Scandalo a Palazzo Chigi – La manina fantasma fa sparire la mozione… Ecco chi hanno beccato

Nel giro di poche ore, in Senato, è successo qualcosa che in politica pesa spesso più di un voto: un passaggio delicatissimo compare in una mozione di maggioranza, fa rumore, imbarazza il governo e poi sparisce. È da qui che nasce il caso della “manina” evocata dalle opposizioni e da parte del retroscena politico: non una prova giudiziaria, ma l’immagine di una correzione lampo arrivata dall’alto, mentre il centrodestra cercava di evitare un cortocircuito tra politica interna, rapporti con la Nato e tenuta della coalizione.

Il testo che compare e poi scompare

La vicenda ruota attorno alla mozione di maggioranza presentata al Senato sugli effetti economici della crisi energetica. Nella prima versione, letta da Il Fatto Quotidiano e ricostruita anche da Open, il centrodestra impegnava il governo a mantenere il 2% del Pil per la difesa ma, allo stesso tempo, a promuovere una revisione degli obiettivi più ambiziosi, cioè proprio quel 5% Nato che Giorgia Meloni aveva sottoscritto all’Aja nel 2025. Nello stesso testo, quell’obiettivo veniva descritto come irrealistico alla luce della situazione economica e delle priorità nazionali.

Perché quel passaggio era esplosivo

Il punto era politicamente dirompente perché l’Italia, come gli altri alleati, al vertice Nato dell’Aja del giugno 2025 ha aderito al nuovo impegno del 5% del Pil entro il 2035. La formula concordata dall’Alleanza prevede almeno il 3,5% per la difesa in senso stretto e fino all’1,5% per spese collegate a sicurezza, infrastrutture, resilienza e tecnologie dual use. Mettere nero su bianco, in una mozione della stessa maggioranza, che quel traguardo andava rivisto significava di fatto aprire un contenzioso politico su un impegno già assunto a livello internazionale.

La correzione dell’ultimo minuto

Poi è arrivata la retromarcia. Open scrive che, dopo l’esplosione del caso mediatico, sarebbe arrivato l’ordine di rimettere mano al testo; il passaggio che chiedeva la revisione del 5% e i riferimenti più esplicitamente ostili agli aumenti di spesa militare sono stati eliminati nella nuova versione. Anche HuffPost ha parlato di una “disobbedienza” durata pochissimo e di una retromarcia nel giro di un paio d’ore. Al posto del no frontale al 5%, nella formulazione finita all’ordine del giorno del Senato resta invece un’impostazione più sfumata: l’idea che le spese e gli investimenti per la sovranità energetica possano essere computati ai fini del parametro del 5%.

L’ombra di Palazzo Chigi sul pasticcio

È qui che prende forma il sospetto politico sulla “manina”. Non c’è, allo stato, una prova documentale che attribuisca formalmente la modifica a Palazzo Chigi, ma le ricostruzioni giornalistiche convergono su un intervento politico rapidissimo. TG La7 ha riferito che la mossa sarebbe stata condivisa in un vertice lampo a Palazzo Chigi, circostanza poi smentita dal vicepremier Antonio Tajani. Open, dal canto suo, parla apertamente di un ordine arrivato dopo che la notizia era finita sui giornali. Tradotto: qualcuno, vedendo l’impatto del testo originario, ha deciso che quella formulazione non poteva arrivare in Aula così com’era.

Perché il centrodestra è andato in tilt

Il caos nasce da un doppio conflitto. Da un lato c’è la politica estera: contestare oggi il 5% significa smentire un impegno assunto dalla premier davanti agli alleati e in una fase in cui la Nato continua a spingere per investimenti più consistenti nella difesa. Dall’altro lato c’è la politica interna: il governo teme il peso economico e soprattutto il costo elettorale di nuove spese militari mentre famiglie e imprese fanno i conti con crisi energetica, caro bollette e tensioni internazionali. Il Fatto parla esplicitamente del timore per il consenso e di una priorità data all’energia rispetto alle armi; Open sottolinea che la nuova linea del centrodestra punta a spostare l’asse sugli investimenti energetici e infrastrutturali.

Le opposizioni all’attacco

Le opposizioni si sono infilate immediatamente nella contraddizione. Il Movimento 5 Stelle ha sostenuto che la maggioranza è stata costretta a riconoscere, nero su bianco, l’insostenibilità dell’obiettivo Nato del 5%, salvo poi correggersi per evitare lo scontro politico. Fanpage ha riportato l’affondo di Bevilacqua, secondo cui proprio la mozione sul caro energia avrebbe messo il governo con le spalle al muro. E il punto, in effetti, è questo: la vicenda ha esposto la maggioranza non solo a una critica di merito sulle spese militari, ma anche a una critica di metodo, perché ha dato l’idea di una linea scritta, cancellata e riscritta nel giro di poche ore.

La denuncia del leader 5 stelle Giuseppe Conte: 

“Quel che sta succedendo oggi ha del clamoroso: il Governo è a pezzi, ha perso la bussola e anche la pur minima credibilità.
Dopo la batosta del referendum e a pochi mesi dalle elezioni, la stessa maggioranza boccia le firme più pesanti messe dalla sua Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. E riconosce, nei fatti, i pesanti errori commessi.
I capigruppo di maggioranza hanno infatti presentato in Senato una mozione per rivedere il folle impegno del 5% del Pil sulle spese militari firmato da Meloni. Poi però sono stati richiamati all’ordine: la figuraccia era troppo grossa per Meloni e il Governo, sconfessati dai loro stessi parlamentari sul folle Riarmo.
E quindi hanno cambiato la mozione e si sono rimangiati tutto. Restano i cocci e una maggioranza a pezzi che sotto la facciata è spaccata e non condivide le scelte fatte da Meloni a livello internazionale che bloccano i soldi degli italiani su folli impegni di spesa in armi anziché sulle emergenze di famiglie e imprese. D’altronde la stessa Meloni ha sconfessato anche le sue firme sul disastroso patto di stabilità e sui vincoli europei.
Noi andiamo dritti per la nostra strada con le idee chiare: questo riarmo noi lo abbiamo contestato con i cittadini nelle piazze e andando direttamente a Strasburgo e a L’Aja mentre Meloni e soci ci insultavano. E a una maggioranza a pezzi rispondiamo con una mozione unitaria delle opposizioni che abbiamo fortemente voluto e che chiede di rivedere gli impegni in armi per investire sull’emergenza economica e sociale di cittadini e imprese.
Non bisogna avere grande esperienza per capire che questi fatti tolgono ogni credibilità e forza a una Presidente del Consiglio che le ha sbagliate tutte e ora cerca rimedi goffi e di facciata a legislatura finita.

Hanno fatto danni enormi e non hanno mezza strategia: si facciano da parte.”

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Una mozione che racconta più di quanto vota

Alla fine, il caso non riguarda solo una frase tolta o rimessa. Racconta molto di più: un centrodestra che fatica a tenere insieme atlantismo, rigore di bilancio, emergenza energetica e propaganda interna; una premier stretta tra gli impegni internazionali e la paura di pagare dazio nel Paese; una coalizione che, appena prova a mettere su carta la realtà dei conti, scopre di non poterselo permettere fino in fondo. Per questo la “manina” è diventata il simbolo del pasticcio: non tanto perché sveli un complotto, ma perché rivela una verità politica molto più semplice e più pesante. Sul 5% Nato, dentro la maggioranza, la confusione è reale. E il caos di Palazzo Chigi nasce proprio da lì.

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