole effettivamente usate dall’ammiraglio.

Ricciardi, però, non ci sta:

“Tajani, come ha risposto? Ha detto: ‘No, attenzione, è un problema di traduzione’. Noi abbiamo un ministro degli Esteri che di fronte a un ammiraglio della NATO che dice sostanzialmente che dobbiamo passare all’attacco, dice ‘è un problema di traduzione’. Signori, siamo a questo.”

Nel suo ragionamento, questo atteggiamento non è un dettaglio, ma il segnale che il governo non vuole ammettere la gravità del salto di tono: mentre si aprono faticosi spiragli di negoziato, c’è chi – a suo dire – alza la temperatura dello scontro invece di raffreddarla.

Meloni, la flottiglia per Gaza e l’accusa di ipocrisia

Il capogruppo M5S affianca poi due immagini, per denunciare quella che definisce una doppia morale del governo.

Da un lato ricorda la posizione assunta dalla premier Giorgia Meloni nei giorni della flottiglia per Gaza – le navi di attivisti dirette verso la Striscia e attaccate in acque internazionali – quando aveva parlato di attivisti che “minacciavano una trattativa di pace”. Dall’altro, il silenzio della stessa Meloni sulle dichiarazioni dell’ammiraglio Nato:

“Noi abbiamo avuto una premier che nei giorni della flottiglia ha avuto il coraggio di dire che degli attivisti disarmati minacciavano una trattativa di pace e non ha il coraggio di dire che un ammiraglio della NATO che parla di attaccare la Russia nel momento in cui c’è una trattativa va a minare qualcosa. Ma cosa c’è di più ipocrita di questo?”

Il messaggio è chiaro: per Ricciardi, il governo Meloni è rapidissimo nel condannare i movimenti pacifisti e le mobilitazioni per la Palestina, mentre si mostra reticente e accomodante quando si tratta di parole e scelte che vanno nella direzione dell’escalation militare, sia in Medio Oriente che sul fronte russo–ucraino.

“Economia di guerra”: il 40% del budget per 200 aziende delle armi

La seconda parte dell’intervento scende nel terreno che il M5S batte da mesi: la critica alla legge di bilancio in chiave di “finanziaria di guerra”.

Ricciardi mette sotto accusa il Ministero delle Imprese e del Made in Italy, guidato da Adolfo Urso, accusandolo di aver “tagliato Transizione 4.0” e di non fare abbastanza per le imprese ordinarie, mentre concentra risorse sul comparto difesa:

“In questo Paese il Ministero del Made in Italy, quello che ha tagliato Transizione 4.0, quello che non fa niente per le nostre imprese… Su 25 miliardi, fonte legge di bilancio, 11 vengono destinati alla difesa, cioè il 40% di quello che il nostro ministero del Made in Italy spende per le imprese lo spende per il riarmo.”

Il capogruppo fornisce numeri pensati per colpire l’immaginario:

“Oggi, nella legge di bilancio, quante aziende sono legate alle armi in questo Paese? Su 4,5 milioni di imprese, 200 aziende sono legate alla difesa. Quindi noi spendiamo il 40% del budget del nostro ministero per 200 imprese.”

Le cifre esatte andrebbero verificate nel dettaglio, ma il quadro generale è confermato dai dati europei: dal 2021 al 2024 la spesa per la difesa nei Paesi UE è passata da 218 a 343 miliardi di euro, con una previsione di quasi 392 miliardi nel 2025, e un aumento record anche degli investimenti in nuovi armamenti.

Ricciardi cita poi i casi delle grandi aziende del settore, per dimostrare come la guerra rappresenti già oggi un affare colossale:

“Noi abbiamo Leonardo che valeva 8 miliardi nel 2024, oggi ne vale 24. Abbiamo Rheinmetall che valeva 12 miliardi, oggi ne vale 67. Questi stanno già vincendo la guerra.”

In questo scenario, rientrano anche le proposte della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e della nuova Alta rappresentante Kaja Kallas, favorevoli a un forte aumento strutturale degli investimenti militari e a un ruolo più spinto dell’UE nel riarmo e nell’industria bellica.

Ucraina al capolinea? La lettura del M5S e il no alla guerra con la Russia

Il passaggio più controverso dell’intervento riguarda la guerra in Ucraina. Ricciardi sostiene che il conflitto sia arrivato a un punto di logoramento estremo, non solo sul fronte militare ma soprattutto sociale:

“L’Ucraina oggi, fonte del governo Zelenski, ha 1 milione e mezzo di disertori. Quella guerra è arrivata. Ce ne facciamo una ragione.”

Una cifra del genere non trova al momento riscontro nelle fonti ufficiali, ed è dunque da considerarsi una valutazione politica che il capogruppo attribuisce al governo di Kiev, ma che non è documentata dai report pubblici internazionali.

Da qui, però, scatta il cuore politico del suo discorso: la rivendicazione del diritto a dire no alla guerra, senza essere etichettati come “filo-putiniani”:

“Ce ne facciamo una ragione che in quest’aula si può dire senza essere tacciati di filo-putinismo, che noi non siamo e non vogliamo essere in guerra contro la Russia e che l’Italia non vuole essere in guerra con nessuno e che l’Italia non ha nemici e neanche la Russia è un nemico.”

È il leitmotiv che il M5S porta avanti da tempo: sostegno alla popolazione ucraina, sì, ma no alla logica dell’escalation militare e del riarmo infinito, no alla trasformazione dell’Italia in base avanzata della Nato sul fianco Est o nel Mediterraneo.

Giovani, piazze e futuro: “La guerra non la faranno i cinquantenni in Aula”

L’ultima parte del discorso è un appello generazionale. Ricciardi lega la battaglia parlamentare alle mobilitazioni di questi giorni, in particolare alla grande manifestazione di Roma contro l’economia di guerra, che ha visto in piazza studenti, lavoratori e movimenti sociali, con una partecipazione stimata in decine di migliaia, fino ai “100 mila” rivendicati dagli organizzatori.

“Lo diciamo soprattutto ai giovani perché il Paese che state preparando lo state preparando per loro, quei giovani che anche sabato erano a Roma in piazza, 100.000, ma nessun giornale li ha ovviamente citati. 100.000 persone contro la vostra finanziaria di guerra, tutti giovani.”

Da qui l’avvertimento più duro:

“I giovani non devono essere testimoni di tutto questo, devono combattere per il loro futuro, perché altrimenti combatteranno per le loro vite. Perché siano tranquilli i giovani che qua dentro in guerra non ci andrà nessuno. La guerra non la fanno i quarantenni e i cinquantenni, la guerra la fanno i ventenni, venticinquenni e quelli che ora sono adolescenti e voi gli state preparando un futuro di guerra.”

Lo schiaffo politico è doppio: da un lato l’accusa a un ceto dirigente che “manda avanti” i più giovani; dall’altro la denuncia di un sistema mediatico che, a suo dire, oscurerebbe le piazze pacifiste e sociali mentre amplifica lo scontro geopolitico e la retorica della sicurezza.

Un M5S sempre più baricentrato sul “no alla guerra”

L’intervento di Ricciardi ha un valore che va oltre la singola seduta parlamentare. Da tempo il Movimento 5 Stelle, guidato da Giuseppe Conte, ha spostato il proprio baricentro identitario su alcuni pilastri: difesa della Costituzione, no al ritorno alla leva obbligatoria, opposizione a nuovi invii di armi e alla trasformazione strutturale dell’economia europea in economia di guerra.

Lo scontro sui numeri della legge di bilancio, sul valore borsistico dei campioni dell’industria bellica, sul ruolo dell’UE e della Nato serve al M5S per posizionarsi come principale voce pacifista organizzata dentro il Parlamento, contendendo spazio alla sinistra di Avs e dialogando con le piazze che, in questi mesi, hanno protestato per Gaza, contro il riarmo e contro la “finanziaria di guerra”.
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L’intervento di Ricciardi arriva in un momento in cui si incrociano tre dinamiche potenti:

  • l’escalation verbale sul fronte Nato–Russia, con le parole di Cavo Dragone che accendono il dibattito;

  • la crescita esponenziale degli investimenti in difesa in Italia e in Europa;

  • l’emergere di un fronte sociale e giovanile che contesta apertamente l’idea di un futuro segnato dalla guerra.

In questo quadro, le parole del capogruppo M5S suonano come un ultimatum politico e culturale: il Parlamento deve scegliere se essere la sede in cui si accompagna, quasi per inerzia, la svolta verso l’economia di guerra, o se tornare a discutere, senza tabù, di cessate il fuoco, diplomazia e disarmo.

Ricciardi porta in Aula una posizione netta – “l’Italia non ha nemici, neanche la Russia” – che molti considereranno ingenua o sbagliata, ma che intercetta un sentimento reale, soprattutto tra i più giovani: la paura concreta che il conflitto non resti solo una questione di bilanci, alleanze e comunicati ufficiali, ma finisca per chiedere il conto in carne e ossa proprio alla loro generazione.

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