– La morte di Papa Francesco ha scosso il mondo intero, suscitando una valanga di messaggi di cordoglio da capi di Stato, leader religiosi, personalità della cultura e cittadini comuni. Tuttavia, c’è stato un silenzio che ha fatto più rumore di molte parole: quello di Benjamin Netanyahu, primo ministro israeliano. Un’assenza notata da molti, denunciata con durezza da Michele Santoro durante l’ultima puntata di diMartedì, in onda su La7.
Il giornalista non ha esitato a definire “vergognoso” il comportamento del leader israeliano, reo – secondo Santoro – di non aver nemmeno inviato un telegramma di condoglianze per la scomparsa del pontefice. “In un certo senso ha fatto bene a non mandarlo – ha dichiarato – perché questo silenzio rivela con chiarezza la sua completa disumanità”.
Un’accusa durissima: “Disumano e indifferente alla sofferenza”
Le parole di Santoro, forti e pronunciate in diretta televisiva, hanno colpito nel cuore del dibattito internazionale, in un momento in cui il Medio Oriente è nuovamente teatro di violenze e tensioni. L’assenza di un gesto simbolico da parte di Netanyahu in onore di Papa Francesco – da sempre voce di pace, ponte tra religioni, difensore dei più deboli e in particolare del popolo palestinese – è stata letta da Santoro come la conferma di un’ideologia impermeabile alla pietà e al rispetto.
“Papa Francesco era il Papa dei poveri, degli ultimi, dei reietti. Anche per questo non è stato mai amato da chi predica la guerra permanente e la rappresaglia continua”, ha aggiunto Santoro.
Netanyahu “terrorista”: il precedente intervento a diMartedì
Non è la prima volta che Michele Santoro si scaglia contro il primo ministro israeliano. Già il 25 settembre 2024, sempre a diMartedì, aveva definito Netanyahu “un terrorista criminale”, chiedendosi pubblicamente quando l’Occidente avrebbe avuto il coraggio di chiamarlo con il suo vero nome. “Sta bombardando un paese sovrano, uccidendo civili, sterminando bambini. Se Putin è stato giudicato un criminale per aver invaso l’Ucraina, perché non applichiamo lo stesso criterio a Netanyahu?”.
Santoro aveva anche puntato il dito contro Giorgia Meloni, criticando duramente il suo intervento all’Assemblea generale dell’ONU, dove, secondo lui, la premier italiana aveva parlato in modo vago degli “errori dell’Occidente” senza mai esplicitare quali fossero. “L’Olocausto è stato un orrore – aveva detto – ma i palestinesi ne hanno pagato il prezzo pur non avendone alcuna responsabilità. Il risarcimento all’ebraismo l’ha pagato il popolo palestinese, con la perdita della propria terra”.
Il Papa e Gaza: una voce scomoda per molti
Le parole di Santoro si inseriscono in un contesto ben più ampio. Papa Francesco, soprattutto negli ultimi anni del suo pontificato, aveva assunto posizioni sempre più chiare sul conflitto israelo-palestinese, denunciando pubblicamente le violenze a Gaza, l’uso sproporzionato della forza e l’abbandono della soluzione dei “due Stati”. In molti ambienti, sia in Israele che tra i governi più schierati con Tel Aviv, la voce del Papa era vista come una fastidiosa interferenza.
Lucia Capuzzi, vaticanista e giornalista esperta del Medio Oriente, ha ricordato in questi giorni come Francesco “considerasse Gaza un laboratorio del dolore del mondo”. Proprio per questo, forse, il suo impegno in favore dei civili palestinesi è stato accolto con freddezza da chi preferisce leggere ogni critica come un attacco ideologico.
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Silenzi che parlano
Il silenzio di Netanyahu, quindi, secondo Santoro non è solo una dimenticanza diplomatica, ma un gesto simbolico, carico di significato. “Non inviare un messaggio – ha detto – è come dire: io non riconosco nulla di ciò che questo Papa ha rappresentato. E per me, questo è l’ennesimo atto disumano di un uomo che ha abituato il mondo alla crudeltà della guerra permanente”.
Nel frattempo, mentre migliaia di persone si recano a San Pietro per rendere omaggio a Papa Francesco, l’Aula televisiva si conferma uno spazio dove la riflessione politica incontra quella etica. Le parole di Santoro, pur destinate a dividere, sollevano interrogativi profondi sul silenzio, sulla memoria e sull’umanità di chi guida le nazioni.
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