Sanzioni usa contro Francesca Albanese? Arriva l’Unione Europea a… Ma Meloni ecco che fa…

Le sanzioni annunciate dagli Stati Uniti contro Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite sui diritti umani nei Territori palestinesi occupati, rappresentano un passaggio senza precedenti e altamente controverso nei rapporti tra Washington e l’ONU. Albanese è finita nel mirino per le sue ripetute denunce contro le violazioni israeliane a Gaza e in Cisgiordania, che secondo l’amministrazione americana supererebbero i limiti del mandato e assumerebbero “toni apertamente ostili verso Israele”. La misura, condannata da numerose organizzazioni internazionali e difensori dei diritti umani, è letta da molti come un tentativo di intimidire le voci critiche e indipendenti sul conflitto israelo-palestinese. La stessa Albanese ha respinto ogni accusa, rivendicando la propria imparzialità e ribadendo che “documentare crimini non significa essere faziosi, ma rispettare il diritto internazionale”.

Roma – L’Unione Europea prende posizione contro le sanzioni annunciate dagli Stati Uniti nei confronti di Francesca Albanese, relatrice speciale dell’ONU per i diritti umani nei territori palestinesi occupati. Mentre Washington tenta di colpire una voce scomoda, Bruxelles interviene per tutelare l’integrità del sistema delle Nazioni Unite.

> “L’Ue sostiene fermamente il sistema dei diritti umani delle Nazioni Unite e si rammarica profondamente della decisione di imporre sanzioni a Francesca Albanese”, ha dichiarato Anouar El Anouni, portavoce della Commissione europea per gli Affari esteri.

Una posizione chiara, che difende la legittimità del lavoro di Albanese, accusata dagli Stati Uniti di antisemitismo e presunte simpatie per Hamas, accuse smentite dalle stesse Nazioni Unite. Eppure, dall’Italia tutto tace. Non una parola dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, né dal ministro degli Esteri Antonio Tajani.

Un silenzio che il Movimento 5 Stelle definisce “complice e vergognoso”.

Conte: “Francesca Albanese dà fastidio perché dice la verità”

Ad affondare il colpo è il presidente del M5S, Giuseppe Conte, che denuncia con durezza il trattamento riservato alla relatrice ONU e l’inerzia del governo italiano.

> “Francesca Albanese dà fastidio. Perché denuncia che c’è chi sta traendo profitto dal genocidio in corso a Gaza per mano del governo criminale di Netanyahu. Perché denuncia gli abusi israeliani nei territori palestinesi, i diritti calpestati. Ora, anziché imporre sanzioni al governo criminale di Netanyahu, gli Stati Uniti annunciano sanzioni contro Francesca Albanese”, scrive Conte.

> “Si prova a mettere il bavaglio a chi alza la voce e la testa. A chi non si volta dall’altra parte. E il Governo dei patrioti che fa? Sappiamo che a Meloni del rispetto del diritto internazionale interessa poco. Le interessa almeno difendere una cittadina italiana? Niente. Sta muta. Tra una figuraccia e l’altra, Meloni e Tajani vengano in Parlamento a metterci la faccia.”

Parole nette, che sollevano un problema politico e morale: l’Italia, che dovrebbe difendere i propri cittadini, resta inerte davanti a una sanzione che molti osservatori internazionali considerano una rappresaglia politica contro una relatrice indipendente.

Molinari sotto accusa: “Menzogne su una rete pubblica”

Nel frattempo, scoppia il caso Rai News 24, dove il giornalista Maurizio Molinari avrebbe, secondo il M5S, diffuso notizie false e infamanti su Francesca Albanese. In particolare, Molinari avrebbe affermato in diretta che Albanese sarebbe stata accusata di aver preso soldi da Hamas, e che il segretario generale dell’ONU, Antonio Guterres, l’avrebbe definita “una persona orribile”.

Accuse completamente infondate, come ha sottolineato il capogruppo M5S in Commissione Vigilanza Rai, Dario Carotenuto:

> “Tale vicenda non può passare sotto silenzio. Presenteremo un’interrogazione. È inammissibile che ciò avvenga su una rete del servizio pubblico. Chiediamo l’intervento dell’Ordine dei Giornalisti. Davanti al genocidio del popolo palestinese siamo stanchi di sentire simili menzogne da parte dei megafoni del governo criminale di Netanyahu”.

Petizione per il Nobel a Francesca Albanese: oltre 35.000 firme

Intanto, cresce l’ondata di solidarietà dal basso. La petizione online “Siamo farfalle”, lanciata da un gruppo di donne attive nei movimenti sindacali, sociali e culturali, ha superato le 35.000 firme. Tra i primi firmatari compaiono intellettuali, artisti, politici e attivisti di primo piano:

Alessandro Barbero, Moni Ovadia, Mario Capanna,

Nancy Porsia, Nico Piro, Luigi De Magistris,

Vauro, Patrick Zaky, Ginevra Bompiani,

numerosi ex europarlamentari, sindacalisti, urbanisti, giornalisti e scrittori.


L’ex diplomatico Enrico Calamai, tra i primi a lanciare l’idea del Premio Nobel per la Pace a Francesca Albanese, ha proposto la costituzione di un comitato internazionale per sostenerne la candidatura.

> “Bisogna unire le forze e sostenere la nostra connazionale che, in qualità di relatrice ONU, è diventata bersaglio politico per aver difeso il diritto internazionale”, spiegano i promotori.

Un’Italia senza voce: quando il patriottismo dimentica i suoi cittadini

Il caso Albanese mette a nudo tutte le contraddizioni del governo Meloni: pronto a rivendicare la “sovranità nazionale” in ogni contesto, ma incapace di difendere una propria cittadina attaccata ingiustamente per il suo lavoro di tutela dei diritti umani.

Mentre l’Europa prende posizione e la società civile si mobilita, il silenzio di Palazzo Chigi diventa un atto politico, un segnale inquietante di allineamento acritico alle posizioni dell’alleato israeliano e statunitense, anche quando queste contraddicono i principi fondamentali del diritto internazionale e della dignità umana.

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Il caso Francesca Albanese non è solo una vicenda diplomatica, ma un banco di prova per l’etica pubblica e il coraggio politico delle istituzioni italiane. Di fronte a sanzioni percepite da molti come ritorsioni contro la libertà di parola e l’impegno per i diritti umani, il silenzio del governo Meloni appare non neutrale, ma complice.

Difendere una cittadina italiana impegnata in sede ONU non significa condividere ogni parola o posizione, ma ribadire un principio essenziale: chi lotta per la legalità internazionale e denuncia crimini, anche scomodi, non può essere lasciato solo.

In un momento storico in cui la verità è spesso confusa con la propaganda, e la giustizia con l’opportunismo, l’Italia ha l’occasione – e il dovere – di scegliere da che parte stare: con chi subisce il peso del potere o con chi lo esercita per mettere a tacere.

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