Un Paese in cui i ricchi hanno vinto la lotta di classe
Peter Gomez non usa mezzi termini: negli ultimi trent’anni, la lotta di classe è stata combattuta e l’hanno vinta i ricchi. Intervenuto ad Agorà, il giornalista ha dipinto un quadro allarmante dell’economia italiana, evidenziando un dato che non lascia spazio a interpretazioni: dal 2008 gli stipendi sono diminuiti dell’8,7%, facendo dell’Italia l’ultimo Paese del G20 per crescita salariale.
Secondo Gomez, questa crisi non è frutto del caso, ma di scelte economiche ben precise. Il punto di svolta risale al 1993, con l’accordo sulla moderazione salariale firmato dal governo Ciampi. Da quel momento, spiega il giornalista, la lotta sindacale per salari più alti si è progressivamente indebolita. Con l’ingresso nell’euro, poi, il problema si è aggravato: non potendo più svalutare la moneta per restare competitivi, si è iniziato a svalutare il lavoro, comprimendo gli stipendi e riducendo il potere d’acquisto dei lavoratori.
Profitti record, salari fermi: un sistema sbilanciato
Mentre gli stipendi reali calavano, i profitti aziendali crescevano. Gomez sottolinea come, con poche eccezioni, le imprese italiane abbiano scelto di aumentare i dividendi agli azionisti piuttosto che investire nei lavoratori. Un meccanismo che ha avuto conseguenze dirette sulla produttività: “Se pago poco i lavoratori, che motivo ho di investire in innovazione?” si chiede il giornalista, evidenziando il circolo vizioso che ha bloccato la crescita del Paese.
Eppure, nel dibattito pubblico si continua a parlare di cuneo fiscale come se fosse la soluzione al problema. Gomez mette in guardia da questa narrativa: abbassare il cuneo significa togliere fondi a previdenza, welfare e servizi essenziali, senza affrontare la vera questione della redistribuzione della ricchezza. Il vero nodo, secondo il giornalista, è l’enorme differenza tra la crescita dei profitti aziendali e la stagnazione degli stipendi. Un divario che, guardando i bilanci delle prime 200 imprese italiane, appare sempre più evidente.
Lavoro svalutato, giovani in fuga: il declino di un sistema
Questa compressione salariale, denuncia Gomez, ha portato a conseguenze drammatiche per le nuove generazioni. Con stipendi bassi e un mercato del lavoro sempre più precario, molti giovani scelgono di lasciare il Paese in cerca di opportunità migliori. “Abbiamo costruito un modello in cui il lavoro vale sempre meno”, afferma il giornalista, sottolineando come questa dinamica non solo penalizzi i lavoratori, ma comprometta l’intero sistema economico.
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Un modello che penalizza il futuro del Paese
Gomez evidenzia come l’Italia abbia scelto di puntare su salari bassi invece che su innovazione e formazione. Le aziende, potendo risparmiare sulla manodopera, hanno preferito massimizzare i profitti nel breve termine piuttosto che investire in strategie di crescita sostenibili.
Secondo il giornalista, la questione non è solo economica, ma politica e sociale. Ignorare il problema significa accettare il declino del Paese e un futuro sempre più incerto per milioni di lavoratori. “Ci hanno detto che non c’erano alternative, ma la verità è che hanno scelto di sacrificare il lavoro per il profitto”, conclude Gomez. Una denuncia forte, che mette in luce una realtà scomoda ma impossibile da ignorare.
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