Riccardo Ricciardi senza Paura faccia a faccia con il Governo in Aula, la domenica di fuoco – Video

Il “caso Hannoun” – l’indagine che ha portato a nove arresti per presunto finanziamento ad Hamas attraverso circuiti associativi e raccolte fondi presentate come umanitarie – non resta confinato alle aule giudiziarie e alle conferenze stampa investigative: irrompe in Parlamento e diventa terreno di scontro politico.

Alla Camera, Fratelli d’Italia ha chiesto un’informativa del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi sulla vicenda. La richiesta ha acceso la tensione in Aula, con un botta e risposta che ha coinvolto anche altri interventi della maggioranza, fino a ulteriori richieste di informativa.

Ricciardi: “Sì a Piantedosi in Aula. Non abbiamo paura di parlare di antisemitismo”

È in questo contesto che interviene Riccardo Ricciardi, capogruppo M5S alla Camera, che si associa alla richiesta di avere Piantedosi in Aula, ma ribalta immediatamente il frame politico: per Ricciardi, il M5S non teme il tema dell’antisemitismo e anzi rivendica la necessità di discuterne apertamente.

“Ci associamo anche noi alla richiesta di avere il ministro Piantedosi in Aula. E questo perché noi non abbiamo paura di parlare di antisemitismo”, afferma, collocando fin dall’inizio l’intervento su un doppio binario: da un lato la trasparenza istituzionale (informativa), dall’altro la disputa sul significato politico che la maggioranza attribuisce all’inchiesta.

L’attacco frontale a FdI: “La destra usa l’inchiesta per pulirsi la coscienza”

Il passaggio che fa esplodere la polemica è quello in cui Ricciardi sostiene che la destra stia strumentalizzando l’inchiesta:

“La cosa più squallida è che questa destra usa l’inchiesta per pulirsi la coscienza…”

Nella ricostruzione dell’intervento, Ricciardi collega questa accusa a una più ampia critica politica sulla postura della maggioranza rispetto al conflitto in Medio Oriente, arrivando a parlare – come sua valutazione – di “complicità” con “il genocidio”. È un linguaggio durissimo che trasforma un tema di sicurezza e antiterrorismo in uno scontro identitario: da una parte chi chiede chiarimenti sul caso Hannoun, dall’altra chi denuncia una “operazione morale” della destra per legittimarsi e attaccare le piazze pro-Palestina.

Il cuore del caso Hannoun: arresti e presunto flusso di fondi

Sul piano dei fatti, l’indagine citata in Aula riguarda un’operazione coordinata che, secondo le ricostruzioni giornalistiche internazionali e italiane, ha portato a nove arresti e a contestazioni legate a un presunto dirottamento di fondi raccolti in Italia e destinati – secondo gli inquirenti – a canali riconducibili ad Hamas. Le cifre circolate nelle ricostruzioni parlano di circa 7 milioni di euro e di sequestri di denaro e beni, con un’inchiesta avviata prima del 7 ottobre 2023 e sviluppata attraverso segnalazioni e movimenti bancari ritenuti sospetti.

È proprio questo intreccio – sicurezza, terrorismo, associazionismo, fundraising “umanitario” – a rendere il caso politicamente esplosivo: perché tocca un’area dove da mesi si confrontano solidarietà verso la popolazione palestinese, rischio di infiltrazioni e conflitto tra narrazioni contrapposte.

“Se vogliono parlare di chi finanzia Hamas, parlino di Netanyahu”: la frase che alza ulteriormente il livello

Ricciardi, nel suo intervento, non si limita a respingere la lettura della maggioranza. Spinge l’attacco oltre e afferma che, se si vuole parlare di chi finanzia Hamas, bisognerebbe parlare anche di Benjamin Netanyahu, aggiungendo un’ulteriore accusa (“finanzia le costole dell’Isis”) formulata come sua dichiarazione politica.

È un passaggio che segna un salto di tono: da un lato si discute di un’inchiesta italiana con arresti e contestazioni; dall’altro Ricciardi allarga il discorso allo scenario internazionale e al governo israeliano, innestando nel dibattito un’argomentazione fortemente conflittuale e destinata, inevitabilmente, a polarizzare l’Aula.

La rivendicazione del M5S: “Orgogliosi delle piazze per la Palestina” e la citazione di Ascari

Accanto alla polemica, Ricciardi costruisce una difesa “politica” del Movimento: rivendica la partecipazione alle piazze per la Palestina e cita la deputata Stefania Ascari, ricordando la sua presenza in luoghi come la Cisgiordania per vedere “con i propri occhi” la situazione.

Sul punto, il M5S ha effettivamente comunicato iniziative e momenti pubblici legati a missioni e viaggi nei territori occupati, oltre a eventi dedicati al tema Palestina.

Il messaggio è chiaro: l’inchiesta non deve essere usata – secondo Ricciardi – per delegittimare in blocco la solidarietà o le mobilitazioni pro-Palestina, né per dipingere quel mondo come contiguo al terrorismo.

“Chi specula sulla solidarietà va condannato”: la linea di demarcazione proposta dal Movimento

Ricciardi inserisce anche una clausola che prova a tracciare una distinzione netta: se qualcuno ha “speculato” sulla solidarietà e sui fondi raccolti, il M5S dice di essere “il primo a condannare”. È un punto politicamente rilevante perché tenta di chiudere la porta a qualsiasi accusa di ambiguità: condanna di eventuali irregolarità e, insieme, difesa della legittimità delle iniziative umanitarie e delle piazze.

A sostegno della credibilità del Movimento, Ricciardi aggiunge un elemento di auto-legittimazione: il M5S avrebbe messo un milione di euro per sostenere una grande missione umanitaria, rivendicando quindi di non doversi “vergognare”.

Perché lo scontro pesa: sicurezza, informativa e guerra di narrazioni

Il punto politico di fondo è che il “caso Hannoun” non si limita a chiedere una risposta istituzionale (cosa è emerso, quali misure, quali controlli). Diventa un campo di battaglia simbolico:

per la maggioranza, la richiesta di informativa è anche un modo per rivendicare fermezza sul fronte antiterrorismo e per mettere sotto pressione le opposizioni su piazze e associazionismo;

per il M5S, l’informativa va bene, ma il rischio – denunciato da Ricciardi – è l’uso dell’inchiesta per “ripulirsi la coscienza” e colpire politicamente un movimento di solidarietà.


Il risultato è una Camera dove la discussione su un’inchiesta giudiziaria si intreccia con antisemitismo, Gaza, Cisgiordania e legittimità delle mobilitazioni: una miscela che rende quasi inevitabile la bagarre.

Leggi anche

VIDEO:

La vicenda Hannoun, già delicata sul piano giudiziario e investigativo, entra così in una seconda fase: quella politica, dove il tema dei finanziamenti e delle reti associative non è solo materia di indagine, ma diventa scontro sulla rappresentazione pubblica del conflitto e sulle responsabilità morali attribuite alle parti.

Con l’informativa chiesta in Aula e il clima già rovente, la partita parlamentare rischia di muoversi su due binari paralleli: la richiesta di chiarezza su presunti flussi di denaro verso Hamas e, insieme, la guerra di narrazioni tra chi denuncia strumentalizzazioni e chi pretende una presa di distanza netta dalle “aree grigie”.

Condividi sui tuoi social:

Articoli popolari

Voce dei Cittadini