Ricciardi affonda il Governo Meloni in Aula – parte la bagarre – Ecco che succede – VIDEO

Alla Camera il decreto Ucraina diventa il detonatore di una giornata di tensione politica e istituzionale. Doveva essere, nelle attese di una parte dell’opposizione, il luogo in cui discutere nel merito la prosecuzione del sostegno a Kiev, il ruolo dell’Italia nella guerra, la natura degli aiuti e i confini politici della scelta atlantica. Si è trasformato invece – secondo la denuncia del Movimento 5 Stelle – nell’ennesima prova di forza dell’esecutivo: una sequenza di emendamenti, blindature e prospettiva di fiducia che, in sostanza, riduce lo spazio del dibattito parlamentare.

È in questo contesto che Riccardo Ricciardi, deputato M5S, interviene in Aula con un attacco frontale: non solo contro la gestione del provvedimento, ma contro l’idea stessa di Parlamento che emergerebbe dalla condotta del governo. Il suo intervento, duro nei toni e mirato nei bersagli, mette insieme tre piani: la sostanza del decreto, il metodo scelto dall’esecutivo e la frattura politica che – sostiene – attraversa la maggioranza.

“Pensavamo di discutere la guerra, invece 14 emendamenti e fiducia”: l’accusa sul metodo

Ricciardi imposta subito la cornice: il M5S, afferma, arriva in Parlamento con l’aspettativa di “lavorare sulle cose che servono al Paese”, ma si ritrova davanti a un copione già visto. Il decreto Ucraina – tema per definizione divisivo e ad alta intensità politica – non viene trattato come materia su cui costruire confronto e indirizzo, bensì come terreno da attraversare velocemente con strumenti procedurali che comprimono la discussione.

Il punto, nella sua ricostruzione, non è solo il merito delle scelte (armi, aiuti, strategia), ma il principio: se un provvedimento di questa portata viene incanalato su binari stretti, con un pacchetto di emendamenti e la fiducia all’orizzonte, allora l’Aula smette di essere il luogo che decide e diventa un passaggio formale, quasi notarile.

L’accusa, dunque, è politica ma anche istituzionale: “il Parlamento non produce nulla”, perché il governo – sostiene Ricciardi – si riserva la sostanza e lascia ai deputati il contorno.

“Indecente usare il Parlamento per lotte interne”: la stoccata alla maggioranza

Il secondo livello dell’intervento è quello più esplosivo: Ricciardi denuncia che, nel clima creato attorno al decreto, il Parlamento venga usato per regolare conti interni ai partiti di maggioranza. È qui che compare l’idea di una gestione “indecente” dell’Aula: la guerra, il sostegno militare, la postura internazionale dell’Italia sarebbero piegati a dinamiche di equilibrio e competizione interne, più che alla costruzione di una linea politica chiara e coerente.

In filigrana, il riferimento è a un esecutivo che teme le crepe nella propria coalizione e prova a “blindare” il percorso parlamentare per evitare inciampi, distinguo, voti scomodi, spaccature pubbliche. Il decreto diventa così non solo un atto di politica estera, ma una prova di tenuta domestica: una partita di maggioranza giocata sulla pelle di una decisione che riguarda la collocazione internazionale del Paese.

Il passaggio più controverso: “nascondere il fallimento della vittoria militare”

Nel suo affondo, Ricciardi spinge anche sul piano narrativo. Accusa il governo di voler coprire “uno dei suoi fallimenti più grandi”, identificato nella prospettiva di una “vittoria militare dell’Ucraina sulla Russia”. Il senso politico di questa frase è chiaro: per il M5S la promessa, o l’illusione, di un esito risolutivo sul piano militare sarebbe stata usata come motore della strategia, ma oggi apparirebbe logorata dalla realtà del conflitto.

È un passaggio che mira a rovesciare la retorica della fermezza: non “andiamo avanti perché funziona”, ma “andiamo avanti per non ammettere che la promessa iniziale non si è realizzata”. In altre parole: il decreto, nella lettura grillina, non è soltanto una scelta di continuità, ma anche un modo per rinviare una resa dei conti politica sulle aspettative create nei primi anni della guerra.

“C’è un’altra opposizione?”: la provocazione e l’attacco alla destra “che scappa”

Ricciardi non si ferma al governo. La sua provocazione punta anche al quadro parlamentare complessivo: “non ho capito se in quest’aula c’è un altro gruppo di opposizione”, dice, suggerendo che alcuni attori – formalmente fuori dal perimetro del M5S – oscillino tra posizioni ambigue e tatticismi.

Subito dopo arriva l’affondo più identitario: richiama “la storia dell’estrema destra” che “mostra il petto e poi scappa”. È un’accusa di incoerenza e opportunismo politico: si alza la voce, ci si costruisce un profilo muscolare, ma al momento decisivo – sostiene – si evita lo scontro vero e ci si adegua.

Il messaggio, nella dinamica d’Aula, è doppio: isolare chi, secondo i 5 Stelle, predica una linea dura senza assumersene fino in fondo la responsabilità, e rivendicare invece una coerenza di opposizione che non cambia tono a seconda del vento.

Il bersaglio “Vannacci”: ironia e delegittimazione

La parte più tagliente dell’intervento, però, arriva quando Ricciardi cita il gruppo legato a Vannacci. Qui il registro passa dall’istituzionale al sarcastico: “l’unica cosa che arriva più in ritardo dei treni di Salvini”, dice, collegando il tema guerra alla polemica politica interna e alla satira sul ministro leghista.

Il senso dell’attacco è chiaro: Ricciardi dipinge quel gruppo come tardivo, opportunista, arrivato a prendere posizione quando il tema è ormai maturo e quando il posizionamento può portare dividendi politici senza pagare costi immediati. “Ci hanno messo tre anni per capire che potevano votare i nostri impegni”, aggiunge, sostenendo che il M5S avesse già portato in passato linee e proposte sul dossier Ucraina, mentre altri avrebbero “scoperto” il tema solo ora.

Non è solo una battuta: è una delegittimazione politica che mira a togliere credibilità a una parte del fronte parlamentare che prova a intestarsi, oggi, una critica all’invio di armi.

Un decreto che diventa specchio del sistema: merito, metodo e crisi di rappresentanza

Il punto politico finale è che il Dl Ucraina, in questa giornata, smette di essere soltanto un provvedimento. Diventa uno specchio di tre crisi contemporanee:

1. Crisi del metodo parlamentare, dove la fiducia e le blindature vengono percepite – dall’opposizione – come un modo per ridurre l’Aula a ratifica.


2. Crisi della maggioranza, costretta – secondo l’accusa – a gestire divisioni interne proprio su uno dei dossier più delicati della legislatura.


3. Crisi del discorso pubblico sulla guerra, in cui le promesse, le narrazioni e le aspettative iniziali vengono rimesse in discussione, e la politica si divide tra continuità atlantica e critica radicale della strategia.

 

Ricciardi porta questa sintesi in Aula con un linguaggio netto: la guerra come tema serio, ma usato – a suo dire – come copertura per una macchina politica che privilegia la sopravvivenza interna rispetto alla trasparenza del confronto.

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L’intervento di Ricciardi segnala che sul decreto Ucraina la partita non sarà solo numerica. Sarà una battaglia di racconto e di legittimazione: chi difende la linea del governo proverà a presentarla come responsabilità internazionale; chi la contesta la descriverà come automatismo, propaganda o gestione opaca delle crepe interne.

E se davvero l’esecutivo sceglierà la fiducia, come si mormora nei palazzi, lo scontro si sposterà ancora più sul terreno politico: non tanto “cosa votiamo”, ma “come ci arrivate”. Per l’opposizione, il rischio è la compressione del dibattito. Per la maggioranza, il rischio è l’immagine di un Parlamento usato come campo di manovra e non come sede sovrana delle scelte.

In mezzo resta la questione che Ricciardi rivendica come principale: il Paese, dice, meriterebbe un confronto vero su guerra e armi. E invece, ancora una volta, si discute soprattutto di procedure, equilibri e lotte dentro la politica.

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