Nella notte alla Camera, durante la discussione sulla legge di bilancio, Riccardo Ricciardi — parlamentare del Movimento 5 Stelle — ha scelto un registro durissimo per contestare le priorità del Governo. Il suo intervento è costruito come una sequenza di domande “sì o no”, con l’obiettivo di inchiodare la maggioranza su cifre, scelte di spesa e orientamento politico: al centro, l’accusa che il Paese stia imboccando la strada del riarmo e di un “vocabolario di guerra”, mentre emergenze sociali e lavorative restano senza la stessa attenzione.
2) Spese militari in aumento: “32 miliardi, +20% in due anni”
Il secondo blocco riguarda direttamente la spesa per la difesa. Ricciardi sostiene che negli ultimi due anni si sia arrivati a “32 miliardi” di spese, con un incremento del “20%”.
Poi allarga l’orizzonte: richiama un “documento di finanza pluriennale” che stimerebbe “23 miliardi di investimenti in 3 anni” nel settore, e afferma che il capo di Stato Maggiore della Difesa avrebbe dettagliato su un quotidiano economico un piano “punto per punto” da “20 miliardi”.
Anche qui il senso politico è chiaro: la manovra, nella lettura del deputato, non sarebbe un episodio isolato ma il tassello di un’impostazione strutturale che consolida la traiettoria di aumento delle risorse militari.
3) L’Europa e il “piano di riarmo”: “800 miliardi”
Ricciardi porta la polemica su scala europea, citando un’ulteriore tesi: l’Europa, di fronte a uno scenario internazionale cambiato, non avrebbe risposto con strumenti economici (per esempio sui dazi) ma con “800 miliardi” di piano di riarmo.
Qui l’obiettivo è doppio:
denunciare un clima politico che, a suo giudizio, rende la militarizzazione la risposta automatica a ogni crisi;
inserire l’Italia dentro un quadro più ampio, come se il Governo stesse semplicemente seguendo — o cavalcando — un trend di “priorità belliche” già dominante.
4) “La difesa vera”: poveri, licenziamenti, morti sul lavoro, diritto allo studio
La parte più forte, sul piano narrativo, è quando Ricciardi ribalta il concetto stesso di “difesa”. Per lui difendere il Paese non coincide primariamente con investimenti militari, ma con la protezione delle fragilità sociali.
Elenca quattro emergenze:
povertà: “6 milioni di poveri, di cui 1,5 milioni bambini”;
crisi occupazionale: “120.000 lavoratori che stanno per essere licenziati”;
sicurezza sul lavoro: “tre morti sul lavoro al giorno, 1100 l’anno”;
diritto allo studio: “uno studente su quattro abbandona l’università perché non ce la fa”.
Il punto politico è: se le priorità di bilancio vengono orientate verso la difesa militare, allora ciò che resta indietro è la “difesa sociale” — quella che impedisce a famiglie, giovani e lavoratori di scivolare nel baratro.
E Ricciardi precisa anche un passaggio per evitare l’etichetta di pacifismo “ingenuo”: dice che nessuno vuole “smantellare la difesa e mettere i fiori nei cannoni”, ma che il nodo è l’ordine delle priorità.
5) Lobby delle armi e conflitto d’interessi: l’attacco politico più diretto
Qui Ricciardi alza ulteriormente i toni. Accusa la maggioranza di “ingrassare le lobby delle armi” e collega questa critica a una contestazione sull’identità politica di chi governa: sostiene che al Ministero della Difesa ci sarebbe “uno che era un ex lobbista delle armi”.
Questa frase serve a costruire l’idea di un sistema: non solo una scelta di spesa, ma un intreccio di interessi, in cui il riarmo diventa conveniente per alcuni attori economici e politicamente protetto.
6) “Propaganda” e informazione: la polemica su media e potere
Nella parte finale, Ricciardi sposta lo scontro sul terreno della comunicazione. Contesta la narrazione della “guerra ibrida” e dell’ossessione per la “propaganda russa”, sostenendo che il problema principale sia interno: un presunto conflitto di interessi nell’informazione “da 30 anni”.
E qui l’affondo è diretto: parla di “propaganda delle televisioni di Berlusconi” e dei “giornali di Angelucci”, rivendicando che sia questa, e non quella “degli altri Paesi”, la propaganda da combattere.
È un passaggio che tiene insieme due temi: la politica estera e la politica interna. Per Ricciardi, il consenso sul riarmo sarebbe favorito anche da un ecosistema mediatico che normalizza il linguaggio bellico e riduce lo spazio per una discussione critica.
7) “Non difesa, ma attacco”: l’accusa sul linguaggio di guerra e la leva obbligatoria
La chiusura dell’intervento è un avvertimento: Ricciardi accusa il Governo di non parlare di “difesa” ma di “attacco”, e dice che se si vuole trascinare il Paese in guerra “non lo fate a vostro nome” e non lo si giustifichi con parole come sicurezza o difesa.
Collega poi questo clima all’idea — evocata con tono polemico — della leva obbligatoria come prospettiva per i giovani, rifiutando che venga presentata come soluzione o destino inevitabile.
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L’intervento notturno di Riccardo Ricciardi è un atto d’accusa politico, costruito su cifre e contrapposizioni nette: da una parte riarmo, investimenti militari e interessi industriali; dall’altra povertà, lavoro, sicurezza e istruzione come “vera difesa” del Paese. La sua tesi è che la legge di bilancio, così come la direzione complessiva del Governo, stia scegliendo il campo sbagliato: rafforzare una prospettiva militare mentre le emergenze sociali restano senza una risposta proporzionata.
Che si condivida o meno il quadro, il punto centrale del suo discorso è questo: la priorità non è “se” difendersi, ma “che cosa” difendere. E per Ricciardi, la risposta è netta: non interessi e lobby, ma chi non arriva alla fine del mese.



















