Pronta la forzatura al Senato per saltare il dibattito in commissione
La riforma costituzionale ferma da settimane
Salta il confronto in commissione sul disegno di legge costituzionale: oltre mille emendamenti bloccati. L’opposizione grida allo strappo istituzionale. Nordio punta al referendum nel 2026
Sulla riforma della separazione delle carriere, il governo Meloni e la maggioranza scelgono la linea dura: nessun dibattito in commissione, nessun voto sugli emendamenti dell’opposizione. Il disegno di legge costituzionale arriverà direttamente in aula al Senato, probabilmente tra fine maggio e inizio giugno, senza passare per l’esame ordinario della Commissione Affari Costituzionali. Un’accelerazione che scatena la reazione furiosa delle opposizioni, già pronte a denunciare lo “scippo democratico”.
Il presidente del Senato Ignazio La Russa ufficializzerà la mossa mercoledì mattina, durante la conferenza dei capigruppo, decidendo di non affidare il mandato al relatore. È un escamotage tecnico legittimo, ma raramente usato per riforme di rango costituzionale, che permette di bypassare il voto su oltre 1.000 emendamenti presentati da PD, M5S e AVS.
La strategia: tagliola parlamentare per arrivare al referendum
Dietro la decisione c’è la volontà politica del ministro della Giustizia Carlo Nordio, che ha tracciato un calendario preciso: approvare la riforma in entrambe le Camere entro l’autunno, così da poter indire un referendum confermativo all’inizio del 2026, come previsto dall’articolo 138 della Costituzione in assenza di una maggioranza qualificata.
Il vero obiettivo, spiegano fonti di governo, è arrivare entro il 2027 alla piena attuazione della riforma, con la creazione di due Consigli superiori della magistratura distinti per pubblici ministeri e giudici, e una nuova disciplina per il reclutamento delle toghe.
Ma per farlo – e non perdere tempo prezioso – la maggioranza ha scelto di eliminare ogni ostacolo: niente discussione in commissione, niente confronto con le opposizioni, niente mediazioni. Una procedura che le minoranze giudicano una forzatura istituzionale senza precedenti.
Le opposizioni: “Colpo alla Costituzione, svilito il Parlamento”
Immediate e durissime le reazioni delle forze di opposizione. Il Partito Democratico parla di “colpo di mano” e di “violazione delle garanzie democratiche minime”.
“Stanno cambiando la Costituzione – afferma il senatore dem Dario Parrini – come se fosse una leggina ordinaria. E lo fanno senza nemmeno permettere al Parlamento di discutere, come si fa nei regimi”.
Sulla stessa linea il Movimento 5 Stelle, che con oltre 300 emendamenti aveva tentato di rallentare l’iter in commissione.
“Questo è uno strappo istituzionale grave – accusa la capogruppo Barbara Floridia –. È l’ennesima prova che a Meloni e La Russa interessa il potere, non il confronto. Hanno paura della nostra opposizione perché sanno che questa riforma è sbagliata”.
Anche Alleanza Verdi e Sinistra parla di “parlamento umiliato”:
“Quando si calpesta il diritto delle minoranze parlamentari – avverte il senatore De Cristofaro – si calpesta anche il diritto dei cittadini a un confronto trasparente. Questa non è democrazia costituzionale, è una forzatura autoritaria”.
Una riforma controversa, un confronto mai nato
Il disegno di legge in questione, fortemente voluto da Nordio, mira a separare le carriere tra magistratura requirente (PM) e giudicante (giudici), modificando in più punti l’articolo 104 della Costituzione.
Una riforma storica, già proposta più volte in passato, ma sempre rimasta sulla carta per la forte opposizione dell’ANM e del mondo giuridico, che teme una sottoposizione della magistratura al potere politico, specie per i pubblici ministeri.
Il problema non è solo di contenuto, ma anche di metodo: finora non c’è stata alcuna audizione pubblica, né confronto con l’associazionismo giudiziario, l’accademia, il Consiglio Superiore della Magistratura.
Il precedente: quando il Parlamento rinuncia al dibattito
Il voto senza mandato al relatore non è una novità assoluta, ma si è quasi sempre verificato in occasione di decreti legge urgenti, da convertire entro 60 giorni.
Usare la stessa procedura per una riforma costituzionale – avvertono i costituzionalisti – è una distorsione della prassi parlamentare, sebbene formalmente legittima.
“È il segnale di un Parlamento sempre più schiacciato sull’esecutivo – commenta il professore Giovanni Guzzetta –. La separazione dei poteri è in crisi, e paradossalmente proprio mentre si finge di volerla rafforzare con questa riforma.”
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I prossimi passi: aula a fine maggio, poi la Camera
Se la linea sarà confermata mercoledì, il testo approderà in aula al Senato entro la fine del mese. Dopo l’approvazione – a maggioranza semplice – passerà alla Camera, dove la maggioranza punta a chiudere il primo passaggio entro l’estate.
Poi inizierà il percorso del secondo voto – previsto a distanza di almeno tre mesi – prima della consultazione referendaria, probabilmente tra marzo e aprile 2026.
Ma la battaglia politica è già cominciata. E sarà aspra. Dentro e fuori il Parlamento.



















