ROMA — Il voto si farà domenica 22 e lunedì 23 marzo 2026. Il Tar del Lazio, con la sentenza n. 1694, ha respinto il ricorso presentato nell’ambito della battaglia procedurale nata attorno al referendum costituzionale sulla riforma dell’ordinamento giurisdizionale e sull’istituzione della Corte disciplinare. La contestazione puntava a mettere in discussione — e di fatto a congelare — la scelta del governo di collocare la consultazione tra la seconda e la terza settimana di marzo. La risposta dei giudici amministrativi è stata netta: ricorso respinto e date confermate.
La decisione del Tar: ricorso respinto e “intervento” dell’Unione italiana forense inammissibile
Secondo quanto ricostruito, la Sezione competente del Tar ha dichiarato inammissibile anche il ricorso/atto dell’Unione italiana forense, intervenuta a supporto dell’iniziativa giudiziaria. Il punto politico è immediato: la linea temporale fissata dall’esecutivo non si sposta e la macchina referendaria prosegue verso marzo.
La contestazione nasceva dalla scelta del Consiglio dei ministri di fissare la consultazione il 22-23 marzo, ritenuta dai promotori troppo ravvicinata e tale da comprimere tempi e spazi per un confronto pubblico ampio. Ma, nella lettura del Tar, l’architettura normativa che regola il referendum confermativo ex art. 138 è orientata a garantire che la riforma costituzionale — approvata a maggioranza assoluta ma non ai due terzi — venga sottoposta in tempi certi al giudizio popolare, una volta scattate le condizioni per lo svolgimento della consultazione.
Il perimetro giuridico: decreto di indizione e deliberazione del governo
Il ricorso prendeva di mira il DPR del 13 gennaio 2026, pubblicato in Gazzetta Ufficiale, e la deliberazione del Consiglio dei ministri che aveva definito le date del voto. Il decreto di indizione riguarda la legge costituzionale recante: “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare”, approvata dal Parlamento e pubblicata a fine ottobre 2025.
In altre parole: l’oggetto del referendum non è una legge ordinaria, ma una revisione costituzionale. E proprio questo elemento — la natura confermativa della consultazione — pesa nella motivazione del Tar e nella linea difensiva del governo.
Cosa chiedevano i ricorrenti: fermare (o sospendere) l’iter per completare la raccolta firme su un quesito diverso
I promotori del ricorso — un comitato legato a una raccolta firme e composto da giuristi, come riportato dalle cronache — miravano a ottenere sospensione e annullamento del decreto presidenziale per poter completare la raccolta delle sottoscrizioni e sottoporre il proprio quesito (in parte diverso da quello già ammesso dall’Ufficio centrale) al vaglio di legittimità.
Il punto è tecnico ma decisivo: nella procedura dell’art. 138 possono coesistere più iniziative (parlamentari, regionali, popolari), ma la sentenza — secondo la lettura che ne dà il ministro — tende a valorizzare il principio dei “tempi certi” una volta che l’innesco referendario sia già avvenuto secondo una delle modalità previste.
Nordio: «Motivazione di chiarezza adamantina. Si è trattato di un espediente dilatorio»
Sul piano politico, il verdetto viene immediatamente rivendicato dal ministro della Giustizia Carlo Nordio, che parla di soddisfazione e interpreta il ricorso come un tentativo di rallentare l’appuntamento con le urne. Nelle sue parole, trattandosi di referendum confermativo, una volta determinata la condizione per lo svolgimento (nel caso specifico, la richiesta parlamentare), ulteriori passaggi sarebbero risultati “superflui” e dunque inammissibili. E conclude con l’affondo: «Si è trattato di un espediente dilatorio».
È un passaggio che sposta la vicenda dal piano della mera calendarizzazione a quello della narrazione politica: per il governo la partita è “regole rispettate” e “stop a rinvii”; per chi contestava le date, invece, il rischio era che la compressione dei tempi riducesse la qualità del dibattito pubblico.
La reazione del fronte del “No”: «Campagna d’informazione continua»
Dal lato opposto, il Comitato “Giusto dire No” prende atto della pronuncia ma rivendica la prosecuzione della mobilitazione. Enrico Grosso, indicato come presidente onorario, sottolinea che la campagna informativa continuerà e richiama l’interesse crescente registrato nelle ultime settimane attorno al referendum di marzo.
Nel suo ragionamento, anche l’iniziativa dei promotori del ricorso (presentata come legittima) avrebbe avuto un effetto politico: la raccolta firme e l’attivazione di un contenzioso avrebbero contribuito ad ampliare l’attenzione e, di riflesso, tempi e spazi del confronto pubblico.
Le reazioni dalla maggioranza: Gelmini e Biancofiore rivendicano la “correttezza del procedimento”
Sul fronte favorevole alla riforma e alla conferma delle date, arrivano dichiarazioni politiche che insistono sullo stesso concetto: evitare rinvii non giustificati e riportare la discussione “sul merito”.
Tra le voci riportate, Mariastella Gelmini (oggi in maggioranza nel gruppo Noi Moderati) auspica che, chiusa la polemica sulle date, si avvii un confronto sui contenuti della riforma.
Sulla stessa linea Michaela Biancofiore, che definisce strumentale l’idea di ritardare l’apertura delle urne e interpreta la decisione del Tar come conferma della correttezza del percorso.
Il Comitato per il “Sì” richiama un principio: non esiste un “diritto al quesito”, ma un diritto al referendum nei tempi previsti
A rafforzare l’impostazione pro-date, interviene anche il coordinatore del comitato “Sì”, Pierfilippo Giuggioli, che insiste su un punto: la Costituzione non tutelerebbe un presunto “diritto al quesito” alternativo, ma il diritto a celebrare il referendum entro tempistiche certe stabilite dalla legge.
Cosa cambia (davvero) dopo la sentenza: calendario blindato e campagna che entra nella fase decisiva
Al netto delle letture politiche, l’effetto pratico della pronuncia del Tar è uno: il calendario è consolidato. Le amministrazioni locali e gli uffici elettorali possono continuare a predisporre l’organizzazione del voto avendo come riferimento stabile il 22-23 marzo, così come indicato dagli atti ufficiali già pubblicati.
Parallelamente, la campagna referendaria entra nella sua fase più importante: meno discussione sulle date, più contesa sul contenuto della riforma e sulle conseguenze istituzionali dell’assetto proposto (ordinamento giurisdizionale e Corte disciplinare). E qui si apre il vero terreno dello scontro: non più “quando si vota”, ma “perché votare sì” o “perché votare no”, con due mesi scarsi per occupare spazi mediatici, piazze, social e confronto pubblico.
Il punto politico che resta sul tavolo: tempi, partecipazione e qualità del dibattito
La vicenda della data non è solo una disputa di procedura. È un tema che si intreccia con un problema strutturale: la partecipazione e la capacità del sistema di garantire informazione sufficiente su una materia complessa come una riforma costituzionale della giustizia.
Da una parte, il governo e i comitati per il “Sì” rivendicano la necessità di tempi certi e la chiusura di quella che definiscono una polemica sterile; dall’altra, chi contestava la scelta di marzo sostiene che più tempo avrebbe significato un dibattito più largo e consapevole. La sentenza del Tar chiude la prima partita. La seconda — quella sul merito — comincia adesso, con la data del voto ormai scolpita: 22 e 23 marzo 2026.
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In conclusione, la sentenza del Tar del Lazio chiude definitivamente la partita procedurale e trasforma la discussione in un conto alla rovescia politico: domenica 22 e lunedì 23 marzo 2026 si vota, punto. Da qui in avanti non ci sono più alibi sulle date né spazio per “guerre di calendario”: resta solo il merito della riforma e la capacità dei due fronti di spiegare, semplificare senza banalizzare e mobilitare un elettorato spesso distante dai referendum costituzionali, soprattutto quando la materia è tecnica e complessa. Proprio per questo il vero rischio – più ancora dello scontro tra governo e oppositori – è la disinformazione o l’apatia: con il calendario blindato, la qualità del dibattito e il livello di partecipazione diventeranno il vero termometro del Paese. E il verdetto popolare, stavolta, non dipenderà da cavilli o rinvii, ma da quanto convinceranno le ragioni del “Sì” e del “No” nel poco tempo rimasto.


















