Lo scrittore in lacrime in aula: “Mi hanno rubato la vita”. I giudici: “Minacce frutto di una strategia mafiosa per il controllo del territorio”
È una sentenza che riafferma il valore della parola e del giornalismo come argine al potere mafioso quella pronunciata dalla Prima sezione della Corte d’Appello di Roma. I giudici hanno confermato la condanna per minacce aggravate dal metodo mafioso nei confronti dello scrittore Roberto Saviano e della giornalista Rosaria Capacchione, minacciati in un’aula di tribunale nel 2008 durante il processo d’appello “Spartacus”, contro il clan dei Casalesi. Un procedimento simbolo della lotta alla camorra, che oggi trova un nuovo capitolo giudiziario a distanza di 16 anni.
La conferma della condanna: colpevoli Bidognetti e Santonastaso
I giudici hanno confermato le condanne già inflitte in primo grado nel 2021: un anno e sei mesi di reclusione per Francesco Bidognetti, alias “Cicciotto ‘e Mezzanotte”, boss di primissimo piano del clan dei Casalesi e braccio destro di Francesco Schiavone, detto “Sandokan”. Un anno e due mesi anche per il suo avvocato difensore Michele Santonastaso, colpevole di aver dato voce in aula a un documento carico di minacce e allusioni nei confronti di chi raccontava e documentava le attività criminali del clan.
Secondo i giudici, quel gesto fu tutto fuorché una normale strategia processuale: “La condotta ascritta ai due imputati è inserita nel contesto di criminalità organizzata proprio della cosca dei Casalesi”, hanno scritto i magistrati. “La minaccia e l’intimidazione rivolta platealmente contro i due giornalisti fu espressione di una precisa strategia ideata dallo stesso capomafia, il cui interesse era quello di alimentare il potere di controllo sul territorio esercitato dal clan”.
Il giorno delle minacce: 13 marzo 2008
Il contesto in cui avvennero i fatti è quello del maxiprocesso “Spartacus”, che vedeva alla sbarra oltre 115 imputati legati alla camorra casalese. Il 13 marzo 2008, durante le arringhe finali della difesa, l’avvocato Santonastaso presentò in aula un’istanza di ricusazione dei giudici. La motivazione? Una presunta pressione mediatica esercitata da Roberto Saviano con il suo libro “Gomorra” e da Rosaria Capacchione attraverso i suoi articoli per Il Mattino. Secondo la tesi difensiva, l’informazione avrebbe “condizionato” il giudizio dei magistrati, insinuando che le sentenze fossero influenzate più dai media che dai fatti.
In realtà, come confermato da due gradi di giudizio, quel documento rappresentava un tentativo deliberato di intimidire. “Non era esercizio del diritto di difesa – hanno scritto i giudici – ma un’azione mirata a delegittimare chi raccontava il potere criminale, insinuando che fossero i giornalisti e non le azioni dei clan la causa delle condanne”.
L’aula si commuove: Saviano in lacrime dopo la sentenza
La lettura della sentenza ha scosso profondamente Roberto Saviano, presente in aula con il suo avvocato Antonio Nobile. Alla pronuncia del dispositivo, lo scrittore ha abbracciato il legale in lacrime, ricevendo l’applauso spontaneo del pubblico presente. “Mi hanno rubato la vita”, ha detto a caldo. Una frase amara che sintetizza anni di vita blindata, sotto scorta, lontano dalla normalità a causa di un’opera di denuncia che ha acceso i riflettori internazionali sulla camorra campana.
Saviano ha poi aggiunto: “Sedici anni di processo non sono una vittoria per nessuno, ma oggi abbiamo una prova ufficiale: la camorra ha riconosciuto in un’aula di tribunale, pubblicamente, che ciò che più la intimorisce è l’informazione. Hanno firmato un documento in cui indicavano me e Rosaria Capacchione come i responsabili delle loro condanne. È un fatto senza precedenti nella storia giudiziaria”.
L’informazione nel mirino della criminalità
La vicenda ha avuto sin da subito una forte eco pubblica, con la Federazione Nazionale della Stampa e l’Ordine dei Giornalisti della Campania che si sono costituiti parte civile, rappresentati dall’avvocato Giulio Vasaturo. Una scelta simbolica e concreta per difendere il diritto-dovere di cronaca, troppo spesso minacciato non solo nei contesti mafiosi ma anche nella quotidianità dell’informazione locale.
Rosaria Capacchione, all’epoca cronista de Il Mattino e poi senatrice della Repubblica, ha continuato a denunciare il peso delle minacce ricevute. Come Saviano, anche lei ha vissuto anni sotto scorta. Il loro caso è divenuto emblema della necessità di proteggere chi fa informazione in territori dove raccontare la verità può costare caro.
Un segnale alla criminalità: “Non fate paura allo Stato”
La sentenza di oggi non solo conferma le responsabilità individuali di Bidognetti e Santonastaso, ma suona anche come un monito verso le mafie: l’aula di un tribunale non è il luogo in cui si intimidisce, ma quello in cui si accertano i fatti. È un messaggio di legalità e di sostegno a chi continua a raccontare il crimine organizzato, a rischio della propria libertà e sicurezza personale.
L’Italia che crede nel diritto e nella giustizia, oggi, ha scritto una pagina importante. Non tanto per le pene, quanto per la riaffermazione di un principio: minacciare chi racconta il potere mafioso è, e resterà, un crimine. Anche dopo sedici lunghi anni.
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VIDEO CHE HA SCONVOLTO:
La conferma delle condanne per le minacce a Roberto Saviano e Rosaria Capacchione non è solo una vittoria personale o processuale, ma una riaffermazione potente del valore della parola libera contro il ricatto mafioso. Dopo sedici anni, la giustizia ha sancito che intimidire chi racconta la verità è un atto criminale, non una strategia difensiva.
In un Paese dove l’informazione è ancora troppo spesso sotto attacco, questa sentenza è un faro: testimonia che lo Stato, pur con lentezze e omissioni, può rispondere. E che chi alza la voce contro i clan non è solo. Il messaggio è chiaro: la verità fa paura alla criminalità organizzata. E proprio per questo, va protetta con ogni mezzo.



















