Ricciardi denuncia tutto alla Camera – Ecco l’attacco frontale a Meloni e Governo – Video

La discussione alla Camera sulle comunicazioni del ministro degli Esteri Antonio Tajani riguardo agli ultimi sviluppi del piano per Gaza e alla costituzione del Board of peace (il “Consiglio di pace”) si è trasformata in uno scontro politico durissimo. A innescarlo è stato l’intervento del capogruppo del Movimento 5 Stelle a Montecitorio, Riccardo Ricciardi, che ha attaccato frontalmente la linea del governo Meloni, sostenendo che l’Italia, partecipando al Board, “ci si siederà come complice”.

Le parole del deputato pentastellato hanno toccato una serie di dossier intrecciati: dal riconoscimento della Palestina ai rapporti con Israele durante la guerra a Gaza, dalle dinamiche diplomatiche alle scelte economiche interne, fino al tema dell’ordine pubblico e alle accuse di strumentalizzazione politica. A stretto giro sono arrivate le repliche di Forza Italia e Lega, soprattutto su un passaggio in cui Ricciardi ha evocato il caso dell’aggressione a un poliziotto a Torino.

Il cuore dell’accusa: “Dovevate fare altro, ora ci andate solo come complici”

Nel suo intervento, Ricciardi ha impostato la critica su una tesi netta: il governo avrebbe perso legittimità politica e morale per presentarsi al Board con un ruolo credibile. Secondo il capogruppo M5S, Tajani avrebbe dovuto scegliere una linea diversa e più incisiva su Israele e Palestina.

Ricciardi ha elencato, in Aula, ciò che a suo dire l’esecutivo avrebbe dovuto fare: riconoscere la Palestina, interrompere i rapporti con Israele durante il genocidio, arrestare Netanyahu, non astenersi nelle sedi ONU sulle condanne di genocidio e perseguire Israele per il bombardamento della Flotilla. Da questa premessa deriva la frase più pesante: se l’Italia partecipa al Board senza quelle scelte, lo fa “in un solo modo: come complici”.

È un’impostazione che trasforma l’iniziativa del “Consiglio di pace” in un banco d’accusa contro la politica estera del governo: non una sede utile per incidere, ma – secondo Ricciardi – il luogo in cui l’Italia finirebbe per sedersi con un marchio politico addosso.

“La pace non è perfetta”: Gaza, aiuti e Cisgiordania nel mirino

Ricciardi ha contestato anche la lettura del ministro Tajani, citando un’espressione attribuita al titolare della Farnesina: la pace in Palestina “non è perfetta”. Da qui, il capogruppo M5S ha costruito una descrizione durissima della situazione sul terreno: stampa che non può entrare, camion di aiuti bloccati, difficoltà e limiti sugli aiuti umanitari, e un riferimento specifico a un episodio riportato nel dibattito (sui biscotti rifiutati perché “con valori energetici troppo alti per i bambini”).

Nello stesso blocco, Ricciardi ha allargato il discorso alla Cisgiordania, parlando di violenze ed espropriazioni, e citando un dato di morti da ottobre, con una media giornaliera evocata nel suo intervento. Il messaggio politico è chiaro: se la cornice è questa, sostenere che la pace sia “non perfetta” equivale – nell’impostazione M5S – a minimizzare una realtà drammatica.

La piazza, la Palestina e l’accusa di “paura” del governo

Un altro passaggio centrale del discorso di Ricciardi riguarda il consenso sociale e la mobilitazione pubblica: secondo il capogruppo M5S, la questione Palestina “raccoglie tutte le questioni di classe di questo mondo” e a rendersene conto sarebbero stati “i milioni di persone scese in piazza”.

Da qui l’accusa politica: il governo Meloni avrebbe avuto paura di questa mobilitazione. Ricciardi collega tale timore a due esempi richiamati nel suo intervento: il licenziamento di chi dice “Palestina libera” e sanzioni ai Vigili del fuoco che manifestano (citati come casi emblematici nella sua ricostruzione).

In questa cornice rientra anche Francesca Albanese, relatrice speciale ONU per i territori palestinesi: Ricciardi sostiene che su di lei sia in corso un “killeraggio mediatico e politico” e aggiunge un’affermazione politica molto dura: se il governo avesse usato “metà della determinazione” impiegata contro Albanese per criticare Netanyahu, “oggi probabilmente non avremmo avuto 70 mila morti”.

Il passaggio più controverso: il riferimento al caso dell’agente a Torino

Il punto che ha scatenato una reazione immediata in Aula riguarda un passaggio in cui Ricciardi ha detto di essere “convinto” che “in questo governo in molti sono stati contenti” quando hanno visto l’azione contro un poliziotto a Torino, perché – nella sua tesi – avrebbe consentito di “bollare un intero popolo”.

Questo passaggio ha spostato lo scontro su un terreno esplosivo: non più solo politica estera, ma il rapporto tra maggioranza e forze dell’ordine, e il modo in cui eventi di violenza vengono narrati e utilizzati nel dibattito pubblico.

L’affondo finale: “Non ci metterà a sedere Tajani, ci metterà a sedere l’Italia”

Ricciardi ha poi ricondotto il discorso al tema centrale del Board, chiudendo con una frase che mira a colpire la dimensione istituzionale: “Il problema non è che al Board si siederà Tajani, ma che ci metterà a sedere l’Italia”.

Nella stessa chiusura, il capogruppo M5S ha contestato la visione del diritto internazionale attribuendo a Tajani la frase: “vale fino a un certo punto”. E ha aggiunto un giudizio tagliente: “Ma la dignità no. Peccato che voi non sapete cos’è”.

È il punto in cui la critica diventa massima: non più solo scelte discutibili, ma una messa in discussione del profilo etico-politico dell’azione di governo.

Il raccordo con la politica interna: ponte, frane, pensioni e tasse

Nel suo intervento Ricciardi ha intrecciato il tema internazionale con un’analisi del modello economico interno, in forma di contrapposizioni: miliardi per il Ponte e cifre inferiori per emergenze locali; zero risorse sulle pensioni; proposta di spostare il TFR verso fondi privati; tassazione del lavoro contrapposta alla mancata tassazione di grandi eredità e ricchezze.

Questo passaggio non è un dettaglio: serve a sostenere una tesi politica complessiva, cioè che la postura dell’Italia su Gaza e la postura dell’Italia sull’economia rispondano allo stesso schema: potere, armi, soldi, e compressione delle tutele.

La replica di Forza Italia e Lega: “Noi non gioiamo della violenza, stiamo con le forze dell’ordine”

Dopo l’intervento di Ricciardi, i deputati di Forza Italia e Lega sono intervenuti in Aula prendendo di mira proprio il riferimento all’aggressione contro l’agente a Torino.

Per FI, Andrea Orsini ha contestato duramente l’impostazione del M5S, criticando l’idea – da lui evocata – che i 5 Stelle parlino delle forze dell’ordine come se fossero “vostre”, rivendicandole invece come “un grande patrimonio” davanti al quale ci si deve “inchinare ogni giorno”. Nello stesso intervento, Orsini ha sottolineato il radicalismo del M5S e ha richiamato il tema della relatrice ONU Francesca Albanese come elemento di frattura nel campo dell’opposizione.

Per la Lega, Paolo Formentini ha risposto “a tono” al M5S: “Noi non gioiamo di fronte al poliziotto preso a martellate. Noi stiamo con lui e con chi rappresenta lo Stato e lo difende in ogni momento”. E ha aggiunto un passaggio sul tema terrorismo: “Sul terrorismo non bisogna ironizzare ma essere uniti perché il terrorismo sta tornando”.

La contro-narrazione della maggioranza è dunque immediata: respingere l’accusa di “gioia” o compiacimento e ribadire una linea di sostegno pieno alle forze dell’ordine, spostando anche l’attenzione sul terreno della sicurezza.

Un’aula divisa: Gaza come detonatore politico e l’Italia dentro un equilibrio fragile

Lo scontro evidenzia un dato: la vicenda del Board of peace non è una questione meramente tecnica o diplomatica, ma un detonatore politico. Da un lato, l’opposizione (qui nella forma più dura rappresentata da Ricciardi) interpreta la partecipazione italiana come un gesto che rischia di macchiare il Paese, riducendolo a “osservatore” privo di credibilità o addirittura “complice”. Dall’altro, la maggioranza difende la postura istituzionale e reagisce con fermezza alle insinuazioni che toccano forze dell’ordine e sicurezza.

In mezzo c’è la sostanza: la guerra a Gaza, l’aiuto umanitario, la diplomazia internazionale, il ruolo dell’Europa e la difficoltà di mantenere una linea che tenga insieme alleanze, diritto internazionale e pressioni dell’opinione pubblica.

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Le dichiarazioni di Ricciardi hanno trasformato il “Consiglio di pace” in una sorta di processo politico alla linea del governo: riconoscimento della Palestina, rapporti con Israele, ruolo dell’ONU, gestione delle proteste, e perfino la lettura delle dinamiche interne tra ordine pubblico e narrazione politica.

La risposta di Forza Italia e Lega mostra che la maggioranza non intende lasciare campo su un terreno simbolicamente decisivo: la legittimità dello Stato, la tutela delle forze dell’ordine e la difesa dell’azione di governo.

Il risultato è un’Aula spaccata, con parole che alzano la temperatura e rendono chiaro un punto: sul Board of peace e su Gaza, la discussione non resta in politica estera. Diventa una cartina di tornasole su che idea di Italia – e di dignità, alleanze, diritti, sicurezza – le forze politiche vogliono portare dentro e fuori dal Parlamento.

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