Matteo Salvini torna al centro di una figuraccia politica e istituzionale, e questa volta non si tratta di dichiarazioni controverse o di boutade sui social. Il nuovo Codice della Strada, da lui voluto e sbandierato come un grande passo avanti per la sicurezza dei cittadini, è finito direttamente davanti alla Corte Costituzionale. A innescare tutto, paradossalmente, è stata una signora di Pordenone, coinvolta in un banale tamponamento la notte di Natale.
La donna, perfettamente lucida e collaborativa, ha dichiarato ai sanitari del pronto soccorso di assumere due farmaci: un ansiolitico (l’En) e un antidolorifico a base di codeina, entrambi prescritti dal medico. Le analisi del sangue non hanno rilevato alcuna sostanza attiva nel suo organismo. Ma quelle delle urine sì. Ed è qui che si apre il cortocircuito giuridico creato dalla riforma Salvini: per la nuova normativa, entrambe le analisi – anche se divergenti – hanno valore legale. Il risultato? La donna rischia un processo con accuse pesantissime: guida sotto effetto di stupefacenti, arresto, multa fino a 6.000 euro e ritiro della patente fino a due anni.
Una situazione surreale, in cui una persona sobria, lucida e in regola con le prescrizioni mediche può essere punita come un tossicodipendente sorpreso alla guida. È questo il frutto di una legge scritta per inseguire la propaganda, non la realtà. E ad accorgersene non è un gruppo politico o un’associazione, ma la stessa magistratura. Il giudice per le indagini preliminari di Pordenone, infatti, ha sollevato tre dubbi di costituzionalità, rimettendo il caso alla Corte costituzionale.
Secondo la gip, la legge Salvini viola almeno tre articoli fondamentali della Costituzione: il principio di uguaglianza (articolo 3), la certezza del diritto (articolo 25) e la funzione rieducativa della pena (articolo 27). In altre parole, punisce allo stesso modo chi è realmente sotto effetto di droghe e chi assume farmaci leciti; applica sanzioni sproporzionate e non tiene conto delle reali condizioni psicofisiche del conducente.
Un paradosso normativo che si traduce in un cortocircuito giudiziario: la persona è sobria, ma l’urina conserva tracce di sostanze perfettamente legali, usate per curarsi. Eppure la legge non fa distinzioni. Proprio come nel caso del tennista Jannik Sinner, finito nel mirino per l’uso di una pomata cicatrizzante contenente Clostebol, un cortisonico vietato in ambito sportivo, ma facilmente rintracciabile nei controlli pur senza avere effetti dopanti reali.
La differenza, però, è che in questo caso non si tratta di sport ma di diritto penale. E il diritto penale, a differenza della propaganda, dovrebbe basarsi su principi di razionalità, proporzionalità e giustizia. Cosa che, secondo il pm di Pordenone Enrico Pezzi e la gip incaricata del caso, il Codice Salvini non garantisce affatto.
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Ora toccherà alla Consulta pronunciarsi su questa norma. Sarà la Corte costituzionale a decidere se il nuovo Codice della Strada sia compatibile con i principi fondanti della nostra Repubblica o se sia soltanto l’ennesimo esempio di legislazione costruita sull’onda dell’emotività, dell’apparenza e del populismo securitario.
Quel che è certo, è che la legge, così com’è, non salva vite. Ma può distruggere carriere, dignità e futuro a chi ha semplicemente la “colpa” di curarsi.
E alla fine, come spesso accade, la realtà fa giustizia della propaganda.



















