Il ministro Piantedosi il 10 aprile esultava per un “calo del 30%” grazie agli accordi internazionali. Ma gli arrivi via mare tornano a crescere: ad aprile oltre 6.400 persone. Cambiano le rotte, ma non le difficoltà di gestione
Le parole del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi pronunciate il 10 aprile scorso sembrano oggi appartenere a un’altra fase politica. In un intervento pubblico aveva rivendicato “una diminuzione degli sbarchi del 30 per cento rispetto allo stesso periodo del 2024”, attribuendo il merito a “una miriade di accordi internazionali” che – secondo la narrativa dell’esecutivo – avrebbero rafforzato la gestione dei flussi migratori e la capacità di controllo delle frontiere marittime.
Due settimane dopo, però, i numeri raccontano un’altra storia. Il mese di aprile 2025 si è infatti chiuso con un totale di circa 6.400 arrivi via mare, un aumento del 35% rispetto allo stesso mese del 2024, quando gli sbarchi furono 4.721. Solo nell’ultima settimana di aprile si sono registrati oltre 1.800 sbarchi, segnale di una ripresa decisa dei flussi nonostante le rassicurazioni del governo. Complessivamente, nel primo quadrimestre dell’anno gli sbarchi hanno raggiunto quota 15.543, contro i 16mila dello stesso periodo dello scorso anno, riducendo al minimo quel “calo del 30%” sbandierato da Piantedosi.
Lampedusa sotto pressione: hotspot vicino al collasso
L’hotspot di Lampedusa torna a riempirsi. Al 2 maggio, la struttura di accoglienza ospita quasi mille persone, ben oltre la soglia della capienza ordinaria. Le immagini che arrivano dall’isola sono quelle ormai tristemente note: donne, uomini e bambini ammassati in attesa di un trasferimento, servizi sovraccarichi, tensioni tra ospiti e operatori. In un contesto simile, ogni giorno di ritardo nell’organizzazione dei trasferimenti verso la Sicilia o altre regioni d’Italia rischia di innescare una nuova emergenza umanitaria.
Cambia la geografia dei flussi: calano i tunisini, aumentano i “non rimpatriabili”
Un altro dato significativo è quello legato alla nazionalità dei migranti. Se nel 2024 i cittadini tunisini rappresentavano l’11,5% degli sbarchi, oggi sono scesi all’1,5%. A guidare i flussi sono ora persone provenienti da Paesi dell’Africa subsahariana o da regioni instabili, le cui procedure di rimpatrio risultano spesso complesse o impossibili, anche dai CPR (Centri di permanenza per il rimpatrio). Questo cambiamento implica una maggiore permanenza in Italia dei migranti sbarcati, e quindi un carico più pesante sul sistema di accoglienza e sulle comunità locali.
Le promesse del governo e la realtà dei numeri
L’aumento degli sbarchi ad aprile rappresenta un colpo per la strategia comunicativa del governo Meloni, che aveva costruito parte del proprio consenso sul contrasto all’immigrazione irregolare. L’accordo con la Tunisia, l’intesa con il Niger (oggi destabilizzato), la cooperazione con l’Albania per l’esternalizzazione della gestione dei richiedenti asilo: tutti strumenti che, ad oggi, sembrano aver prodotto risultati parziali e altalenanti.
L’opposizione, intanto, accusa il governo di aver venduto “successi virtuali” mentre la realtà sul campo rimane immutata: sbarchi che continuano, strutture al collasso, personale in affanno e politiche europee ancora lontane da una reale condivisione degli oneri.
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Conclusioni: una crisi annunciata
Il ritorno in forze degli arrivi via mare non è solo una smentita statistica: è il sintomo di una gestione ancora insufficiente, legata più agli annunci che alle soluzioni strutturali. La primavera e l’estate, come ogni anno, segneranno un aumento fisiologico dei flussi. E se aprile è stato solo l’inizio, i prossimi mesi rischiano di mettere nuovamente in crisi il sistema e la credibilità del governo su uno dei temi centrali della sua agenda politica.



















